Giogio53
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Giogio53

Libri e Viaggi

May 7, 1953

Roma, Italy

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Giogio53
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La saga di Balistreri - 15 mag 22
Finito il lungo excursus sulle vicende su e giù nel tempo per esorcizzare i demoni del passato libico dell’autore e del suo personaggio, in questo nuovo capitolo, Costantini prova a dare un senso al resto della vita di Michele Balistreri. Purtroppo, con risulti ancora minori rispetto ai precedenti libri. Il tentativo del docente della LUISS di ripercorrere le vicende italiche alla luce della sua personale esperienza, proiettandola nel suo alter ego poliziotto, risulta poco incisivo ed anche poco coinvolgente. La pecca principale è la non indipendenza del personaggio centrale rispetto agli altri capitoli della saga. Alcune sue prese di posizione, alcuni suoi stati d’animo sono incomprensibili, o quantomeno travisabili, se non sapessimo del suo pregresso, di come sia morta la madre, di quale sia stato il suo rapporto con Laura, di quali siano stati e siano i suoi sentimenti verso la Libia, e l’Africa. La seconda è il repetita modus scrivendi dell’autore rispetto alla trama. Su e giù nel tempo, con due storie che si intrecciano, si complementano, ma, di nuovo, questa scrittura a flashback, alla fine, è più stancante che conclusiva. Costantini, nel tentativo di dare una fisionomia finale (a tutto tondo, ci sentiremo di dire) a Balistreri, da un lato ci porta nel 1974, ed ai passi che fanno distaccare Michele dall’onda fascista in cui si era immerso quando, scacciato dalla Libia, torna a vivere in Italia. Dall’altro, ci fa trovare il Balestrieri già commissario, però sempre alle prese con i conti con il suo passato. Con il grosso dilemma: se hai impiegato tre libri e quasi duemila pagine per far uscire tutte le magagne del personaggio, e consegnarcelo con un dipinto completo, come ti viene in mente di tirar fuori nuove zone d’ombra, che erano marginali nei primi libri, e che qui sembrano diventare una condizione esiziale per comprendere l’agire di Michele “Mike” “Africa” Balistreri. Tirando un po’ le fila, nelle storie del ’74, vediamo “Africa” bazzicare Ordine Nuovo, fino al suo scioglimento appunto nel ’74. Il suo amico Giulio “Ringo” Giuli vorrebbe farlo rientrare nel FUAN e nel MSI, ma lui, ed i suoi amici “Benvenuti” e “Boccino” rimangono fuori, anche se pensano di agire ai limiti (e fuori) della legge per “dare una lezione ai rossi” e lui anche per trovare gli assassini dei fratelli Mattei. Si capisce già che molta parte del testo sarà imbevuta di politica, ma con un piglio che non riesce a fare breccia nei ragionamenti del lettore (nonostante una excusatio non petita inserita dall’autore ad inizio libro). Le cose si complicano con l’entrata in scena di due donne: Isabella, che ronza un po’ intorno a tutti, sembra volersi avvicinare a Michele, per poi inscenare a più riprese un balletto di tira e molla che lascia perplessi. E Viola, la ragazzina, che invece di Michele si innamora perdutamente, facendo follie per stargli vicino, anche come rivalsa verso il padre, un potente democristiano. Compare anche Carlo Giannini, un poliziotto educato presso i Servizi americani, esperto di antiterrorismo, che comincia a tirare Michele “dalla parte della ragione”. Il punto cruciale (che però sembra quasi sottotono nel testo) è l’agosto del ’74, dopo la strage dell’Italicus. Giannini cerca di incastrare il padre di Viola nelle trame nere, utilizzano Michele. Che, nonostante ami Isabella, finge una passione per Viola. Succedono cose, tutte un po’ risibili (o molto complicate se vogliamo), per cui alla fine, Michele cerca di fuggire in Kenya con Isa, ma vengono fermati da Viola a Fiumicino, che cerca di ucciderli. Risultato: le trame nere rimangono oscure, Viola si prende dodici anni per tentato omicidio (ma non sono troppi?), senza ragioni apparenti Isabella lascia Michele e sposa “Ringo”. Nella parte dell’86, i nodi vengono al pettine, innescati dall’omicidio di Giulio Giuli. Che innesca una valanga di morti tra tutti quelli che facevano parte di quella cerchia sorta nel ’74. Perché proprio in quell’anno? Che stranamente coincide con la scarcerazione di Viola. L’omicidio di Giuli è il più semplice da decifrare, basta pensare ai tanti simili di molte storie “noir”, dove alibi a posteriori vengono costruiti per nascondere azioni chiare da sole. Costantini qui si sforza di staccarsi dalle trame nere, facendo convergere tutti gli indizi su Viola. Con Isa che torna al centro della scena, da brava “vedova nera” della situazione. Ma il nostro Michele è ben attento ai dettagli. Perché il profumo di Viola è sulla scena dell’omicidio di “Benvenuti”? Come fa Michele a capire che Isa e Giannini si conoscevano da tempo? Quando è coperta da alibi inattaccabili, perché gli indizi convergono su Michele? Michele cerca di usare Giannini per scagionarsi. Ma quando anche il superpoliziotto viene ucciso, deve arrangiarsi da solo. Lo farà, e bene, con quella auto-giustizia che sembra mutuarsi dalle avventure di Rocco Schiavone. Si sa chi ha fatto cosa, perché, come. Ma non sempre la giustizia avrà il suo corso. La fine è ingarbugliata, anche se vediamo Viola imbarcarsi per il Kenya con la sua laurea in medicina presa in carcere. Chi si aspettava un poliziesco normale, rimarrà quindi deluso. È un giallo, fantapolitico ma non troppo. Che non spiega perché Michele entra in polizia. Dove i colpevoli non sembra saranno puniti, almeno quelli che restano in vita. Soprattutto on si spiega tutta la rabbia di Michele verso il padre di Viola, quando scopre che anche lui è implicato nella morte della madre, se non sappiamo già tutto quello che su quella morte sapremo dopo. Anche perché, nei primi libri, la certezza di chi ha fatto cosa nel ’69 l’abbiamo solo nel 2011 e non nel 1986. Insomma, piccole incongruenze, che non portano a farci avere un buon rapporto con Michele e le sue storie. Complicate, nelle mie memorie, da altre piccole incongruenze con non mi spiego. Tra le più eclatanti, come fa un delinquentello di mezza tacca a voler andare a giocare a snooker alla Magliana nel’74, quando lo snooker, in Italia, è fenomeno solo televisivo, e solo negli anni 2000? Inoltre, seppur è vero che nell’86 cominciavano a girare calcolatori di prima generazione, i dati inseriti non consentivano di certo tutte le ricerche che effettua il vice di Michele, né tanto meno di poter scrivere un testo in Word. E lo so bene, che vi lavoravo, e che studiavo con altre società europee in quel di Bruxelles a come dematerializzare il lavoro d’ufficio. Ecco, allora, un libro che poteva essere interessante, ma che, mettendo troppa carne al fuoco, ottiene l’unico risultato di bruciarla.  
