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“ Lo farò la settimana prossima, o quella dopo ancora, o quando la luna sarà di nuovo calante: dalla luna piena alla luna calante si semina tutto quello che cresce sottoterra, dalla luna nuova alla luna crescente tutto quello che cresce fuori dalla terra ed è a foglia ; dalla luna crescente alla luna piena, tutto quello che cresce sopra la terra e dà frutto; dalla luna calante a quella nuova non si fa niente, si aspetta . “  Il libro inizia con il mese di gennaio, e viene subito da pensare all’inverno. Alcuni giorni ancora di festa, per i più fortunati ancora qualche giorno di vacanza. Certo fa solitamente freddo, ma io ho sempre amato il momento di profondo, intimo raccoglimento che questa stagione da sempre offre. Eppure nel libro non si parla di freddo, ma di caldo, di caldo intenso, essendo il libro ambientato in Argentina, ed essendo gennaio il secondo mese dell’estate. Quindi conviene pensare a luglio, per immedesimarsi nelle prime pagine del libro e abbandonarsi ad ascoltare il ronzio delle api, e quel rumore secco che producono “ le vacche mentre si frustano i fianchi con la coda per scacciar via le mosche “.  Tutto intorno la campagna, e il primo piccolo paese, fatto di poche case allineate davanti alla stazione dei treni, di due bar-alimentari, una chiesetta e una macelleria, a circa tre chilometri e mezzo di distanza. Il nome del paese è Zapiola, ed è bello da cercare sulla cartina geografica, situato nelle provincia di Buenos Aires, ma così piccolo da risultare quasi invisibile allo sguardo.  Che fare dunque a Zapiola in piena estate con un caldo torrido, cercando di coltivare , seminare, quel poco o niente che la stagione concede? La città è distante, gli amici anche, e poi lì i ricordi sono troppo dolorosi per chi vuol dimenticare l’amore, o meglio, la persona amata che a un certo punto ha deciso, dopo diversi anni, sette per la precisione, di chiudere la storia definitivamente, senza possibilità di replica. Chiusura definitiva e improvvisa, senza nemmeno troppe spiegazioni: fuori di casa e subito! Molto dura da affrontare per Federico Falco una simile situazione ( come per qualsiasi altro, in verità ) che racconta in prima persona la sua storia, storia di vita vera e non romanzata. La campagna quindi come un modo per ricominciare da capo, di inventarsi nuovamente la vita, e soprattutto, un modo di lenire l’immenso, inconsolabile dolore. Affittare una casa in campagna per almeno due anni per tentare, cercare, provare un nuovo inizio. In fondo lui la campagna l’ha sempre amata, fin da quando era piccolo, quando andava a trovare i nonni per le vacanze estive, e spesso anche nei fine settimana. Ed è la che ha imparato, ha osservato la grande bellezza della natura, il ritmo silenzioso di ogni piccola cosa, il segreto di ogni essere, dal più piccolo al più grande, rimanendone affascinato e turbato. Un’armonia naturale e segreta, misteriosa, che riposa su dei tempi che apparentemente sembrano morti ma che spesso, all’improvviso, hanno la capacità di trasformarsi in piccoli eventi miracolosi e generare la vita. Coltivare un orto, ogni giorno, con tenacia e al di là di ogni possibile sconfitta, riprogrammare la propria esistenza sui tempi della natura, isolandosi da tutto il resto, spesso anche dalla scrittura. Lui che scrittore è, ma che ad un certo punto inizia a dubitare persino di esserlo, o di esserlo ancora, o di poterlo essere ancora. Il tempo dell’infanzia invia in soccorso le sue scialuppe di salvataggio, i ricordi aiutano a riannodare i fili della propria esistenza, a trovare l’equilibrio per ricominciare in qualche modo a camminare, l’esempio del nonno paterno esule italiano in terra Argentina, nella pampa sconfinata, gli offre un sostegno continuo, lui che ce l’ha fatta in una terra straniera e su una terra difficilissima, quasi impossibile da coltivare: terra nuda, attraversata dal deserto.” La pianura è dura, la campagna è crudele, non necessariamente consola. “ La sua scrittura in questo tempo sospeso, catartico, fatto di memorie, si fa invece segreta, intima, contenuta in un quaderno dalla copertina rigida e fatta per lo più di sfoghi , considerazioni personali, elaborazioni di un distacco difficile da sostenere e da poter spiegare a se stesso. Una grafia furiosa, come scrivere tra le macerie, “ stretta, rapida “, fatta di lamenti e imprecazioni contro un dio sconosciuto. E quel classico : “ perché proprio a me ? “, che tenta di trovare spiegazioni razionali dove mai è possibile trovarne, o quasi mai. Ma la campagna è possente, il paesaggio predomina su tutto, contamina tutto. “ Perfino all’ora della siesta, con la casa chiusa e al buio, è impossibile dimenticarsene. Perfino senza aprire gli occhi, perfino quando si dorme, non si smette mai di sentire il cerchio dell’orizzonte. “. In piena estate le cose intorno