Manuela Mazzi
279

Reviews

1

Quotation

3

Notes

Manuela Mazzi

Trovi tutto qui: manuelamazzi.com

Locarno, Switzerland

Anobian since Jun 15, 2008

48Following82Followers

Manuela Mazzi's Activity

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)(*)( )
«Un’altra sfumatura del nero»
«Mi chiamo Malvasia, come tutti.» No, non è una citazione tratta dall’ultimo romanzo di Gilda Policastro («La parte di Malvasia», 2021, La nave di Teseo editore) ma la parafrasi di un noto incipit di Walter Siti che, secondo me, riassume bene questo romanzo spacciato per «giallo» da una fascetta esterna a firma di Maurizio de Giovanni. Già! Un giallo, scritto da una stimata critica letteraria e poetessa appartenente al gotha della Repubblica delle lettere. Così si chiacchiera un po’ ovunque nella rete. Si vocifera che potrebbe trattarsi di un gioco di comunicazione, di un divertissement dell’editore, per ampliare il target dei lettori, per raggiungere anche gli appassionati del genere «Giallo», marcatura dalla quale, tuttavia, la stessa autrice, Gilda Policastro, ha cercato e cerca di difendere la propria opera (così durante alcune presentazioni), negando sin dalle prime battute qualsiasi reale attinenza con questo genere. E a ragion veduta: «La parte di Malvasia» NON è assolutamente un giallo (e dicendolo sono certa di incontrare il favore dell’autrice). Ma il punto è che nemmeno viene davvero spacciato per tale, bensì per: «Un’altra sfumatura del nero» (secondo la fascetta), che è esattamente quel che avrei detto io per definire quanto ho letto! (E qui sono certa di non incontrare il favore dell’autrice: sorry). Un’altra sfumatura del noir, si diceva, resa, come aggiunge de Giovanni, con «…una scrittura affilata e acuta come un coltello nel cuore». LA TRAMA Dunque? Di che cosa parla questo libro? Per fare il suo gioco dovrei far partire la storia come parte nel romanzo stesso, e troncarla subito dopo, ovvero dovrei dirvi che come capita in molti gialli (l’attacco sì, simula di esserlo, «il misterioso omicidio della straniera», nascondendo dunque la sua natura noir) con la scomparsa di una donna, Malvasia, peraltro sconosciuta ai più, arrivata da poco nel quartiere, non si sa da dove; siamo nel 2018. Ad accertarne la morte – presumibilmente violenta e avvenuta per mano di terzi – saranno il commissario Arena e l’aiutante Gippo, che faranno anche partire una sorta di indagine. Stop. Da qui in poi (a pagina 43 già si chiarisce il meccanismo) il giallo perde del tutto i topos del genere, per assumere a pieno titolo quelli del noir, pur fornendone una sfumatura ancora più psicologica, e una pasta letteraria, che non inquieta, ma disorienta assai, mantenendo così la tensione narrativa che si gioca tutta sulla curiosità del lettore portato a girare le pagine per orientarsi, per capirci sempre qualcosa di più. OLTRELATRAMA La premessa è d’obbligo, per un po’ di anni ho bazzicato la bolla dei cosiddetti «giallisti». Ho scritto «gialli», ma anche thriller e spy story, mentre non ho mai scritto un noir. Non ancora. Ma non è questo il punto. Il punto è che se uno si mette a studiare un po’ questa materia, sa perfettamente che un giallo non è nel modo più assoluto confrontabile o associabile al noir. Certo, per alcuni sono solo variazioni di una stessa specie, ma per chi è appassionato le differenze sono tali da determinare in un certo senso generi diversi, come lo sono il fantasy e la fantascienza, per intenderci. Infatti, il giallo si dà quando è messa in scena un’investigazione vera e propria (molte volte con tanto di commissari e investigatori), che sia per scoprire il colpevole o semplicemente per dimostrarne la colpa. Spesso (non necessariamente sempre) ne consegue un arresto. In somma: il classico. E non esiste che un de Giovanni, o qualsiasi altro del mestiere, possa confondere «La parte di Malvasia» per un giallo! I Thriller, per dire, devono avere una componente di azione esagerata, sopra le righe, all’americana, con sparatorie, forze armate, corse rocambolesche. Ai noir pertengono invece quei testi che esplorano il male, spesso mettendo in scena i drammi psicologici dei personaggi, non necessariamente solo quelli degli assassini, o esplorano la profondità interiore delle vittime, dove deve annidarsi un male inquietante. Nei noir l’investigazione interessa poco o niente, se non per far sentire la paura del braccato (se è il caso). Nei noir il protagonista è il male. Non l’investigazione, non l’azione, non la teoria legale, non l’aspetto moralistico, no, il male estratto dalle sue pieghe più dolorose e vomitato nelle pagine. E se «La parte di Malvasia» non è una sfumatura del noir, cioè un modo per esplorare il male, a