Giogio53
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La saga di Balistreri - 15 mag 22
Eccoci allora alla puntata conclusiva della grande saga del commissario Balistreri. Qui, a parte alcune variazioni sul tema, in pratica si ripercorrono i caposaldi dei primi due volumi per arrivare (o cercare di arrivare) alla conclusione che il personaggio principale cerca dalle prime righe: com’è morta la madre Italia? Questa scritto, alla fine, risulta assai più debole delle precedenti puntate, sia perché non c’è un vero giallo che accompagna le indagini (si, ci sono morti, ma complementari al racconto di base) sia perché non fa altro che ripercorrere, su e giù per la scala temporale, quanto già detto nei libri precedenti. In un modo quasi complementare a “Ritorno al futuro – Parte III”, dove si rifanno tutte le vicende pregresse, dandone (finalmente) una versione definitiva. Anche il personaggio di Balistreri non è che ne esce arricchito, ma in un certo senso quasi depauperato di quanto si era rivestito nel corso degli anni. Ne esce “nudo”, forse più umano, ma alla fine, sconfitto nella sua essenza, nella sua particolarità di uomo, di poliziotto integro e riflettente contraddizioni che molti hanno vissuto sulla propria pelle. Il discorso di Costantini torna infatti sempre lì. Alla sua Libia, alle vicende della rivoluzione del ’69, qui arricchita dalle ultime fasi del mondo di Gheddafi (visto che l’azione si svolge nel 2011 terminando con la fine di un mondo senza la nascita di una nuova nazione). Quasi un tentativo di riscattare LA storia attraverso una storia. I protagonisti, al fondo, sono sempre gli stessi: Michele Balistreri, la famiglia Hunt (Marlene e Laura, in particolare, ma anche William), la famiglia Al Bakri (Ahmed e Karim, nella fattispecie) e i quattro “cospiratori” Enrico Busi, don Eugenio, Mohammed Al Bakri e Salvatore Balistreri, il padre di Michele. Sparito nei meandri della storia Nico (e sappiamo perché). Ricomparsa, con un suo ruolo preciso, la giornalista Linda Nardi (centrale nella vicenda del 2006, ma all’epoca poco addentro alla trama, se non per una possibile ma improbabile tresca con il nostro tenebroso commissario). La storia si addensa comunque sempre lì, al 31 agosto 1969. I cospiratori hanno brigato con i soldi dei finanzieri, in giro “per il mondo” al fine di portare Gheddafi al potere. L’agente della CIA, William lo sa, ma per consentire a Italia di salvare il marito Salvo le concede 48 ore. Nelle puntate precedente sono morte persone, anche vicine a Mike ed ai suoi amici. Il nostro ragazzo, all’epoca sedicenne, si avvicina troppo a verità scomode e tutti brigano per farlo desistere. Sarà un complotto tra i giovani Al Bakri e la sua ragazza Laura (aiutati inconsapevolmente da Marlene) a mettere nella situazione che Michele si debba allontanare per sempre dalla Libia e da questi problemi. Anche se Mohammed è troppo vicino a Gheddafi, anche se Busi è troppo vicino a loschi affari, anche se don Eugenio è troppo vicino ai giovani ragazzi (capisci a me!). Solo nel presente questi fili si annodano, visto che quel giorno del ’69 mamma Italia muore: suicidio o omicidio ben architettato? Ora, nel 2011, Linda è il motore della vicenda. Lavora vicino a ONG in Africa, scopre loschi affari per gli appalti di ospedali, e risalendo la china, intreccia i fili della colpevolezza dei quattro che, benché verso gli ottanta, sono ancora sulla cresta dell’onda. Purtroppo, le manovre di Linda mettono in moto una valanga che travolgerà tutti o quasi. Forse il solo Salvatore sembra avere una via d’uscita. In tutto ciò, Michele fa la figura del tordo. Avanza, avanza, e non capisce un beneamato. Sta sempre lì, a pensare alla madre, a pensare a Ahmed cui sparò in Libia nel ’69, a Karim che fu sfregiato per colpa sua, a Laura che violentò (o quasi, visto che lei poi ammette che era quello che voleva fargli fare), all’andirivieni di persone, auto e motoscafi intorno all’isola della tragedia nei pressi di Tripoli. Alla fine, avremo sciolto tutti i nodi del problema. Sapremo chi è morto e chi no, chi ha ucciso e chi è stato ucciso, scopriremo legami che l’autore cerca di mascherare ma che sono palesi dalla prima telefonata intercontinentale fatta. Costantini lascia solo qualche ombra all’interpretazione di noi lettori, che ognuno volgerà come meglio si sente. Rimane un romanzo monco. Di giallo reale ce n’è poco. C’è molta politica, ma più interpretativa e soggettiva che reale. Certo, Gheddafi fu appoggiato da poteri finanziari forti nella sua scalata al potere. E di sicuro, gli stessi poteri ne decretarono la fine quando la sua presenza stava diventando ingombrante per i loro interessi economici. Far risalire tutti i nostri quattro cospiratori è tuttavia un’operazione troppo riduttiva per delineare uno scenario politico come sembra voler fare Costantini. Di sicuro, la troppa vicinanza dell’autore ai problemi trattati ne distorce un po’ la visuale, rendendo un romanzo altrimenti quasi leggibile, un po’ troppo fantasmagorico, da un lato, ed un po’ troppo semplicistico dall’altro. Sono ora curioso di leggere gli altri libri con al centro il commissario Balistreri. Cosa si inventerà l’autore?
Giogio53
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La saga di Balistreri - 15 mag 22
Siamo al secondo volume della trilogia di cui si parla sopra. Laddove, nella trilogia si parla del Male, con la M maiuscola, mentre i titoli dei vari libri prevedono la m minuscola. E questo è un prequel quasi sequel, nel fascino immutabile del terzo film della serie “Ritorno al futuro”. Cioè, si colloca a cavallo del primo volume, qui essendo la prima parte precedente all’inizio del primo, e la seconda parte, subito dopo gli avvenimenti centrali del primo. Facendo un riassunto temporale, il primo aveva il nucleo centrale nel 1982, con una robusta appendice dopo il 2005. Qui, metà libro è consacrato alle vicende di Mike Balistreri dal 1958 al 1970, per poi dedicare la seconda parte ad avvenimenti subito successivi al nucleo precedente, praticamente dal 1982 ai primi mesi del 1983. Tutto per arrivare a riempire ben settecento pagine di romanzo. Che sono di certo eccessive, anche troppe nella prima parte (trecentonovanta pagine per arrivare agli anni Settanta, con una vicenda complessa, ma anche sfrondabile in qualcosa meno). Poi si dedicano trecento pagine alla vicenda poliziesca in senso stretto, con lo stesso marchio del precedente: molti possibili colpevoli, che vengono decolpevolizzati uno per volta, sino ad arrivare al nucleo centrale, quello di chi deve pagare il fio. Ovvio sia il rimando all’autore stesso, che anche lui nacque in quel di Tripoli italiana. Quindi, c’è probabilmente molto dei ricordi e dei pensieri di Costantini stesso in tutta la parte relativa alla giovinezza e adolescenza di Mike in terra libica. Qui l’autore si imbarca in una trama complessa, laddove cerca di inserire i personaggi in una visione storica “reale” delle vicende. Il padre di Mike, faccendiere italiano di origini siciliane, sempre dedito ad affari al limite della liceità, tutto teso a trovare il modo di sfruttare il petrolio libico, in barba agli americani. La parte libica si incentra quindi su tre famiglie: i Balistreri, dove oltre al padre, abbiamo la madre Italia, fascista dichiarata e mai doma, ed il fratello Alberto (ci sarebbe anche il nonno, ma andremo troppo in complicazioni); gli Hunt, i loro amici americani, William, legato agli ambienti militari, forse spia esso stesso, la bella e dissoluta moglie Marlene, e la figlia Laura; ed i libici, la famiglia Al Bakri, con il padre Mohammed, ed i figli, Farid e Salim, della prima moglie, Karim, Ahmed e Nadia, della seconda. Come detto questa parte si spande dal festival di Sanremo del ’58 (quello di Modugno) che tutti vedono insieme, sino alla cacciata degli italiani dalla Libia nel ’70 da parte di Gheddafi. Vediamo nascere amicizia (tra Ahmed, Karim, Mike e Nico, il povero, balbuziente, figlio del benzinaio locale), momenti epici, crescite, amori (Mike sarà sempre innamorato di Laura, nonostante per rabbia vada a letto con la madre, perdendo sé stesso, Laura, la madre Italia e non so che altro), ma anche assassinii e morti. C’è una donna nera uccisa con la figlia di nove mesi e ritrovata in un letamaio. C’è la morte di Nadia, seviziata e ritrovata senza il dito indice. Ci sono tanti possibili colpevoli, oltre quelli sopra citati. C’è don Eugenio, prete un po’ pedofilo e destinato ad una grande carriera, e c’è Emilio Busi, comunista con rolex, anche lui con molte ombre e poche luci. Mike cerca, da giovane impulsivo, di far luce sulla vicenda, ma tutti hanno un alibi, o cercano di coprirsi a vicenda. Anche Italia, che lo aiuta, sembra non trovare prove. Tutto però è immerso nel brodo della politica, che Balistreri senior, con Busi ed altri, appoggerà la rivoluzione del giovane colonnello Gheddafi, mentre Hunt cercherà di fermarlo. Intrecci anche di gelosie ed amori tra le famiglie. Intrecci con i 4 amici, che riparano in Egitto, fanno fortuna. Ma Karim si avvicina troppo ai Fratelli Mussulmani, Mike viene coinvolto in un possibile attentato a Gheddafi, dove qualcuno lo ferma. Dove Italia sembra avere le prove del tradimento degli italiani, ma muore anch’essa, non si sa se suicida o altro. Insomma, un guazzabuglione in cui l’autore mette di tutto. Poi tutti vanno in diaspora, o almeno i vivi, che nel frattempo, per motivi vari, Mike uccide Selim e Ahmed. E ritroviamo il nostro commissario di polizia nel 1982. Qui si intreccia la vicenda da “Ritorno al futuro”, che Costantini piazza il clou della storia proprio nello stesso anno centrale del libro precedente. Quindi deve star attento a far coincidere azioni e sentimenti. Vediamo ricomparire Angelo, vediamo di sfuggita la storia della morte di Elisa, sopra narrata, ed iniziamo tutta un’altra storia, come se le prime 400 pagine fossero poco sufficienti. C’è il mentore di Mike, il commissario Teodori che si avvia alla morte per cancro, e chiede a Mike di proteggere la figlia Claudia. Questa aveva provocato un incidente stradale dove muore la sua amica del cuore Deborah. Poco dopo viene trovata morta anche un’argentina di nome Anita Messi (fantasia sfrenata sui cognomi…). Tutte con l’indice monco. Così che il nostro Mike non si perita di trovare un super-collegamento tra le morti attuali e passate. Tutta la seconda parte, poi, è immersa nel mondo della televisione. Dove vengono inseriti personaggi loschi (dediti allo spaccio), poco simpatici (dediti all’arrassement), e tronfi con moglie al seguito (lui le scopa una volta, poi le passa alla moglie). Il tutto legato al traffico della droga, a collegamenti con il Sudamerica, ma anche con le mafie siciliane, dove risbucano fuori anche gli zii del nostro Mike. Un guazzabuglione che la metà basta. Certo Costantini riesce a non perdere la bussola, anche se la nostra ogni tanto va fuori rotta. Ci saranno morti inutili, ci sarà un collegamento lasco con la natia Tripoli, che però dovrà finire ben presto, ci sarà una vendetta che parte dal passato. Insomma, buona parte dei “misteri” vengono alla luce. Rimane sola la morte di Italia, la madre di Mike, che sempre più si avvicina al suicidio. Rimangono inoltre in ombra le possibili evoluzioni di vari personaggi (il prete, il faccendiere, il padre), che forse avranno soluzioni in altre uscite, aspettando di leggere il terzo volume. Per noi cultori del genere, rimane il dispiacere dell’impossibilità di arrivare agli indizi base. Questi sembrano legati ad una scritta autografa di Italia: “controllare m”. Ora, in stampa si può fare poco, ma essendo autografa quell’m poteva destare dei sospetti. Mentre se si poteva utilizzare una scrittura orizzontale tipo E si poteva destare qualche ipotesi maggiore sulla soluzione di qualche mistero. Comunque, queste radici del male ci rimandano alla natura del personaggio “Balistreri” che, pur con dei tratti interessanti, per la sua evoluzione rimane ancora un elemento che non mi convince totalmente. Insomma, bella scrittura, capacità di gestire situazioni complesse, ma troppo teso a voler dire di tutto e di più non su di un giallo in sé, ma su tutto lo scibile umano. Un solo esempio: la foto di Gheddafi con Balistreri senior che getta un’ipotesi di complotto non verificato su tutta la vicenda libica.