ardono, mentre un corpo addolorato tenta di trovar un po’ di pace, una possibile tregua mentre intorno la terra si spacca in continue crepe e non concede riparo né è disposta ad offrire alcuna protezione. Anzi, si impone su tutto il resto e rimane solo il doversi arrendere alle sue irrevocabili disposizioni. Forse questo, a poco a poco, toglie a Falco la forza per rimanere concentrato unicamente su se stesso. La natura richiede attenzione e determinazione, coraggio. A poco a poco, inizia la “ cura “, curare la natura diventa anche un curare se stesso, la propria angoscia. Prendersi cura, avere un progetto, scegliere i semi, decidere cosa provare a coltivare, alzarsi presto la mattina in piena campagna in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo, da solo e senza nessun sostegno, a tu per tu con la propria essenza, forza e debolezza. E incapacità. Inadeguatezza. Dedicarsi alla terra, in un dare e ricevere reciproco, inaspettato ma sempre imprevedibile, mai scontato. Concentrare l’attenzione sull’innumerevole varietà della natura, sulle sottili differenze e sulle invisibili presenze. Ad un certo punto del libro Federico Falco scrive: “ Un orto non lo si può controllare e questo a volte mi esaspera. L’orto non cresce dal mio desiderio, ma dalla sua stessa potenza, la potenza del seme, e viene fuori in mezzo a incidenti d’ogni tipo “. Ecco qui il segreto, la scoperta finalmente, che oltre se stessi, esiste qualcosa di diverso, che esige attenzione e cura. Riconnettersi con le forze primarie e originarie della vita, tessere fili sottili con la natura, che lentamente sa ripagare, a modo suo e con i suoi tempi. Ma ogni persona o essere animato, in cui soffia e alita la vita, funziona e si muove secondo le sue proprie regole, e vanno rispettate, anche se non ci piacciono, e vanno al di là della nostra limitata, personalissima comprensione. Lasciarsi andare, rendersi conto che niente si può davvero “ controllare “, imparare la diversità. Una rieducazione lenta, dolorosa e molto difficile. Una educazione al “ saper accettare “, e in questo la Natura è davvero una impietosa maestra. Ma sa ripagare a volte, con paesaggi suggestivi e pieni di grazia. Un tramonto estivo glorioso, spettacolare dopo una giornata di caldo infernale, per esempio. E quel po’ di fresco mentre nella sera si cerca il significato di una parola, per esempio quello della parola spagnola “ solitude “ o quello della sua parente stretta di lingua inglese che è “ loneliness “, ma che è diversa sia nell’intenzione che nel suono. Il silenzio offre questa possibilità alla mente di potersi concentrare sul significato ultimo delle parole, che tentano di definire la realtà e spesso la rendono vera, viva, reale. La realtà esiste quando la si nomina. Udirle nella notte queste parole mentre cercano chiarezza con i loro suoni appena accennati, in definizioni sempre più precise, appropriate, chiare, nella percezione precisa dell’essere, e degli stati d’essere. Scriveva Clarice Lispector: “ L’attimo sono io sempre nell’adesso “. Ridefinirsi attraverso le parole, trovare la propria sostanza, il proprio peso, corpo, dopo una giornata di duro lavoro. Mentre le stagioni si susseguono nel loro ciclo perenne. Ed è come gettarsi , incoscienti , con un tuffo in quel ritmo eterno di fuoco, e poi di tepore, o poi di gelo, ma sempre nell’attesa di una nuova rinascita, mentre tutto intorno palpita di vita, nella danza circolare dei raccolti. I colori si adeguano a queste feste bizzarre e imprevedibili del clima, capace di disegnare cieli tempestosi ma anche cieli leggeri come batuffoli di cotone. Si attende speranzosi il tempo della semina, confidando in un buon raccolto. È un trovarsi finalmente in connessione con tutto quello che ci circonda, e che vive con noi, attorno a noi . Un’esperienza primaria, muta, che viene ed esiste prima di qualsiasi parola, e sfiora la pelle, tocca la vista e l’udito. Questo osservare continuo ha costretto Federico Falco a guardare in profondità, ad accostarsi alle pianure in fiamme, alla terra desolata . “ Creare fuochi “, ed in questo caso per lui - scrivere - perché solo una parte di essi, “ una parte minima e imprevedibile, sfolgori nella pupilla dell’altro appena per un istante “. Vedo questa sua costruzione di argilla, fatta giorno dopo giorno con il lavoro delle mani, questo suo mettere una parola dietro l’altra, questo “ suo raccontarsi una storia per cercare di trovare pace”. Ed è quello che ognuno di noi tenta di fare ogni giorno, spesso fallendo. Grazie Federico Falco, le pianure sono dentro di me. Contemplo l’argilla da una terra che brucia, la modello con l’aiuto delle parole che disegnano i profili delle cose, parole sempre più sottili, sempre più vicine al silenzio che a volte è commozione , ma che a volte, come adesso, è estrema rabbia. Grazie ancora per questo libro, mi è piaciuto davvero molto.