partire da un reale o presunto crimine, allora non so quale altro libro potrebbe esserlo. Che di male, questo romanzo ne dice assai, basti il riferimento a chi fa la parte del morto, che sarebbe la morte (pag. 120). O l’introduzione del tema già esplorato anche da Giulio Mozzi nel suo «Le ripetizioni»: «…il prete sostiene che il male non sia solo uccidere, rubare, ma anche il contrario del bene, l’apatia morale»; o ancora: «Amina crede che quel prurito di cose sbagliate o proibite sia la vita. Il resto è ripetizione, obblighi, rotture di cazzo». Alla questione di genere, si è detto per altri versi, è anche legato il tema: il maschile e il femminile, la lotta interna tra questi mondi che coabitati generano fratture non di poco conto. Ma non voglio dilungarmi troppo su questo argomento sul quale si contorce l’intero romanzo. Un viaggio attraverso il male, visto da più sguardi e narrato da più voci, che si fanno di tanto in tanto persino metaletterari, quando la voce, o una voce, narrante si rispecchia nel lettore rivolgendosi a sé stessa anche con rimprovero: «Con il tempo ci fai il riassunto di cose passate: metti tutto dentro alla buona, come nella ribollita», o come quando dice: «Che poi non deve essere difficile inventare, scrivere un racconto. In prima persona, così quello che agisce sei tu. Certi dicono no, non va bene perché il lettore s’immedesima solo se tu sei un’altra persona, se ti trasfiguri. Quindi sei tu, può pure essere, ma è meglio se ti chiami col nome di un altro». STILE Parte con una narrazione, come si diceva, apparentemente tradizionale, in terza persona e lineare, con un narratore che sembra essere onnisciente, esterno con diverse focalizzazioni. Poi inizia a divagare un po’, adottando di volta in volta espressioni diverse. Dagli sguardi popolari, a volte maschilisti (a lasciar trapelare sin da subito il tema, non tanto sottotraccia, della violenza sulle donne), avvalendosi anche di battute cliché o generalizzazioni in particolare nella prima parte («…perché lei, come tutte le donne, parlava sempre d’altro o di altri»; «Aveva un’andatura rapida come le persone che vivono in città: chissà dove corrono sempre, e perché»;…) alla messa in scena di voci e personalità complementari, con un capitolo addirittura solo dialogico (p. 33-36), o l’altro reso tale anche graficamente (p. 137-139), a ricordare una versione semplificata di alcune pagine contenute nel «suicidio di Angela B» di Umberto Casadei; e poi tanti flussi di pensiero (a pagina 22 si contano 26 righe senza punti fermi, tranne un punto di domanda retorico). Blocchi di testo interi spezzati raramente da paragrafi che tendono a dar respiro al lettore solo per compassione. Mentre i capitoli sono brevissimi, come è uso nei romanzi di genere, per tenerlo, lì, il lettore. Ci sarà anche tanta poesia. Immagino. Io ho notato giochi tipo quello agito nel capitolo da pagina 43 (che inizia con «Vacca boia, nella testa…») a pagina 45 (che finisce con «vacca boia, era così facile»). Ma in verità, sono di mio troppo ignorante per cogliere i riferimenti più precisi. Certo, si notano i rimandi a Dostoevskij dato che sono espliciti. Mentre mi pare di aver colto uno stilema trevisano, in quelle parole o espressioni anglofone che entrano a volte a gamba tesa nel testo («…crudeltà, convenzione, what. Gli piaceva»; «…il pesce finisce con l’essere molto pericoloso. My poor child, I’ll never see you again. Anche lì c’erano forni…»; «a’ mamma, il richiamo di tutti i bambini a ogni latitudine, don’t run a Chicago, a’ Giuliaaaa, si fosse trattato di Roma o Napoli»), che mi fanno strano in questo testo, a dirla tutta: Vitaliano Trevisan, si sa, riteneva l’inglese una sua seconda lingua madre, mentre il narratore qui non pare aver motivo di farlo; mi piace pensare comunque che si tratti «solo» di un omaggio. (Non sarà così, ma come si dice sempre, i romanzi si fanno almeno in due: l’autore ci mette il suo e il lettore, l’altra «parte»). E, non da ultimo, sarà una mia fantasia o deformazione passionale, ho colto un bel paragrafo, che se mi avessero detto che era stato scritto da Hugo Pratt per un dialogo tra Corto Maltese e Rasputin, ci avrei creduto subito: «E quindi dovrei raccontarti la verità, a che punto siamo con le indagini e se lui è implicato. No, non credo gliene importi. La verità è sopravvalutata, io voglio solo bugie. La letteratura è una bugia, la più grande bugia che l’uomo ha inventato». CITAZIONI «Quello che non si sa, non rileva» «Noi siamo fatti per la vita orizzontale, in quella verticale, non ci orientiamo» «Era questo, lo scopo del dolore: la sua cura»
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)( )
La parte di Malvasia