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Alle radici del male
by Roberto Costantini
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Giogio53
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La saga di Balistreri - 15 mag 22
Con questo si inaugura la lettura dei “libroni” dell’ex-manager ma ora insegnante alla Luiss, Roberto Costantini. Uno di quegli autori di cui non avevo una gran convinzione di lettura, primo perché i suoi romanzi navigano sempre intorno alle 500 pagine (o più come in questo caso), e poi perché non ne avevo sentito molto parlare in giro (nonostante le molte autocelebrazioni). Devo dire che questa lettura da una parte conferma le mie perplessità, mentre dall’altra solletica una lettura critica ma comunque interessante di un testo complesso, nonché, probabilmente inserito in un contesto che l’autore ha sviluppato su più volumi. In realtà, questo è il primo volume di una serie che viene battezzata come “La trilogia del Male”, cosa che ci fa capire, primo che sono tre volumi, secondo che sono collegati tra loro, e terzo che il filo conduttore è il Male, inteso con la M maiuscola. Queste prime quasi settecento pagine servono a delineare tutti i personaggi, qualcuno più a fondo, qualcuno meno. Servono a descrivere una fetta di storia, politica e personale, della nostra Italia. Ma sarebbero servite anche a fornire materiale per diversi libri, mentre qui tutto viene collegato, anche se non condensato. Intanto, dobbiamo fare la conoscenza di Michele Balistreri, poliziotto probabilmente di rango (seppur non sempre chiare siano le sue capacità investigative), con una storia assai complicata e tormentata sia alle spalle che di fronte a sé. Come Costantini, risulta nato a Tripoli, da cui viene cacciato nel 1970, insieme alla famiglia, dopo l’ascesa al potere di Gheddafi. Il parallelismo di date con l’autore sembra portare anche ad una similitudine di età (Costantini è del ’52), dato che Michele, negli anni ’70, frequenta l’Università della Sapienza in Roma. Vuoi per il modo di essere espulsi da Tripoli, vuoi per ragionamenti personali, Michele diventa un esponente di rango della destra fascista universitaria, vicina a Ordine Nuovo. Questa è la parte che mi ha reso dubitativo del personaggio. Non perché non si possano avere delle idee diverse dalle mie, ma perché queste ideologie non scompaiono mai del tutto dal personaggio, né diventano oggetto di revisioni critiche nel corso del tempo. Già, il tempo. Che questa prima maxi-puntata si distende tra i due mondiali vinti dall’Italia: dal luglio 1982 al luglio 2006. Sarebbero ventiquattro anni, ma in realtà, la storia si sviluppa nel 1982, poi c’è un salto sino al 2005, e da lì si trascina sino alla fine. Un salto dove l’autore deve anche aggiornarci sui personaggi, che anche per loro sono passati gli anni. Il contraltare di Michele lo conosciamo subito nelle prime pagine è Angelo Dioguardi. Cattolico, anche se con qualche divagazione, grande giocatore di poker (diventerà anche un campione del gioco). Nella prima parte è fidanzatissimo con Paola, mentre Michele è decisamente un puttaniere, che passa di donna in donna, pensando solo al sesso. Nella seconda, i ruoli si invertono abbastanza: dopo i fatti dell’82, Michele, anno dopo anno, si isola in sé stesso, relegando il sesso ad un ruolo episodico, mentre Angelo, lasciatosi con Paola, diventa non dico libertino, ma di certo più spregiudicato. Rimane solo una costante: le settimanali partite di poker (che per la loro routine mi ricordano le nostre periodiche partite di bridge). L’episodio scatenante è, nella prima parte, l’uccisione di una bella signorina, Elisa. Lavora part-time in una struttura cattolica, con Angelo, per le attività di un cardinale. Il tutto in una villa di un conte monarchico afflitto dalla presenza di un figlio, Manfredi, affetto da un labbro leporino non curabile al momento, e di un ematoma facciale indelebile. La platea dell’82 è completata da Valerio, innamorato non corrisposto di Elisa. La morte avviene proprio nel giorno della finale, dove, per una serie di circostanze, Michele, presa sottogamba la vicenda, non riesce a venirne a capo. Tutto il teatro viene ben presentato, ma non si trova una via d’uscita, e la morte rimane senza nessun colpevole acclarato. Ritroviamo tutti (i vivi, ovvio) dopo ventiquattro anni. C’è chi ha fatto carriera, chi si è sistemato, chi è rimasto ai margini. Fatto sta che dopo tanti anni, cominciano a fioccare morti su morti. Anzi, morte, che sono le donne a lasciarci. Spesso con una lettera incisa sulla pelle. Muore Samantha Rossi, figlia di una signora al tempo amica di Alina, una rumena che bazzicava le attività del cardinale, e che muore nell’83 in uno strano incidente di motorino. Muore una puttana che sembra entrarci come i cavoli a merenda. Muore (suicidio pare ma forse no), la madre di Elisa. Muore una tal Ornella, vedova di un ex-re delle slot machine, dopo aver avuto una lunga storia con tal Francesco (che ora gestisce l’impero dei video giochi). Francesco che sapremo poi essere stato al tempo fidanzato con la madre di Samantha. Soprattutto compare come burattinaio un tal Marcus Hagi, anche lui rumeno, che era il marito di Alina. Nonché si intrufola nella vicenda Linda, una giornalista molto dotata, con tanti agganci anche non sempre puliti, e che scopriremo aver frequentato in gioventù la stessa scuola di Manfredi. Costantini ingarbuglia la vicenda con tanti rivoli, inzeppandola anche di motivazioni para-politiche. Servizi di Stato tendenzialmente deviati, tentativi di addossare colpe a extra-comunitari in modo da fomentare rivolte razziali, finanze off-shore. Insomma, un guazzabuglio che la metà basta. Rimane la possibilità che tutte le morti siano collegate, che qualcuno (il Male) tiri le fila. Ed abbiamo una serie di possibili indiziati: Hagi, che si inventa un’improbabile vendetta per la morte della moglie, Manfredi, che è roso dentro dalla sua bruttezza esteriore (anche se ora la chirurgia estetica ha fatto il suo dovere, e lui è diventato un eminente medico nell’esilio africano, che lascia solo in questo 2006), Angelo, che aveva avuto delle pause di presenza forse poco chiare, Valerio, vendicatore respinto e poi rimasto turbato dal rimorso, oppure qualcuno legato agli ambienti cattolico-monarchici del conte e del Cardinale che si muove come “Uomo Invisibile”. L’efficacia del romanzo sta nel presentare tutti come colpevoli, nel mostrare che tutti hanno un alibi, e nello smontare, pagina dopo pagina, gli alibi e le motivazioni di ciascuno. Non entro nelle mosse di Balistreri, che saranno poi quelle che ci porteranno alla soluzione, pur non essendo il nostro sempre al centro dell’attenzione. Ma mi aspetto che gli altri romanzi della serie serviranno a chiarirci anche questo personaggio. Magari facendolo crescere nel giudizio. Che invece, ad ora, rimane dubitativo. Non c’è un personaggio che emotivamente ci prende. Non c’è una storia che sia completamente chiarita. Sembra che lo scrittore ci voglia dire che tutto è brutto, e che tutti, chi più chi meno, sono colpevoli e cattivi. Rispetto la capacità di portare avanti questa mole di lavoro, anche non essendo in concordanza con alcune tematiche. E avendo il dubbio che, in un romanzo, si debbano chiudere i fili aperti. Vedremo nel futuro.