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Le pianure
by Federico Falco
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Le pianure
by Federico Falco
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Antoine de Saint - Exupèry è stato uno scrittore, aviatore e militare francese. Nacque a Lione il 29 giugno del 1900 e morì il 31 luglio del 1944. Si arruolò nell’areonautica militare francese durante la seconda guerra mondiale e perse la vita proprio nel corso di una missione ricognitiva sopra la regione fra Grenoble e Annecy, in Francia. Soltanto nel 2004 sono stati ritrovati (?) i resti del suo aereo che, secondo le ricostruzioni storiche , sarebbe stato abbattuto da un caccia tedesco. Ma sulle cause della sua morte e sul mancato ritrovamento del suo corpo, sono nate storie leggendarie e fantastiche, che hanno contribuito a rendere ancor più misteriosa la storia di questo giovane nobile aviatore-scrittore, o meglio, di questo “ poeta- aviatore “, che ci ha lasciato alcuni libri bellissimi e una storia da conservare per sempre, quella de “ Il Piccolo Principe “ , che è un pò la sua storia. Ma che - senza alcun dubbio - è divenuta anche un pò la nostra. La scrisse e la pubblicò in America, nel 1943, un anno prima della sua scomparsa. Perché di scomparsa si tratta, e crederlo realmente morto è da creduloni senza speranza. Come da imperdonabili creduloni è considerare questo libro, un libro per bambini. Fatevene una ragione: non lo è. Non lasciatevi ingannare dalla dedica in cui l’autore chiede scusa ai bambini e neppure lasciatevi fuorviare dalle sue illustrazioni. Io da adulta (?) disegno molto peggio di così, o meglio, in modo ancor più infantile. Quindi, se non lo avete ancora letto o se lo avete snobbato per qualsivoglia futile motivo, concedetevi questa breve ma “ interminabile “ lettura, vi accompagnerà in ogni vostro volo, su qualsiasi pianeta desideriate atterrare, o semplicemente su un minuscolo asteroide dove la cognizione del tempo muterà e si capovolgerà a vostro piacimento. Concedetevi spettacolari tramonti sull’orlo del tempo, e una rosa delicata per amica, se saprete davvero amarla come “ unica “ rosa. Certo che per poter poi divenire così universale, questo piccolo libro avrà avuto ( ed ha ! ) i suoi sottili segreti, che con instancabile tenacia si sono avvinghiati-legati-stretti inesorabilmente all’animo umano, alla sua misteriosa imperscrutabile essenza. Invisibili segreti che hanno anche permesso al suo scrittore di approdare sulla soglia del tempo, in pieno deserto del Sahara, dove in realtà lui veramente approdò, in seguito ad un’avaria del suo aereo. Ecco che proprio lì, sdraiato sulla sabbia, quasi morto per la sete e in preda a visioni, deve aver ben riflettuto sul significato ultimo della vita, in fondo aveva quell’età generalmente riconosciuta come quella di “ nel mezzo del cammin di nostra vita “. …Eccolo dunque precipitare nel deserto del Sahara, tra la vita e la morte, aiutato da indigeni sconosciuti a ritornare alla vita. Ma proprio lì, contro ogni logica, contro ogni legge gravitazionale, astronomica e numerica, fa il suo primo incontro, non ancora libresco, con il piccolo principe , creatura non poi tanto immaginaria quanto piuttosto una proiezione del suo essere infantile, quel bambino che lui stesso un giorno era stato e che ora gli era arrivato in soccorso, come luce abbagliante. E lo ritrova ancora integro, fiero nei suoi sei anni di età, con i capelli color biondo oro e interamente vestito da principe, con quella rosea-rossa sua timidezza dipinta sulle guance. Con la sfida mai sopita di imparare a conoscere il mondo incomprensibile degli adulti, con sempre mille domande a fior di labbra. E con quei pochi disegni mal riusciti (?) , quel famoso boa intento a digerire un elefante - per esempio - ma che in realtà aveva la forma esatta di un cappello. O almeno gli adulti si limitavano a vederci un cappello, anzi, non erano più capaci di immaginarsi altro se non un cappello ( non meravigliatevi poi se Oliver Sacks scrisse quel grandioso libro… ne ricordate il bizzarro titolo ? ) E già da qui un piccolo immenso dono di questo nostro piccolo ometto vestito di azzurro : il potere immaginifico dell’infanzia di cui non bisognerebbe mai perdere memoria né traccia. In realtà, scrittore