by Gilda Policastro
(*)(*)(*)( )( )(14)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi added to library
La parte di Malvasia
by Gilda Policastro
(*)(*)(*)( )( )(14)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
Il Principe è… nudo
De «Il Principe» di Niccolò Machiavelli avevo sentito parlare spesso. Mi aspettavo qualcosa di complicato, anzi, di più: mi aspettavo ragionamenti arzigogolati (non so per quale ragione ma questo credevo significasse l’aggettivo machiavellico; so di altri che credevano significasse invece «divertente, giocoso, scherzoso») con mia sorpresa è, al contrario, qualcosa di serio, sì, ragionato, pure, ma non così stravagante: è solo un sunto di «strategia di base», di raffinata intelligenza sociale. Un libretto che concentra una buona dose di spunti per condizionare il proprio successo attraverso l’alterazione della realtà, conseguibile con una precisa costruzione della propria immagine apparente a dispetto del proprio atteggiamento fattuale; unica scivolata: la maschilistica visione della fortuna, quale unico marcatore temporale (lingua a parte) a non aver retto i secoli: si parla infatti di un testo pubblicato la prima volta nel 1532. Vi dirò: mi sono tanto divertita a leggere questo libriccino. LA TRAMA C’è quest’autore, politico, storico, e filosofo a modo suo che, scocciato dalla situazione in cui versa l’Italia (in balia di francesi, spagnoli, e svizzeri al soldo dei primi), per risolvere la faccenda una volta per tutte ha pensato bene di scrivere ai potenti consigliando loro come fare per riprendere potere e poi tenerselo. Circa. Il libretto comprende in effetti un’introduzione, alla quale fanno seguito diversi capitoli che trattano la questione sotto più punti di vista portando esempi concreti di quei tempi, per chiudere con un’esortazione a darsi una mossa. Ogni scheda continente suggerimenti pratici su come diventare padri e padroni, grazie alla diplomatica arte della manipolazione, che prevede peraltro la tacita complicità di un popolo mantenuto sciocco, per non dir di peggio. OLTRELATRAMA Al di là degli esempi concreti, le massime, le sentenze, i princìpi son tristemente quelli sempre in vigore: un vademecum per i politici di oggi. Riassumendo in due righe: non fare lo «stronzo», ma non essere buono: sii «stronzo», facendo finta di essere buono. Capisco bene che se ne parli ancora. E pure che nei secoli siano insorti degli indignati: a chi piace sentirsi nudo? Se poi ad essere denudato è chi detiene il potere, i conti si fanno in fretta. Da una parte, l’umiliazione (che è poca cosa), dall’altra il rischio di vedersi inceppare l’ingranaggio: se uno sa che potresti mentire, forse ci sta più attento… Serve però non solo ai politici, un vademecum simile. Utilissimo potrà rivelarsi – sempre ancora oggi – anche semplicemente a chi desideri scalare i vertici di un’azienda, o inseguire un certo tipo di successo in tanti altri ambiti e, perché no, pure in quelli dell’editoria. Basterebbe riassumere alcuni concetti tra i tanti, che permettono di capire ad esempio come diventare adulatori con dignità, cioè fingendo bene, senza farsi beccare. Per dirne una. Fuori tempo massimo, invece, è di certo la scheda dedicata alla fortuna, dato che contiene un paragrafo che da solo potrebbe scatenare le femministe di tutto il mondo per chiederne la distruzione, se non proprio il rogo di tutte le copie; a voi l’ardua sentenza: «Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.» A scanso d’equivoci, per quanto mi riguarda quest’ultimo paragrafo è degno degli altri. Vale a dire, che laddove Machiavelli invita ad assumere un certo comportamento – in tutte le pagine – personalmente lo interpreto al contrario: come, per l’appunto, lo smascheramento di questo modo di affrontare le cose, la vita, le relazioni, e via elencando, che di fatto vige, e che – a volte – mi pare sia legittimato e anzi quasi lodato. Da questa constatazione, trovo utilissima la presenza del paragrafo maschilista, l’unico – forse – che oggi indigna davvero, a dimostrazione di una certa pochezza, o povertà d’animo rispetto ad altri valori. E son persuasa che questo ultimo mio paragrafo probabilmente non sarà di facile comprensione, per lo stesso motivo. CITAZIONI «Non si può ancora chiamare virtù ammazzare e’ sua cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria.» «…li principi savi hanno con ogni diligenzia pensato di non desperare e’ grandi, e di satisfare al populo e tenerlo contento» «E gli uomini, in universali, iudicano più agli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’»
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)(*)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi added to library