Giogio53
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La saga di Balistreri e ... - 15 mag 22
Torniamo nuovamente, con molta cautela, su quello che le autocelebrazioni editoriali definiscono l’autore di thriller italiano più venduto nel mondo. Non entro nel merito, rilevo solo che questo è il terzo libro che ne leggo, e, ad ora, quello che, pur in un gradimento non eccelso, migliore la media dell’autore. Di certo, con l’esperienza teatrale giovanile, è facile, infatti, vedere nella scrittura di Carrisi la semplicità nell’affrontare i dialoghi. Risulta meno coinvolgente quando si lancia in descrizioni, in paesaggistica varia, in approfondimenti psicologici. Il che fa sì, alla fine, che pur come detto migliorando il giudizio inizialmente poco felice sull’autore, non è che sia un capolavoro di piacere e di coinvolgimento. Anche perché ci sono due elementi che mi disturbano: il solito vezzo di andare su e giù nel tempo, che consente di creare suspense, ma che, di converso, fa sì che l’autore si ritenga il deus ex-machina onnisciente e onnipotente, e la capacità di ingarbugliare talmente le trame che, da essere un pregio, rischia (come in questo caso) di essere un ostacolo alla piena fruibilità del testo. Mentre infatti, da una prima partenza di lettura sembra tutto lineare, visto che si comincia “cinque giorni fa”, poi tutto si complica che, oltre a venire a ritroso fino all’oggi, poi si salta ad un anno prima per alcune importanti sequenze, ed ogni tanto si svaria altrove nel tempo e nello spazio. Ma per rimanere con i piedi a terra, diciamo che i personaggi principali che si muovono sul terreno sono due: Marcus, un penitenziere dotato di un grande talento investigativo, reduce da una ferita alla testa che gli ha fatto perdere parte della memoria, che cerca di ricostruire durante il romanzo, e Sandra, un’agente della polizia di Milano, il cui marito è stato ucciso a Roma e sulla cui morte lei comincia ad indagare. Dall’accenno su Marcus si capisce già che un ruolo centrale ha la Penitenzieria Apostolica, composta da preti che hanno ricevuto il potere di giudicare peccati mortali (per questo soprannominata “tribunale delle anime”). La Penitenzieria, di sicuro ha uno dei più vasti archivi sui criminali, ma, e su questo mette il dito Carrisi, alcuni religiosi lavorano nell’ombra per scovare i killer, cacciare indietro le tenebre, ed anche, ma sarebbero quelli deviati, arrogandosi il diritto di arrivare laddove la giustizia umana si ferma. Marcus, nell’indagine per scoprire il suo passato, scopre omicidi, assassini seriali, rapimenti, e cerca di trovarne gli artefici. Scoprendo anche che David, il marito di Sandra, anche lui, da fotoreporter, stava facendo una ricerca simile, ed aveva trovato un bandolo della matassa. Per questo le strade di Marcus e Sandra si intrecciano. E qui Carrisi mostra tutta la sua bravura di complicatore di trame semplici. Si infilano storie laterali di rapimenti e di uccisioni, qua e là nel tempo, che Marcus e Sandra, da soli o insieme, risolvono. Poi si innesta una storia che sembra trasversale ma che comincia a dare un senso al tutto. Viene fuori un killer trasformista affetto dalla "sindrome del camaleonte", dove il soggetto imita in tutto l’altro: emozioni, posture, espressioni facciali, linguaggio. Questo serve a complicare ulteriormente il ruolo di Marcus. Cioè lui è lui o è il killer? Ed è lui che ha ucciso David che lo aveva smascherato o il vero killer che si era finito un altro ancora? Tutti i nodi “semplici” della trama vengono alla fine brillantemente risolti. Rimangono due grandi quesiti: chi è Marcus e la risposta ad una domanda che viene posta ad un certo punto: "Il bene e il male sono innati in ognuno di noi, oppure dipendono dal percorso che ognuno compie nella propria vita?”. Sul primo ho un’idea. Sul secondo una certezza. Allora veniamo a due punti finali. La prima riguarda i penitenzieri. Ora, l’Istituto Vaticano fu fondato intorno al 1210 dal papa Innocenzo III per alleviarlo nel lavoro di dirimere tutti i casi dei penitenti che venivano a Roma per sgravarsi da peccati gravi ed ottenere indulgenze. Il primo penitenziere fu Nicola di Tuscolo, meglio conosciuto come Nicola de Romanis. Abile prelato, creato cardinale nel 1204, lavorò molto in Inghilterra per ricomporre l’allontanamento dalla Chiesa di Roma da parte di Giovanni Senzaterra (che ricordo era il fratello di Riccardo Cuor di Leone, a noi ben noti per le vicende di Robin Hood). Dopo 800 anni, la Penitenzieria è ancora in piedi, attualmente guidata dal cardinale Mauro Piacenza, anche se è stata rifondata dalla Costituzione Apostolica di Giovanni Paolo II del 1988, dedicandola unicamente alla concessione di assoluzioni e penitenze riservate alle decisioni del Pontefice.  L’altro punto maggiore del testo, è l’avermi trasportato in giro per Roma, tra luoghi ben noti ed altri meno, che cito un po’ alla rinfusa, ma con sincero affetto: il caffè della Pace, dietro piazza Navona, i dipinti del Caravaggio nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Villa Glori, la cappella di a San Raimondo di Peñafort all’interno della Basilica di Santa Maria sopra Minerva al Pantheon, nonché, ultimo ma non meno vicino ai miei giri romani, il Museo delle anime del Purgatorio nella sacrestia della Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio in Lungotevere Prati. Una passeggiata romana che consiglio vivamente di regalarsi. Per finire quindi, certo stiamo migliorando, ma per me, ad ora Carrisi rimane ancora un oggetto da decifrare. “Aveva imparato … che le case non mentono mai. Le persone, quando parlano di sé, sono capaci di crearsi intorno delle sovrastrutture a cui finiscono perfino per credere. Ma il luogo in cui scelgono di vivere, inevitabilmente, racconta tutto di loro.” (27)
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Il pazzo col bisturi
by Yasmina Khadra
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Senza via di scampo
by Georges Simenon
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Giornalismo culturale
by Alfonso Berardinelli
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L'indiziato
by Michael Robotham
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Il testamento del capitano Grandi
by Marco Dalla Torre
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L'affaire Moro
by Leonardo Sciascia
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Viaggi: finale in crescita - 08 mag 22
Ultimo volume dell’interessante collana delle letterature del Mondo. Ci sono stati alti e bassi, ma complessivamente fornisce una visione anche “non occidentale” sulla scrittura. Finiamo anche con una visione non banale su uno dei problemi attuali, scottanti ed ancora in corso: la guerra in Siria ed i problemi ad essa collegati; guerra civile iniziata dieci anni fa ed ancora in corso. Ma prima di entrare nella scrittura e nella trama, spendiamo un parola sulle righe di intestazione. Il libro viene dall’arabo, essendo araba e siriana l’autrice, uscito con il titolo “Porta della terra di Adamo”, significando un’entrata in un posto che poteva essere l’Eden (la Siria di un tempo), ora lacerata da una guerra infinita, che fa precipitare la Siria stessa verso un girone infernale. Ma non è questo il testo usato, che viene invece presa la traduzione inglese, che modificò il titolo in “L’attraversamento. Il mio viaggio nel cuore infranto della Siria”. Che è diverso, ma significativo del testo. In Italia viene tradotto il testo inglese e modificato il titolo con quello sopra indicato, che sottolinea i diversi passaggi di Samar in Siria, attraversando (crossing) la frontiera con la Turchia. Misteri ed economie editoriali. Samar era (è) una giornalista e scrittrice che dopo essere stata arrestata e detenuta per qualche mese dalla polizia segreta siriana nel 2011, riesce a fuggire dal paese e rifugiarsi a Parigi. Ma il suo cuore, la sua testa, tornano sempre al suo paese. Tanato che decide di documentare gli avvenimenti della guerra siriana, introducendosi illegalmente in Siria. Sono questi tre ingressi illegali che descrive qui, in questo reportage. I tre sconfinamenti avvengono attraverso il confine turco ad agosto 2012, febbraio 2013 e luglio 2013. La penna di Samar è dolente, ma ci fa comunque entrare in questo mondo devastato dalle battaglie. Ne narra, di battaglie. Ma ci parla anche della vita quotidiana, delle sofferenze che si vivono, della dura vita di tutti, ma in particolare lo strazio dei bambini, vittime innocenti di una guerra che alcuni di loro non hanno neanch visto nascere. Di quelli che non sanno (e forse non sapranno mai) quanto bello era il loro paese. Perché questo è uno degli strazi della guerra: la cultura, le opere d’arte, i paesaggi delicati e maestosi distrutti. Ogni passaggio verso la Siria è scandito dall’attraversamento del confine, dalla paura di essere presi, fermati, o dai turchi o dalle milizie di Assad. E noi con Samar, con il cuore in gola, corriamo verso gli amici che ci aspettano di là del confine. Per portarci a visitare le due città simbolo del nord della Siria: Sarageb e Kafranbel. Città che i ribelli al regime di Assad hanno liberato, e che sono costantemente prese di mira da bombardamenti e incursioni. Città dove si riuniscono color che avevano iniziato pacificamente le rivolte, con cortei e manifestazioni. Ma che, per difendere sé stessi e la vita dei propri cari, sono costretti ad imbracciare il fucile, a lottare, spesso, purtroppo, a morire. Questo l’altro aspetto terribile delle immagini che Samar ci restituisce. Non solo perché la rivoluzione pacifica si muta nella lotta armata. Ma soprattutto perché si inseriscono nelle pieghe della rivolta i miliziani jihadisti, con atteggiamenti sempre più estremisti. Samar ci mostra anche il progressivo mutare dei ribelli, che sempre più vengono da fuori, e sono sempre meno siriani. L’orrore delle pagine è tuttavia in quei momenti in cui si vedono i villaggi voler rimanere attaccati a quello che c’era. Le donne che preparano banchetti anche quando manca il cibo. Donne che per sostenersi si inventano nuovi lavori. I bambini che giocano sotto le bombe. Persone che, nonostante tutto, si amano anche in questi tempi terribili. Sono pagine dure, ma sono pagine che ci danno una speranza: quando tutto ciò finirà, ci sarà qualcuno non pronto a ricominciare, ma che ha già ricominciato. Manca un po’ un’analisi di motivi e situazioni attuali. Analisi non facile, ovvio, ma che avrebbe dato anche una prospettiva ragionata di uscita. Invece, alla fine, restiamo così, sapendo che le milizie islamiche stanno prendendo il sopravvento sui ribelli originari. E sapendo che anche ora, 6 anni dopo la scrittura, siamo ancora nel pieno della crisi. Quanto vorrei tornare a Damasco, a vedere la Grande Moschea e la cappella di San Giovanni Battista. Speranza che non morirà mai, comunque.