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)(*)( )
Un romanzo mascherato da autobiografica finzionale
Oddio: il dubbio me lo hanno messo, e ho pure controllato. E, come mi aspettavo, non ho trovato nessuna conferma: Mordecai Richler non risulta aver mai subito processi per omicidio. Eppure, tanti suoi lettori mi hanno parlato di quest’opera, come di una vera autobiografia mascherata da romanzo. Sì, certo, per chi conosce la biografia dell’autore, una parte di elementi autobiografici è presente (luoghi, lavoro, università…), ma tra tutti i libri di autofinzione che ho letto (ok, non sono molti, ma qualcuno l’ho letto) questo non mi ha fatto credere a quanto vi era scritto, pur avendolo letto certa di leggere un’autobiografia romanzata: mi sono costretta a fare verifiche perché alcune parti non le ho trovate realistiche. E forse è proprio qui che casca l’asino… è troppo!, e troppo poco. (Anzi: prima di venir rimproverata: “per me” è troppo, e troppo poco). LA TRAMA In pratica leggiamo le pagine di una sorta di diario di un certo Barney Panofsky (nelle autofinzioni spesso viene dato il nome dell’autore, qui no). Queste pagine di diario sembrano essere state strappate e poi ricomposte a caso. La cronologia, infatti, non è proprio rispettata. In verità è il risultato delle memorie di un uomo anziano che sta perdendo i ricordi, i pezzi del proprio vissuto, a volte anche le parole… A rimettere insieme questi ritagli è uno dei figli di Panofksy, al quale il padre ha lasciato in eredità il compito di pubblicare il libro che leggiamo. Questo, l’impianto. Quindi il narratore sarebbe il figlio che riorganizza la voce narrante del padre, con pochissimi interventi, almeno in apparenza.
«Sulle riviste letterarie non si fa che leggere di scrittori ingiustamente dimenticati, ma mai una sillaba su quelli giustamente dimenticati».
Questa voce inizia col dire che lui, Panofsky, era una frana: non aveva pretese artistiche se non diventare ballerino di tip-tap. E poi continua a raccontare di come odi lo scrittore McIver, suo rivale che ha raggiunto un gigantesco successo, di diverse donne delle quali il protagonista non pare poter fare a meno, tant’è che tre se le sposa, di litri di alcol, di amici inaffidabili, di famiglie tradizionali, di conflitti, della nascita di qualche figlio, di tradimenti, di una scalata professionale in un ambiente che gli fa schifo, di invidie feroci, di bassezze e scorrettezze. Il tutto, tra il Canada, Montreal, e Parigi, dagli anni Cinquanta alla vecchiaia. Il punto è che in questa vita, più che tormentata direi abusata e sgualcita, avviene un omicidio (forse, o forse no), al quale fa seguito un processo che proscioglierà il protagonista per mancanza di prove, da qui, la versione di Barney. OLTRELATRAMA
«Ma ho anch’io i miei principi. Non ho mai venduto armi, droga o cibi dietetici».
La citazione, che sta nella primissima parte del romanzo, riassume l’intero libro, e ancora meglio il tema su cui la mia sospensione dell’incredulità si incrina. Attenzione: mi piace un sacco questa battuta, così come mi piacciono tante altre presenti nel testo. Ma messe tutte assieme, con quella continua voglia di fare sarcasmo, esibendo quel carattere sanguigno, che restituisce al lettore una “corporalità” ingombrante, quell’essere politicamente scorretto a tutti i costi, iperautodistruttivo, quell’espressività grassa (il troppo), cozza proprio con la percezione di alcuni “principi”, quasi non avesse osato fare trentuno. Come se in filigrana si vedesse di che pasta potrebbero essere fatti i veri pensieri dell’autore. E no, non quelli che elenca il protagonista, eh. Hanno più che fare con l’anticonvenzionale: ché una cosa è giocare scorretti, un’altra cosa è ribellarsi contro un sistema, contro la borghesia, contro un certo tipo di ambiente, contro le aspettative, lotte che hanno una dignità, la quale a me pare essere in contraddizione con il personaggio che sembra non voler davvero toccare il fondo (il troppo poco). Forse mi sbaglio, ma a me è parso davvero di percepirla quella cautela, ciò che ha mandato in cortocircuito la mia credibilità. Detto questo: Richler è stato bravissimo a caratterizzare il protagonista – alla fine ti pare di conoscerlo meglio di tanti «amici» reali –, ci sono un sacco di passaggi divertenti, e capisco bene che possa essere piaciuto molto, come piacciono le barzellette sporche, non proprio il genere che gradisco io, ma ognuno ha le proprie sensibilità. È, per me e in buona sostanza, un libro decisamente furbo. E in fondo se lo dice pure da sé in questo passaggio che vale il romanzo intero:
«Capisco benissimo perché i nostri letterati più sottili se la piglino tanto con l’attuale moda delle biografie, scritte in genere da persone mediocri che godono a mettere i geni in cattiva luce. Ma la verità è che nulla mi delizia quanto una biografia da cui apprendo che questo o quel presunto grande in realtà era una vera merda. (…) Se dei personaggi ci viene mostrato solo il lato migliore, restiamo sconfortati, perché riteniamo impossibile imitarli in alcunché. I grandi scrittori descrivono anche le azioni più basse degli uomini, non solo quelle virtuose. E questo sortisce un effetto benefico, perché risparmi all’umanità la disperazione. In poche parole, sono il primo a riconoscere i miei difetti. E ho un certo gusto per il paradosso.»
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)( )
La versione di Barney
by Mordecai Richler
(*)(*)(*)(*)(*)(10,467)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi added to library
La versione di Barney
by Mordecai Richler
(*)(*)(*)(*)(*)(10,467)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
Così è l’amore non corrisposto, sospeso e potenzialmente letale
Ho terminato la lettura di questo grande romanzo del Novecento, come si suol dire, già da un paio di mesi, ma non riuscivo a scriverne. Ci provo ora. La difficoltà nasce dal contenuto del libro che si presta più che a molte letture, a una lettura ancora più lenta di quella adottata da me, che ci ho messo due anni per terminarlo. Servirebbe, infatti, una lettura ragionata, pagina dopo pagina. Un lavoro immane. Servirebbe per soddisfare il senso di vuoto di parole che ho nel mentre cerco di dire qualcosa di corrispondente all’opera. In pratica sento di essermi persa molto di quanto letto, ed è poi la ragione per cui non ne ho ancora parlato: mi pare di poter dire niente che sia sufficiente a rendere la portata di quel che vi è contenuto. Avrei la voglia di approfondire ogni dettaglio, ma in fondo lo avranno già fatto menti ben più elastiche della mia, e poi a me manca il tempo. Eh sì, proprio il tempo: uno, se non il protagonista principale di questo capolavoro. L’amore è – per me – il secondo protagonista. Questo è di fatto un libro sull’ossessione per un amore non corrisposto. Sono rimasta sorpresa anche da un’altra impressione: non ha nulla che fare con «La morte a Venezia» (romanzo dello stesso autore) in quanto stile. Perché se da una parte il contenuto è “lo stesso” – anche in quel frangente si filosofeggiava, più sull’arte che non su altro, al mare invece che in montagna, e anche in quel caso la riflessione sulla vita e sulla morte è al centro del tema “amore imprendibile” – dall’altra, in quanto stile, nella Montagna incantata non c’è una parola di troppo, mi vien da dire, mentre troppe ne contiene «La morte a Venezia», per me. E già solo la premessa di questa nota di lettura sfora il numero massimo di battute (lo dico per anticipare che non sarà breve, temo). E poi, a farmi correre il rischio di dilungarmi, c’è la Svizzera (il mio paese), c’è la montagna (la mia terra), c’è il sanatorio (molti di quelli ancora presenti oggi sono tecnofossili – grazie alla scoperta dei vaccini giusti –, ma quello di Davos è ancora là, convertito, certo, ma sta sempre là, nel cuore dei Grigioni, anche se non si chiama più Berghof, ma Schatzalp), e infine c’è il mal di petto e l’isolamento forzato (che troppo ricorda la pandemia di questi due anni). Ho iniziato a leggere «La montagna incantata» proprio all’inizio della prima ondata di contagi, ingenuamente convinta di trovarci “aria buona e fresca” da respirare, in contrapposizione alle immagini che scorrevano in tv mostrando i ricoverati in cure intense. Questa, una delle ragioni per cui ho impiegato molto a portarlo a termine: arrivata alle pagine descrittive della malattia, dovetti smettere, l’anno scorso, anche se poi avrei scoperto che in verità il romanzo diventa comunque altro. LA TRAMA Castorp è un giovane distinto, un uomo di città che sta per prendersi delle responsabilità, sta per cominciare un lavoro, sta per avviarsi nella vita in un flusso apparentemente già immaginato (più da altri che non da lui medesimo), quando decide di prendersi tre settimane di libero per andare a far visita al cugino ricoverato al Berghof, sanatorio di lusso di Davos. Qui il tempo un po’ s’allunga, un po’ s’accorcia, talvolta si dilata orizzontalmente, altre volte si ferma. Al Berghof, Castorp avrà che fare sia coi medici sia coi pazienti, borghesi e aristocratici di tutt’Europa. Tra questi vi è pure Madame Chauchat, l’elegante e inarrivabile donna di cui si prenderà una cotta pazzesca di quelle che solo nei romanzi si possono raccontare senza dirne davvero. Un amore che resterà quasi per tutto il romanzo discretissimo, quasi incerto allo stesso protagonista. Ma palese in tutta la sua struggente sospensione, al lettore che vorrebbe dare una spintarella al protagonista. Lassù l’aria è sin troppo rarefatta, arrossa le guance tanto quanto la febbre, il freddo è la misura dell’impazienza. La scissione tra il sopra (alta montagna, dove i malati sono trattati tutti alla stessa maniera e dove la solidarietà è l’unica emozione che può calmierare le speranze disattese) e il sotto (la pianura, la civiltà cittadina, dove gli animi non trovano pace) è sempre più netta. Intanto il tempo, il tempo concede alle menti di fermarsi a riflettere, confrontandosi tra loro, disquisendo su temi filosofici che spaziano dalla scienza, all’ambiente, alla politica, a concetti universali, dai corpi all’arte, dalla religione associativa ai principi della fede. Nella sua inerzia, Castorp seguirà durante tutto il suo soggiorno le discussioni di e tra il letterato italiano, certo Settembrini, e il gesuita di origine ebraica, Naphta, uno propositivo, ottimista, fiducioso, l’altro disfattista, nichilista, sconsolato. Sembra a volte, immedesimandoci nell’ascolto di Castorp, che egli cerchi nelle convinzioni, e di uno e dell’altro, risposte che da solo non riesce a trovare. Risposte a domande che a me sembrano essere fatte tutte della stessa materia: vita, morte, amore. O meglio, perché lottare per vivere se non per amore, ché, senza di esso, tanto varrebbe morire?, o scegliere la guerra, come fa a un certo punto il cugino… come a un certo punto fanno tutti. OLTRELATRAMA Anche se s’affatica la vista – il carattere della scrittura è in miniatura (non esistono pubblicazioni alternative a quella di Corbaccio, o almeno io non ne ho trovate) – lo scorrere è vivace, cosa che proprio non mi aspettavo in un tal librone, che si prende, sì, il suo spazio, il suo tempo, ma per dare ossigeno a riflessioni che ne richiedono molto, di ossigeno, e non per riempire pagine con aria stantia. Penso che, forse, anche alla «Morte a Venezia» avrebbe giovato più ossigeno, più pagine. Mi sono poi interrogata su chi fosse il narratore, perché è così tanto focalizzato su Castorp, e allo stesso tempo cammina con tanta sicurezza tra i corridoi di quel monumentale ospedale mascherato da alloggio di lusso che ho pensato per tutto il tempo della lettura, che a raccontarmi quella storia fosse un altro ospite di cui non sapremo mai nulla.  