Giogio53
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Viaggi: finale in crescita - 08 mag 22
Ci stiamo avvicinando alle ultime letture della collana dedicata alla letteratura intorno al mondo. Letture che risultano sempre interessanti, anche quando non convincono in pieno. Qui siamo trasportati, come “letteratura” in Ruanda, anche se la scrittura è francese. Sia perché il paese è francofono (in quanto colonizzato dai belgi) sia, soprattutto, che l’autrice è fuggita dal Ruanda proprio alla fine del periodo narrato, e dopo varie vicissitudini, approda in Francia, dove vive tuttora in Normandia. La scrittrice, attingendo ai suoi ricordi, ci fa vivere i prodromi di quello che da lì a venti anni sarebbe passato alla storia come il “genocidio del Ruanda”, il massacro di 1 milione di persone in meno di quattro mesi, dovuto alla feroce lotta tra le due etnie locali, gli Hutu e i Tutsi. Una lotta, per chi non ne ha memoria, che veniva da lontano e, soprattutto, veniva dai guasti perpetrati dai colonizzatori europei. Fino alla Prima guerra mondiale la zona era sotto il controllo tedesco, ma, nelle varie spartizioni, divenne un mandato belga. Ed i belgi, per mantenere il potere, decisero di appoggiarsi alla minoranza Tutsi rispetto alla maggioranza Hutu, di modo che alimentarono una divisione fittizia tra le tribù. Ancor peggio fecero quarant’anni dopo, cambiando le carte in tavola, e favorendo gli Hutu, che rimasero al potere e lo consolidarono con l’indipendenza del 1962. Pur non essendo controllori, i belgi rimangono nel paese, in particolare con le missioni cristiane. Ed ottengono che tutta la vita pubblica sia governata dalle quote: il 10% di ogni cosa dove appartenere ai Tutsi, il resto agli Hutu. Si può capire come tutto ciò non abbia favorito la distensione, anzi. Un primo pogrom ci fu nel 1973, un altro nel 1994 (genocidio), ed altro ancora, se andate a vedere la storia locale. Mukasonga ci narra i fatti del ’73, dove lei, diciassettenne e Tutsi, era una collegiale. Ma a valle dei fatti, fugge in Burundi, e, come detto, poi in Francia. La storia viene vista seguendo i vari personaggi presenti nel liceo femminile “Nostra Signora del Nilo”, sorto vicino alle sorgenti del fiume, e dove si venera una statua di una Madonna nera. Come ricostruiamo dalla visita verso gli ultimi capitoli, dei reali del Belgio, il re Baldovino e la regina Fabiola, siamo appunto verso la fine del 1972. Ogni capitolo ci presenta la storia di una ragazza, ma noi ne seguiamo solo alcune, cui i preti davano, all’arrivo al liceo, nomi occidentali, quasi a voler strappare le loro radici. Ci sono le uniche studentesse Tutsi, Veronica e Virginia. La prima morirà violentata durante i tumulti, mentre Virginia viene salvata perché un vecchio santone convince lei e gli hutu che ragionano, che lei è l’incarnazione di una lontana regina che unificò il paese. C’è soprattutto il “genio del potere”, Gloriosa, ferocemente anti-tutsi, che si inventa una aggressione da parte dei Tutsi, da cui avrà vita tutta una serie di cattive azioni che sfoceranno nelle violenze che conosciamo. E poi c’è Goretti (quella si Santa Maria) l’antagonista di Gloriosa, anche lei hutu, ma interessata soprattutto ai gorilla che vivono nel nord del paese. E Frida, quella innamorata di un losco ambasciatore che la metterà incinta, e che morirà di parto. E Modesta, un mezzosangue che non sa da che parte stare. E Immacolata, che sembra pensare solo ai vestiti, ma che troverà il modo di salvare Virginia. Una parte non brillante hanno poi i prelati e le suore, in particolare padre Herménégilde, più che altro teso a concupire le alunne. Ma è tutto l’impianto che grida contro i bianchi colonizzatori. E contro gli Hutu prevaricatori. Ci sono tante piccole storie, laddove la scrittrice, cominciando dai piccoli fatti quotidiani, e dalle piccole beghe, ci fa vivere l’escalation della violenza. Che rimane un punto forte della narrazione, anche se io ho gustato meglio “le piccole cose di pessimo gusto”, come direbbe Gozzano. I mercati, i guaritori, la “donna che comanda la pioggia”, i contrasti tra cibo occidentale e cibo locale. Questi sono i punti migliori, anche perché, alla fine, più che la scrittura, rimane la storia sottesa e futura. Un orrore che non si dimentica, e di cui, qui, vediamo i germogli, in un altro capitolo di quello che, con Hannah Arendt, continueremo a chiamare “la banalità del male”.
Giogio53
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Viaggi: finale in crescita - 08 mag 22
Se la memoria ed i miei appunti non mi ingannano, credo sia il primo libro tradotto dal persiano che entra nella mia biblioteca. Infatti, l’altro libro ambientato in Iran che ho letto, quello di Nazar Afisi venne scritto in inglese. Qui inoltre abbiamo un punto in più da tenere in considerazione. L’autrice, infatti, non è una scrittrice qualsiasi, bensì una donna, avvocato per i diritti umani, nonché Premio Nobel per la pace nel 2003. Ebadi si è sempre battuta per un corretto vivere, nel proprio paese, e ovunque nel mondo, pur rimanendo sempre all’interno del perimetro islamico di riferimento. Proveniente da famiglia benestante, si laurea in Giurisprudenza, divenendo magistrato nel 1969 e ricoprendo, prima donna nel mondo islamico, il ruolo di giudice dal 1975 al 1979. Con la rivoluzione khomeinista, come tutte le donne in Iran, è costretta a lasciare il proprio posto, limitandosi ad attività marginali ed alla scrittura di libri. Solo nel 1992 ottiene l’autorizzazione a riprendere il ruolo di avvocato, sempre battendosi per i diritti civili. Anche con il Nobel non finiscono le persecuzioni nei suoi confronti, fino a mettere a repentaglio la vita sua e della sua famiglia. Così che dal 2009 vive in esilio a Londra. Questo scritto, in gran parte anche autobiografico, attraverso la descrizione della vita di una famiglia molto amica della famiglia Ebadi, cerca di spezzare un’ulteriore lancia per una liberalizzazione del regime iraniano, lasciando a noi tristezza e sconforto per quanto poteva essere e non è stato. Non a caso, il sottotitolo italiano recita “Tre fratelli nell’incubo della rivoluzione iraniana”. Quindi, mentre vediamo Shirin entrare ed uscire dal testo, quello che ci preme seguire, quello che lei ci invita a seguire, è la storia dei tre fratelli e della loro sorella, figli di Hussein e Simin, amici di famiglia di Muhammed Alì Ebadi. Il più anziano è Abbas, nato nel ’40. Poi nel ’47 nasci Parì, l’amica del cuore di Shirin, e nel ’50 Javad. Solo a metà degli anni ’50 nasce infine Ali. Ovvio che la vita delle famiglie iraniane si intrecci con l’evoluzione della situazione locale negli anni. L’avvento dello scià Mohammad Reza Pahlavi, ed il suo tentativo di modernizzazione, sotto l’impulso occidentale (o sotto il protettorato anglo-americano). La repressione dopo la caduta di Mohammad Mossadeq. La crisi che porta al ritorno in patria ed al governo religioso di Khomeini. La morte dell’ayatollah e le successive ondate di repressione e di pseudo-liberalizzazione con Rafsanjāni, con Khātami, con Ahmadinejad. Abbas, il maggiore, frequenta l’élite vicina allo shah, ne rimane infatuato, e decide di intraprendere la carriera militare. Rimarrà sull’onda, monarchico fino alla fine. Travolto dalla rivoluzione fuggirà in America dai figli, dove, caduti tutti i suoi ideali, deciderà di porre fine alla sua vita. Javad, curioso ed intraprendente sin da piccolo, si avvicinerà al partito comunista, diventerà un sostenitore non violento delle liberalizzazioni. Sarà però travolto anche lui dalle ondate repressive, entrando e uscendo dal carcere, fino a finire giustiziato senza motivi apparenti. Ali, il piccolo, si avvicina ai fondamentalisti islamici, ai mullah, si fa crescere la barba, parteciperà alla guerra contro l’Iraq. Ma poi sarà deluso dalla deriva iraniana, fugge a Parigi, dove tuttavia sarà raggiunto dai servizi segreti iraniani all’estero, e ucciso. Ebadi ci racconta il tutto dal suo punto di vista moderato ma liberale su tutta la vicenda. Non ha mai una posizione apertamente ribelle, ma, in nome della giustizia, non smetterà mai, nel libro come nella vita, di battersi per i diritti. Accetterà tutti i compromessi accettabili. Fino a che non sarà più possibile. E ci racconta insieme a tutto ciò il modo di vivere, l’evolversi del modo di vivere iraniano nel corso degli anni. Le feste, i pranzi, le riunioni con gli amici, le partite di backgammon, il gioco principe degli iraniani. Forse è proprio questa normalità, contrastando con la barbaria montante, che ci rende dolorosa la lettura del libro. Che ci fa infuriare, purtroppo senza molte possibilità di replica, di lavorare attivamente per cambiare. Alla fine, viene meglio riferirsi al sottotitolo inglese, che invece di quello sopra riportato, proclamava in ex ergo: “Tre fratelli, tre scelte, un destino”. Da leggere.
Giogio53
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Viaggi: finale in crescita - 08 mag 22
Pur avendo letto abbastanza di letterature giapponese, in fondo, ad ora, mi rimangono in testa solo Banana Yoshimoto e Haruki Murakami. Se vedete nelle mie scritture, vedrete invece che questo è il trentesimo libro tradotto dal giapponese di cui parlo. Certo, solo l’1% delle mie letture, ma è mediamente un risultato rilevante. Mitsuyo è una (relativamente) giovane scrittrice, poco più che cinquantenne, ed è ben conosciuta in patria. Libri, premi, trasposizioni cinematografiche, vita familiare sotto i riflettori (il primo marito scrittore anche lui, il secondo musicista). Ma soprattutto, per me, una scrittura che mi riporta al Giappone che ho imparato a conoscere, dal mio mentore atletico Marco alle visite ben gradite in quel lontano paese. Perché è veramente, anche se non mi convince del tutto, un libro pieno di “giapponesità”. Dai rapporti tra le persone, ai rapporti tra queste e le cose, dalle città grandi (Tokyo, Osaka) a quelle piccole e medie (Nagasaki, Hiroshima, o la prefettura di Gunna, dove si svolge parte della vicenda, 200 km a nord di Tokyo). La parte meno “mia” di tutta la storia è l’irrisolutezza che alla fine prende i protagonisti delle vicende nipponiche. Forse è un marchio di fabbrica anch’esso del loro modo di scrivere e di presentare i fatti: lasciare ampie zone d’ombra, dove il lettore può continuare le storie, e farle evolvere secondo il proprio gusto. Non è sbagliato, ma non sempre porta risultati buoni. Qui, seppur con alcuni punti fermi, alla fine rimangono indecisioni e possibilità forse troppo ampie. Anche se, e devo confessarlo pur avendolo letto con una insolita lentezza, non è un libro che mi è dispiaciuto. Forse avrei preferito qualche dinamismo in più. Ma questo è il Giappone. Altro punto controverso, ma solo per la mia quasi nulla conoscenza del giapponese, è il titolo che a volte viene tradotto come sopra, altre come “Lei dell’altra sponda”. Non so quale sia corretto, certo, il secondo getterebbe una luce, non so se corretta o forzata, su parte della vicenda. Ma anche tradotto così, io immagino solo una persona che ne guarda un’altra “oltre fiume”, ognuna con la propria vita che si incrocia solo guardandosi, e scorrendo altrove. La storia poi si sviluppa su due piani temporali distinti. Nei capitoli dispari seguiamo l’evolversi della vita di Sayoko, trentacinquenne moglie di un indisponente Shujii e madre della piccola Akari, tre anni. Lei, introversa e solitaria, indispettita dalle ossessive dinamiche delle madri sue coetanee, pensa di rompere quel circolo opprimente (aggravato da una suocera tradizionalista e assai poco simpatica) trovando un lavoro. Che troverà, dopo molta fatica, solo nell’agenzia multiservizi di Aoi. Strana agenzia, che si occupa di viaggi e pulizia, dove Sayoko si farà il suo spazio come donna delle pulizie. Ma dove, soprattutto, entrerà in contatto con Aoi. Nei capitoli pari, infatti, seguiamo invece la vicenda di Aoi al passato, cioè nella giovinezza di questa signorina, coetanea di Sayoko. Della sua incapacità di rapportarsi alle sue compagne di liceo, finché non trova una sponda in Nanako. Ragazza dallo spirito libero, che coinvolgerà nella smania di indipendenza Aoi, dove le due daranno vita ad una piccola ribellione, che non finirà certo bene, e che lascerà Nanako in un limbo che non scopriremo mai, ed Aoi in una vita piena sì di successi, ma dall’inconsistente risultato. Aoi sarà sempre pronta a buttarsi in nuove avventure, senza mai trovare un punto fermo nella sua vita. L’incontro fra le due ragazze problematiche potrà portare entrambe a nuova vita, a nuovi slanci, a trovare un senso a tutto ciò. Ma, da brava giapponese, Mitsuyo lascia a noi il compito di pensare come andrà (e se andrà) avanti il loro rapporto, la loro amicizia. Con qualcosa in più? Non viene detto, ed in fondo ci interessa poco. Il nodo centrale, quindi, è l’amicizia femminile, ma soprattutto i sogni e la propria crescita. Perché tentare di esaudire i propri sogni è forse una delle vie per arrivare alla felicità. Non certo fuggire dalle situazioni, non affrontarle. Fuggire è facile e adolescenziale. Più complicata è restare a guardare la realtà, ed affrontarla. Ma, per tornare al testo e chiudere, è il dualismo l’elemento trainante delle parole di Mitsuyo. Da un lato Sayoko, madre, moglie insoddisfatta, con un forte desiderio di libertà. Sull’altra sponda, una donna che non dipende da nessuno, che cade, ma si rialza sempre, e sempre più forte. L’incontro-scontro tra questi due mondi, porterà a comprendere, a loro ed a noi, la giusta priorità dei nostri desideri. E delle cose da affrontare e realizzare.