Un ospedale, un sanatorio che a tratti sembra una prigione, o ancora di più a una fortezza: il primo capitolo mi ha infatti ricondotta al «Deserto dei tartari» di Buzzati, perché allo stesso modo del protagonista soldato, qui il nostro si ritrova in una «roccaforte» di malati, un po’ fuori dal mondo, dove il tempo è sospeso e dove già gli vien detto che seppure non sia malato qualche cura se la potrebbe fare, e che dicono così in città… «tre settimane», ma lassù si parla di mesi che fan lo stesso. Un tempo sospeso che io però, in quanto elvetica residente ai piedi delle Alpi dove ho trascorso le estati delle mie fanciullezza e adolescenza, riconosco come casa. Lo dico perché confrontandomi con altri che hanno letto lo stesso romanzo, ho notato spesso questa percezione di un «fuori dal mondo» come se fosse un effetto non solo ricercato ma addirittura forzato dall’autore, quando invece è esattamente la percezione che si ha quando si vive in montagna, in strutture isolate. Sapendo che Mann, a Davos, si ritrovò nel 1912 ad assistere la moglie Katia proprio in quel sanatorio, mi chiedo quanto ci sia di voluto («enfatizzato»?) e quanto invece di «normale» resa del luogo. ALTRE NOTE https://manuelamazzi.com/oltrelatrama/
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)(*)
La montagna incantata
by Thomas Mann
(*)(*)(*)(*)(*)(2,721)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi added to library
La montagna incantata
by Thomas Mann
(*)(*)(*)(*)(*)(2,721)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
Una favola sarcastica e cruda
Allegorico, lo è per forza. Ma non per forza deve rimanere legato a contesto storico (la nascita dello stalinismo) che ispirò George Orwell. Parlo del romanzo La fattoria degli animali. Una favola sarcastica e cruda, del ‘45, che ha avuto una tenuta nel tempo straordinaria, travalicando il contesto per manifestarsi oggi forse ancora più di ieri come portatrice di verità antropologiche. Uomini e donne nella società. Sono tra le letture che prediligo. È molto molto smascherato, il tutto, ma non per questo meno efficace o privo di secondi livelli di lettura. Laddove le allegorie talvolta sono un filo troppo prevedibili (e giudicanti) - che i maiali saliti al potere inizino a farsi i loro “porci comodi”, beh, via, non serve a dirlo, ma non infastidisce: semplicemente stimola l’interpretazione nell’immediato e facilita la decodifica - dall’altra, la relazione con quelle bestie di esseri umani, rivela un rispetto compassionevole e una comprensione inattese, che passa molto in secondo piano perché lo sguardo si concentra sugli animali della fattoria. LA TRAMA Gli animali di una fattoria si ribellano mettendo in atto una vera e propria rivoluzione (Orwell alludeva all’iniziale vittoria dei bolscevichi, nella guerra civile del 1920, e alla successiva conseguente dittatura degli stessi che - demolito il pensiero autonomo o democratico - spianò la strada allo stalinismo) all’insegna dell’animalità: al bando tutto ciò che ricorda la sudditanza all’uomo. La parte più significativa è forse il regolamento che man mano che passa il tempo, viene modificato in modo impercettibile alla memoria del “popolo animale” che tende ad adeguarsi alle minime ma sostanziose differenze. “Ovviamente” al famoso principio secondo cui tutti gli animali sono uguali, viene aggiunto: ma alcuni più di altri. Ed è la citazione più famosa. Ed è la cosiddetta facile morale della favola. Volendo fermarci alla visione autoriale. Ma grazie alla letteratura, un libro, una storia, può contenere altre intuizioni non meno importanti. OLTRELATRAMA La contemporaneità di questo romanzo può infatti avere che fare, come anticipato, con lo smascheramento di molti comportamenti umani. Qui si trovano fannulloni, stacanovisti, derubati e ladri, abusatori e bugiardi, relazioni di potere e stato di gloria, desiderio di libertà ed emancipazione, il bisogno di una guida e di regole, il compromesso e la corruzione… Quello che però Orwell non poteva forse prevedere in quegli anni, era il grande movimento animalista e ambientalista di questi tempi. La sensibilità ambientalista risale in particolare agli anni del dopo allunaggio (il movimento degli animalisti comparve negli anni Settanta). Nel 1945, contadini, fattorie, e via elencando erano in attività senza patemi etici o moralistici. Involontariamente, dunque, Orwell interpreta o immagina in modo direi onesto, come onesta può essere solo la visione ingenua, un mondo di animali da fattoria e da cortile abbandonato a sé stesso, ma al contrario di quel che si tende a dire oggi, proponendone una visione pessimistica. Così in parte autodistruttiva e non più autosufficiente che - lo ammetto - nella mia immaginazione si è fatta ancora più nera di quanto ipotizzato dall’autore. Credo che oggi nessuno riuscirebbe più a scrivere una storia simile perché siamo tutti fortemente contaminati da un sogno utopico di libertà e riconquista della natura. Non dico che sia sbagliato sognare. Ma forse, è quasi una domanda più che un’affermazione, ci sono ancora molti aspetti su cui riflettere. L’esplosione di un immaginario a lungo termine dovrebbe tenere in considerazione molti livelli di ragionamenti, etici ma anche pratici che uscendo dall’allegoria ci concernono direttamente. Come non pensare, ad esempio, agli animali che invecchiati, invece di morire, iniziano a soffrire per la salute ma anche di solitudine, senza più potersi sentire utili alla società? Non è peraltro quello che sta accadendo oggi tra noi umani? Ah!, che romanzo. È un libro da leggere e rileggere, per fermarsi a rifletterci su. ALTRE NOTE: https://manuelamazzi.com/oltrelatrama
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)(*)
La fattoria degli animali
by George Orwell
(*)(*)(*)(*)(*)(26,070)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi added to library
La fattoria degli animali
by George Orwell
(*)(*)(*)(*)(*)(26,070)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)( )
Ada:39
by Cosimo Lupo
(*)(*)(*)(*)( )(1)