Giogio53
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Viaggi: finale in crescita - 08 mag 22
Al termine de “las bodas andaluzas”, mi ritrovai, non in una selva oscura, ma in una spiaggia assolata, avendo letto tutti i libri che mi ero portato di scorta. Fortunatamente, trovai una rigogliosa libreria, dove, al termine di una ricerca serrata, scelsi questo libro per terminare il viaggio. Una scelta fortuita, ma casualmente fortunata. Ho così incontrato questa scrittrice spagnola, che non conoscevo, prolifica autrice ben nota in patria per le sue scritture e per l’attività pluriennale nel giornalismo. Ma ho anche incontrato il personaggio storico al centro del romanzo, che, sfortunatamente sino ad ora, conoscevo solo di nome e per le sue scoperte: Maria Salomea Skłodowska, più conosciuta come Marie Curie. Perché questo è un libro dalla strana costruzione. Una biografia di alcuni caposaldi della vita di Madame Curie, intrecciata a momenti e dolori della vita stessa di Rosa Montero. Una scrittura intrecciata, che fa risaltare, oltre la figura della scienziata, anche i suoi momenti privati. Così come si illuminano i momenti intensi del dolore di Rosa. Una sensazione di dolenza, che, come dice la frase in fondo, la pena del dolore cambia se si riesce a viverla. Il libro nasce quasi da una concomitanza inaspettata, e di certo non voluta. Nel 2009 muore il compagno di una vita di Rosa, marito, esperto di piante, innamorati oltre il descrivibile. Mentre lotta con il suo dolore, un’editrice le propone di scrivere una prefazione ad un breve diario di Marie Curie, dove lei scrisse i suoi sentimenti privati per un anno dopo la morte per incidente del marito Pierre. Le due morti convergono in un sentimento di ripercorrere mondi e sensazioni, parlando del suo compagno, ma anche di arte, letteratura, vita in genere. Sentimenti che ritrova ripercorrendo la vita accidentata di Marie, dall’infanzia polacca, alla maturità e alla gloria, ma anche all’ostracismo scientifico per le sue scelte private. La vita di Marie ci viene mostrata a sprazzi, a bozzetti. L’infanzia polacca, il tracollo economico paterno, il lavoro di istitutrice per pagarsi gli studi, la fortuna che la sorella si sposa a Parigi, dove Marie la raggiunge. Dove può riprendere a studiare, dove si laurea. Dove più che altro incontra la sua anima gemella. Il fisico Pierre Curie, di dieci anni più grande. Si innamorano, si sposano fanno due figlie. Ma più che altro lavorano alla ricerca nel campo delle radiazioni. In situazioni non certo ottimali. Tanto che vengono bombardati dalle radiazioni delle loro scoperte. Tanto che Pierre era già messo male, e pare non sarebbe vissuto a lungo. Tanto che Marie morirà a soli 67 anni. Pur essendo una famiglia longeva, tanto che la figlia Eva, l’unica che non si occuperà di scienza, arriverà a 102 anni. Poi ci sono i riconoscimenti. Il Nobel in fisica con Pierre e Antoine Henri Becquerel nel 1903. Poi quello in chimica, da sola, nel 1911. Unica donna ad aver avuto due Premi Nobel nel campo scientifico. Una spigolatura sul primo premio. Gli Accademici svedesi volevano darlo solo ai due maschi. Ma Pierre si impuntò sui meriti di Marie, che fu nominata. Tuttavia, il premio economico venne diviso in due e non in tre. Quanta strada dovevano fare le donne! E tanta anche per il secondo Nobel. Che in quello Marie intrecciò una relazione con il collega Paul Langevin. Lei era libera, vedova. Ma Paul era sposato e con quattro figli. Scandalo! Tanto che i soloni del Nobel volevano toglierglielo. Quello che però più mi ha preso e coinvolto è il parallelo tra le due morti. Ci sono pagine di Rosa e Pablo che mostrano un amore ed un dolore di altezza himalaiane. Ci sono le pagine del diario di Marie che ce ne mostrano lo sgomento, il passaggio di vita che la vita cambia. I coniugi Curie sono in campagna, per le vacanze di Pasqua. Pierre gioca con le figlie, poi litiga con la cameriera che vorrebbe un aumento. Nervoso, Pierre torna a Parigi per lavorare, poi esce con i colleghi per pranzo. Piove, Pierre è anche provato dalle radiazioni, scivola sul bagnato, viene travolto da un carro e muore. Marie è casa ignara (è il 1906, niente telefoni ancora). Poi arrivano i colleghi del marito con il corpo esanime di Pierre. “Pierre è morto, che avevo visto uscire questa mattina, che mi aspettavo di stringere tra le braccia nel pomeriggio, che tornerò a vederlo solo morto, ed è finita, per sempre.” Due righe secche, che portano una montagna di riflessioni per tutta la vita. Il libro è pieno anche di altro, di rapporti, di riflessioni sul ruolo delle donne, sulla malattia e sul dolore, sulla vecchiaia. Ed è bello anche per questo, ma non per questo mi è stato caro nel ritorno in Italia, nel riprendere i gesti quotidiani, nell’impostare una nuova parte della mia vita. Mi ha fatto riflettere, sul mio io attuale, e sui rapporti tra il sé e gli altri. Una bella riflessione, che però ha altri spazi di sviluppo. Qui si parla, soprattutto, di letteratura. E di una brava scrittrice. Rosa Montero. “Lo expresó muy bien Ferdinando Pessoa: ‘La literatura, como el arte en general, es la demostración de que la vida no basta’. No basta, no. Por eso estoy redactando este libro. Por eso lo estás leyendo.” (32) [Ferdinando Pessoa lo ha espresso molto bene: “La letteratura, come l'arte in generale, è la dimostrazione che la vita non basta”. Non basta, no. Ecco perché sto scrivendo questo libro. Ecco perché lo stai leggendo.] “La muerte forma parte de la vida y es parte del relato de una vida ... Para vivir tenemos que narranos.” (116) [La morte fa parte della vita ed è parte della storia di una vita... Per vivere bisogna narrarcela.] “La pena es pura y sagrada, y hasta en la muerte puede haber belleza, si sabemos vivirla.” (172) [Il dolore è puro e sacro, e anche nella morte può esserci bellezza, se sappiamo viverla.]
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Boccamurata
by Simonetta Agnello Hornby
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Viaggi deludenti - 01 mag 22
La letteratura indonesiana ha due grosse difficoltà per arrivare in occidente: non ha una lingua stabile, essendo l’Indonesia la culla di due scritture linguistiche, indonesiano e malese, ed è, come molte scritture asiatiche molto legata al territorio, quindi anche di difficile interpretazione. Per queto ho accolto con interesse questo primo testo locale, sperando di riuscire ad entrare in quel mondo. Purtroppo, un’operazione non riuscita. Il primo motivo deriva dalla collocazione del testo, da parte dei curatori delle edizioni di Repubblica, in una collana NOIR. Certo, il testo inizia con un morto, e ci si domanda le motivazioni dell’omicidio, visto che sappiamo anche subito chi è l’assassino. Ma tutto il testo serve ad entrare nel mondo, un testo pieno di risvolti psicologici ed ambientali. Così che, una volta letto, l’ho collocato e ne parlo come un testo non di genere, ma di letteratura, nella sezione dedicate alla scrittura maschile d’autore. Comunque, Eka Kurniawan è di sicuro un interessante inizio per approdare in Indonesia. È infatti, considerato uno dei nuovi scrittori di punta, erede dell’ancestrale tradizione locale. Sono stati anche scomodati paragoni scomodi per la sua scrittura, che senz’altro si inscrive nel mondo del “realismo magico”. È infine il primo scrittore indonesiano ad essere inserito nella rosa dei pretendenti al “Man Booker International Prize”. È anche giovane (41 anni), si occupa di letteratura ad ampio raggio (scrittura, ma anche fumetti, saggi, giornalismo). Tutte premesse interessanti. Non proprio mantenute in questo romanzo. Forse anche per il mio approccio poco sintonico con il realismo magico (di tipo sudamericano) e di sicuro poco conoscitore dell’Indonesia (dove non sono ancora stato). Mi ha ricordato, pur nella diversità, uno dei più brutti (per me) ma più acclamati (dalla critica) tra i film asiatici: “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”. Ma veniamo al testo. Che, come detto, si apre con l’omicidio di un incallito donnaiolo, Anwar Sadat, perpetrato da Margio, un ventenne in realtà assai disturbato. Quindi siamo già nella psicologia: sappiamo chi muore, sappiamo chi uccide, ma perché? Ci vorranno quasi duecento pagine per capirlo. Intanto, inusuale è anche la modalità della morte: Margio morde al collo Anwar, fino a tranciargli la trachea, e farlo morire dissanguato. Una modalità propria delle tigri, che tanto popolano tutta la zona, rurale, dove si svolge il dramma. Allora, da qui parte da un lato tutta una descrizione sulla storia dei rapporti tra uomini e tigri. Ci si narra che nel villaggio tutti avevano la propria tigre. Il nonno di Margio l’aveva ereditata da suo padre, e questi da suo padre, e così via all’indietro. Ma bisognava avere caratteristiche di correttezza (non dico di bontà) per entrare in sintonia con le tigri. Che, secondo il mito locale, sono esseri superiori che si offendono se l’uomo non le rispetta. Per questo il padre di Margio era stato saltato. Padre manesco e indisponente. Qui parte anche tutta un’analisi dei rapporti tra padre e figlio (duri e irrisolvibili), con la madre a fare da capro espiatorio, se non quando trova delle piccole scappatoie che non vi narro. Poi c’è la famiglia di Anwar, con le sue tre figlie femmine, la cui ultima, studentessa nella grande città, è innamorata di Margio, e forse ricambiata. Ma veniamo anche a contatto con il brutale machismo di Anwar, che soggioga molte femmine del villaggio, per i suoi appetiti. Senza tuttavia, mai amarne uno. È tutta una descrizione, allora, degli usi e costumi indonesiani, con le loro leggende, la magia, le influenze naturali e soprannaturali. Entrando così in ballo i vari personaggi locali, di cui leggiamo, m di cui non divento mai realmente partecipe. Comunque, passo dopo passo, arriveremo anche all’agnizione finale, ed a capire i motivi del gesto di Margio, lui che aveva ereditato la tigre dal nonno, la tigre bianca che aveva saltato il padre. Il tentativo di Kurniawan è denunciare il mondo chiuso e sorpassato della famiglia tradizionale (rurale) indonesiano, lanciando contemporaneamente strali alla schizofrenica società contemporanea (urbana). Questa distrugge quella, mentre dovrebbero trovare una sintesi per convivere. Un po’ quanto denunciato per il Congo da Bofane. Ma è un tentativo che intuisco, ma che mi ha lasciato alquanto freddo nei risultati che prova a raggiungere.
Giogio53
Giogio53 wrote a review
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Viaggi deludenti - 01 mag 22
Nel giro del mondo tra i libri, approdiamo ora in un luogo ancora poco se non per nulla, frequentato, Haiti. Con uno scrittore molto conosciuto in patria, soprattutto per le sue prese di posizione politica. Trouillot, scrittore in una famiglia di scrittori ed intellettuali, ha da sempre lottato per i diritti umani, si è ferocemente opposto ed esposto contro la dittatura di Duvalier, e si è da sempre battuto contro le sette evangeliche che hanno colonizzato la sua isola. Detto quindi quanto di buono ci si può aspettare dall’autore, devo dire che questo suo agile libretto mi ha poco convinto. C’è una trama, c’è il dramma visto dagli occhi di un bambino, Colin, il protagonista principale. Ma il testo non prende mai il volo, non ti trascina nelle strade di Port-au-Prince. Rimani lì, a guardare il film che si sta svolgendo sotto i tuoi occhi, ti dispiace un po’ se le cose non vanno bene, fai anche un po’ il tifo per i “buoni”. Tuttavia, finita la lettura, passa tutto altrove, e poco resta nella memoria. Comunque, il problema principale dello scritto è proprio la scelta del protagonista che parla in prima persona, descrivendo i fatti (e questo lo fa con l’occhio del bambino) e poi lasciandosi andare a considerazioni che di certo sarebbero state meglio pronunciate da qualcun altro, foss’anche la sorella di Colin, Mariéla. La storia, in ogni caso, affonda le radici nel mondo povero e quasi senza speranza, dei derelitti di Haiti, di queste famiglie che vivono nelle periferie degradate di una città, di un paese già di per sé, molto a rischio di povertà e malaffare. La storia della famiglia di Colin e Mariéla deve essere vista dall’alto. Inizia con la nonna, Man Yvonne (Man sta per Madame in creolo) che per qualche motivo che Colin non riesce a spiegare, emigra in Florida, dove le viene versata un decente pensione che le consente di vivere in America e di mandare, periodicamente, i soldi alla famiglia del figlio Corazón. Questi era stato sempre scioccato dalla scomparsa del padre, era stato sempre, fin da piccolo, una persona violenta, tanto che, per incanalare al sua rabbia, si era dedicato alla boxe. O almeno, questo è quello che dice, dopo essere ritornato da una discreta assenza, seduto al tavolino davanti casa, quando si ubriaca insieme al postino. Lavora in un’officina meccanica, ma Colin scopre che non è un meccanico, ma solo un uomo di fatica, anche lì maltrattato e bistrattato. L’unica cosa che fa è intercettare i soldi che manda Man Yvonne, e spenderli tutti in colossi bevute. Bevute valle delle quali l’unico suo sfogo è maltrattare, picchiare, insomma fare tutto il male possibile alla moglie Josephine. Lei che lo ha sposato per puro amore, e che ancora, nonostante tutto lo difende, anche quando viene riempita di botte. Inciso: questa parta, quando si parla del rifiuto di Josephine di riconoscere il cattivo comportamento del marito, andrebbe presa e discussa in tutti i femminicidi cui assistiamo; bisogna riuscire ad entrare in questo tipo di deriva psicologica. A fronte dell’ennesimo accanimento di Corazón su Josephine, Colin e Mariéla si ribellano e per fermare il padre, lo colpiscono con una chiave inglese. Corazón muore ed i due scappano. In realtà è da qui che comincia il racconto e tutto il resto avviene in retrospettiva nei ricordi di Colin. I due fuggono, hanno una loro giornata di libertà. Incontrano i loro amici, Colin ne rievoca i trascorsi. Conosciamo così anche altri abitanti della bidonville: Johnny Bla-bla, cosiddetto per la balbuzie, e Maynard il ciccione, ovvio il riferimento corporale. Di piccola poesia i pochi momenti di libertà dei due fratelli, con l’attardarsi dei due nella piazza degli Eroi, dove si trovano le statue dei fondatori del paese, come Toussaint Louverture. I nostri sono figli di quegli eroi, ma senza eroismo. In ogni caso, la notizia della morte si diffonde presto, i due vengono riconosciuti, inseguiti, presi, separati, avviandoci ad un finale da leggere anche se non è quello che risalta. Rimane la povertà, l’inutilità della ribellione, e tante parole. Ma nessuna, purtroppo, fa breccia nella nostra testa, rimanendo un buon esempio di letteratura altra, senza salire troppo nel mio personale gradimento. Rimane anche la voglia, prima o poi, di visitare anche Haiti.
Giogio53
Giogio53 wrote a review
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Viaggi deludenti - 01 mag 22
Ecco che torniamo ancora in Sud America, con una lettura del mondo argentino. Un mondo per me sempre legato a Borges ed ai suoi epigoni, fino a Cortazar e Manuel Puig. Per cui con interesse mi sono immerso nella lettura di un autore giovane, e soprattutto poco noto, e non solo a me. Rilevo subito, oltre la difficoltà della scrittura, il fatto che questo libro è il terzo volume di una trilogia (chiamata in patria la “Trilogia della pampa”), dove prima di questo libro Ronsino pubblica “La descomposición” e “Glaxo”. Ci sono spesso rimandi e richiami, tanto che il libro a volte sembra perdersi in ricordi di altro. Rilevo poi in seconda battuta che il titolo italiano che si riferisce ad un albero (presenza latente, anche in immagini, ripetute identiche ad ogni capitolo) è leggermente (ironia) diverso dallo spagnolo originario che, come riportato, si chiama “Lumbre” (che ha a che vedere con il fuoco e con il focolare). Attraverso la trilogia, Ronsino ripensa alle proprie radici, alla propria storia, trasponendosi nell’identità del poeta Federico Souza, facendolo leggermente più anziano (il poeta ha 53 anni, mentre lo scrittore, quando pone mano al romanzo ne ha 38). Ma costruendogli intorno una cosmogonia simile alla propria. A cominciare dal luogo natio, la cittadina di Chivilcoy, posta circa 180 km a nord di Buenos Aires, e raggiungibile dalla capitale in un paio di ore. Souza vive a Baires, nel quartiere di San Telmo (che ben ricordo, un po’ degradato, ma con un mercatino molto carino nella piazza principale), insieme ad una fotografa canadese, Helene, con cui cerca di parlare per tutto il romanzo, senza riuscirci. Perché Federico torna a Chivilcoy richiamato dal padre, conosciuto da tutti come il Vecchio, inseguito alla morte di un lor conoscente, Fernando Lerù, detto “Pajarito” da quando, giovane, la sua testa fu paragonata ad un uccellino. Lerù ha lasciato a Federico, in eredità, una vacca, anche se non è ben chiaro se la stessa sia mai stata del Pajarito, o fu da questi rubata al Negrito Soza. Fatto sta che Federico arriva a Chivilcoy, va a vivere dal padre, e lì passa tre giorni di rimembranze, dal 2 al 4 marzo 2002. Dato importante, questo dei giorni, perché, come bolle di memoria, si dipartono da quelli ricordi e avvenimenti di tanti strani personaggi che hanno popolato la cittadina. Mescolando, quindi, realtà e finzione. Abbiamo realtà nel ricordo dell’uccisione del poeta Carlos Ortiz, avvenuta il 3 marzo 1910, per mano di sicari al soldo del boss locale, che volevano impedire riunioni di politici ed intellettuali, al fine di spingere il boss alle massime cariche cittadine. Peccato ci scappi il morto. E da quel morto, Federico ricorda storie narrate dal padre, come la realizzazione di un film, con attori locali, dedicato alla memoria di Ortiz. Film realmente girato colà, nel 1946, per la regia di Ignacio Tankel (Tankelevich il vero nome) e sceneggiato dal locale insegnante di lettere, il poi ben noto Julio Cortázar (nel libro divenuto Julio Denis). E dal film riappaiono le strane figure della professoressa Ravignani e del bidello Elvio Mangusi, di cui vi lascio leggere le storie. Poi vengono altre bolle. la stirpe degli Areco, i poveri della città, di cui non si conosce il vero nome, e tutti vengono chiamati con il cognome, e dove Federico si fa amico del più giovane, e con lui si immerge nelle gare di nuoto, dove non vinceranno mai, ma saranno sodali, per poi perdersi e non trovarsi, tanto che, incontrandosi, non si riconoscono. O quella del ciclista Carlos Luna che fece il giro della città per cinque giorni senza mai scendere dalla bici, immortalandosi in un record singolare quanto bistrattato. Altri se ne incontrano, anche per un’intervista che il nostro registra per la tv locale, e che gli dà ulteriore visibilità. Che gli permette di confrontarsi con sé stesso, ma anche con suo padre, le sue bugie, le sue storie strane. Un dato caratteristico ed emblematico è un documentario che vede in televisione, da cui riprende la frase che riporto, e che ogni trenta- quaranta pagine, riporta di nuovo e di nuovo. Questa dà una delle cifre del racconto. L’altra, ed è la più difficile, è la forte localizzazione del testo. Il romanzo è molto argentino, pieno di rimandi anche alla storia patria ed alla letteratura (i libri di Sarmiento, il colonnello Borges, Belgrano, Urquiza, e tanti altri), che a me rimandano a strade locali, ma che, probabilmente hanno altro impatto verso i sudamericani. Alla fine, troppo interno risulta il tessuto del romanzo. Non vola, e soprattutto, non prende e porta in giro per le memorie. Non mi ci sono ritrovato, impiegando molta fatica a girare le pur non molte pagine. Speriamo di leggere di meglio. “Ogni pezzo di muro di questa città si porta addosso, come una pelle, le tracce della mia storia.” (frasi citata più volte, 13 la prima, 143 l’ultima)