Has it in their library

0

Are reading it right now

Review

Has it in their library

0

Are reading it right now

Review

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)(*)( )
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)(*)( )
Ada:39
by Cosimo Lupo
(*)(*)(*)(*)( )(1)

Has it in their library

0

Are reading it right now

Review

Has it in their library

0

Are reading it right now

Review

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)( )( )
Pensieri più che corpi
«Due vite» di Emanuele Trevi, che potevano essere anche tre, ha vinto il Premio Strega di quest’anno e, come pare essere la tendenza più letteraria di questi tempi, ha poco o nulla del romanzo romanzesco. Anzi, di questa, più che di altre opere mi viene da dire che sembra in tutto e per tutto un saggio narrativo: una bi-bio- autobiografia, e anche molto metaletteraria. Non c’è trama. L’autore si fa narratore interno assumendo parte del ruolo di personaggio che interagisce con le «due vite» di altrettanti autori: Pia Pera e Rocco Carbone, dei quali non ho avuto piacere fino a oggi di leggere alcun libro. Ed è stato forse quest’ultimo fattore a determinare un mio minor coinvolgimento rispetto ad altre letture. Un contenuto che mi pare abbia invece molto convinto chi della Repubblica delle lettere ha probabilmente percorso pezzi di strada con loro, o che comunque ha avuto modo di incrociarli sulla via. Un lettore che non conosca almeno le opere di Pia e Rocco, e che manco si immagina come fossero fisicamente (per me Pia doveva essere piccolina e Rocco, un gigante) potrebbe rischiare di conservare poco o niente di questo testo a copertina chiusa; l’unica immagine che è rimasta a me, forse, è quella dell’incidente stradale di Rocco, e anche questa è frammentata. Esistono storie raccontate cinematograficamente (come si dice), e di certo questa non è una di quelle. Me ne sono resa conto oggi, a distanza di qualche giorno dopo averne conclusa la lettura: non ho davvero memorizzato nessuna immagine. Qui l’autore ha dato per scontato la concretezza del mondo in cui sono vissute quelle vite, senza darne conto, per soffermarsi più che altro sui caratteri, sulle personalità dei suoi amici e lo ha fatto non riproducendo immagini ma parole e pensieri, i non agiti, i libri scritti, i temi letterari, i rimandi ad altre opere… e lo ha fatto davvero bene, non c’è nulla da ridire su stile e competenza linguistica – ci mancherebbe – ma a me lettrice è mancata proprio la materia, fatta di cose non astratte ma tangibili, cose da vedere, che potrei toccare, e di luoghi calpestabili; non per nulla forse il passaggio rimastomi maggiormente impresso sta nella digressione sul modo in cui Pia affrontava letterariamente il sesso, scegliendo di essere esplicita, prediligendo la pornografia all’erotismo, qui un paio di immagini si vedono, ma proprio solo un paio. Per il resto è un libro impalpabile come lo sono ormai le due anime dei defunti, che nel mio immaginario sono rimasti immobili come i santini dei monumenti funebri. Un libro dei ricordi di Trevi che ha voluto ridare corpo ai suoi due amici ma in modo diverso: non davvero con le parole che li celebrano invece di mostrarmeli, ma con il libro di carta e inchiostro. Un libro che più che due autori (dei quali, per dire, non ho sentito crescere davvero interesse per le loro opere), presenta due persone, o meglio, due amici, e poi neanche tanto, diciamo che presenta il pensiero del narratore circa il modo di vivere intellettuale che in certi momenti hanno avuto due suoi colleghi di penna. Un omaggio che comprendo in modo distaccato, come si comprendono i ricordi di pensieri frammentari di chi ce li confida anche se noi non abbiamo avuto mai che fare con questi, come si ascolta il viaggio di uno sconosciuto che riporta le battute d’intesa tra lui e i suoi compagni di viaggio, davanti alle quali ci si sente semmai degli intrusi. Vien da dire: buon per voi, ma a me che cosa ne viene in tasca? Non so agli altri, ma nelle mie di tasche qualcosina in verità è rimasto, e sono quei passaggi strettamente metaletterari, cioè quelle parti scritte che forniscono nozioni su mondi di scrittura. Ma questo temo sia accaduto solo perché, pur non appartenendo alla citata “Repubblica”, mi sono imbrattata con il calamaio già da molto, per cui è tema parte della mia passione. Quello che mi chiedo invece è quanto potrebbe restare, o coinvolgere, piacere o interessare questo libro a un lettore comune, che non abbia interesse per la personalità di autori che non conosce o per la scrittura in generale, nel caso – per capirci – che non sia a sua volta uno scrittore, o aspirante tale?
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)( )( )
Due vite
by Emanuele Trevi
(*)(*)(*)(*)( )(814)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi added to library
Due vite
by Emanuele Trevi
(*)(*)(*)(*)( )(814)

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi wrote a review
(*)(*)(*)( )( )
Il Ceresio è pur sempre il Ceresio
Mi mancava la lettura di un giallo. Negli ultimi tempi (due o tre anni) ho letto storie perlopiù slegate dai generi, dopo un lungo periodo in cui lèggevo quasi solo gialli. La lettura di “Un’ombra sul lago” di Dario Galimberti è stata dunque una simpatica rimpatriata. LA TRAMA 1934, Lugano. Ezechiele (che bel nome!) Beretta, delegato della polizia si trova a indagare su più fronti per la ricomparsa di un bambino, la scomparsa di una bambina, la comparsa di un cadavere, la scomparsa di un sospettato, la comparsa di sospetti legati a un sanatorio, quello di Agra, la scomparsa del buonumore, la comparsa di dubbi, la scomparsa dell’osservanza delle regole… e niente, un viavai di eventi che porteranno il nostro a una soluzione non prevedibile dalle prime pagine, e già basta per trascorrere qualche ora in buona compagnia. OLTRELATRAMA Ci sta il Ticino di quegli anni, del quale nella Lugano di oggi si ritrova ancora qualche traccia non poi così tanto modificata. Il Ceresio è pur sempre il Ceresio, e persino le vie si riconoscono anche se oggi sono riverniciate di fresco. Ma che Dario Galimberti tenga a descriverne gli aspetti più storici è percepibile anche se forse non sempre necessario. Soprattutto quando alcuni elementi vengono inseriti in periodi un poco didascalici, e ancor più se questi o altre descrizioni rimangono in alcuni dialoghi, che lasciano qualche dubbio sull’editing svolto. Detto questo, è certamente garantita, per l’altro verso, una narratività ad alta frequenza che si rincorre durante l’intero romanzo. La storia intreccia più eventi apparentemente slegati tra loro per buona parte del romanzo, che infine ha il pregio di riannodare tutti i fili, cosa non scontata in un giallo, che in generale tende a seminare più di quanto poi riesca a raccogliere, per depistare. Alcuni sguardi posati sulle relazioni sociostoriche potrebbero interrogare i lettori d’oltreconfine che faticano a uscire dall’idea di una Svizzera incontaminata che in quegli anni se ne sarebbe lavata le mani del nazismo e di quel che accadeva nell’Europa anteguerra. Le idee di fondo mettono per l'appunto in evidenza il clima e la consapevolezza che vigevano in quegli anni, e il pericolo che aleggiava anche da noi. La storia è andata come è andata, ma sarebbe potuta anche andare diversamente, e forse chissà come è andata davvero.
Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)( )( )
Un'ombra sul lago
by Dario Galimberti
(*)(*)(*)(*)( )(9)

Have it in their library

0

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

0

Are reading it right now

Reviews

Manuela Mazzi
Manuela Mazzi rated
(*)(*)(*)( )( )
Un'ombra sul lago
by Dario Galimberti
(*)(*)(*)(*)( )(9)

Have it in their library

0

Are reading it right now

Reviews

Have it in their library

0

Are reading it right now

Reviews