e piccolo principe sono la stessa persona, inutile chiedersi chi abbia disegnato il boa e quando. In quel disegno c’era già segnato il destino del piccolo principe, e il deserto del Sahara non ha fatto altro che rendere favorevole l’incontro. Infatti lo scrittore sarà svegliato all’alba - in quella circostanza di pericolosa avaria - dalla vocina del piccolo principe, tenuta nascosta dentro di sé per tanto tempo , ma che in condizioni di estremo pericolo tornò a farsi sentire , e gli chiese : Mi disegni, per favore, una pecora ? “ C’è da dire che se Antoine de Saint -Exupèry non era stato bravo a disegnare da piccolo, perché mai avrebbe dovuto diventarlo da grande, inutile quasi chiedere proprio a lui il disegno di una pecora, ma il suo indomabile e speranzoso io ci riprovó, sia mai che il passare degli anni avesse fatto miracoli. Perché piuttosto non accontentarsi di essere diventato un ottimo pilota e soprattutto scrittore, che mica è poco eh! Però quella vocina lo incalzò, e lui non ebbe animo di deludere quella “ straordinario personcina “ , proprio lì, accanto a lui, approdata in mezzo al deserto, mentre lo osservava con estrema serietà. Inutile riprovarci con il disegno del “ cappello “ , il Piccolo Principe ( ora sì che possiamo scriverlo con la lettera maiuscola ! ), non ci sarebbe mai cascato, sapeva fin troppo bene che nel disegno c’era un boa intento a digerire un elefante, e allora lo scrittore-aviatore gli disegnò una scatola, il massimo che avesse imparato a disegnare. Ma la pecora, dove era finita la pecora? Quella da cui tutto è nato, da lei nasce la storia e una vera grande interminabile amicizia , e il fantasioso racconto di quella intuizione ricevuta durante l’avaria aereoplanesca. La pecora era finita dentro la scatola, ovviamente. Dove, altrimenti ? E “ dormiva “, guai a negarlo!  Ma perché al Piccolo Principe serviva il disegno di una pecora, ve lo ricordate - voi - grandi assertori di cappelli? Lì, in pieno deserto, con un aviatore intento a riparare il più velocemente possibile il suo aereo, perché chiedergli proprio il disegno di una pecora? Perché lui non era un bambino come tutti gli altri, sì, certo, lo era, poteva in effetti sembrarlo, ma solo in parte. Veniva da un asteroide, da un piccolissimo pianeta disperso nello spazio, di cui nessuno aveva memoria e di cui lui era il solo umano abitante. Aveva però necessità di capire come funzionasse il resto dell’universo-mondo, di capire alcune cose che gli erano incomprensibili, e forse solo quell’aviatore un pò folle, gli sarà sembrato il miglior interlocutore possibile, assai migliore del re, del vanitoso, dell’uomo d’affari e di tutti gli altri che aveva incontrato prima di lui nello spazio. Ma in fondo c’era qualcosa in quell’aviatore che gli ricordava , sì, gli ricordava qualcuno , proprio qualcuno che lui sarebbe potuto diventare , o forse già lo era, o che ancora era. Perché la storia vista dal Piccolo Principe, ribaltandone il narratore, è un magnifco gioco di specchi in cui il tempo simultaneamente accade, annullando distanze ed età. E allora lui diventa un aviatore un pò melanconico che sogna di essere un piccolo principe mentre sogna una rosa su un asteroide dove i tramonti accadono ogni volta lo si desideri. Un aviatore caduto dal cielo, strambo non perché caduto dal cielo ma perché caduto proprio sullo stesso pianeta dal quale era partito. Il Piccolo Principe ha invece ancora in sé, integra, la meravigliosa possibilità di compiere enormi distanze, varcare confini immaginifici e inimmaginabili approfittando della migrazione di uccelli selvatici, di volare lontano nello spazio infinito perché “ soltanto i bambini sanno quello che cercano “ e possono andare ovunque. Abitante di un pianeta grande non più di una casa, con il solo desiderio di avere una pecora capace finalmente di mangiare tutti gli arbusti e sconfiggere così tutti i baobab, eliminare le cattive erbacce, e ripulire dai semi cattivi il suo piccolo spazio , per proteggere così la “ sua “ rosa , che ancora lui non ha imparato ad amare fino in fondo, gli ci vorrà infatti l’aiuto di una volpe per riuscirci davvero. Ma nonostante l’asteroide B 612 sia esattamente a sua misura e , lì , lui abbia tutto a portata di mano, soffre di solitudine, e di non aver mai incontrato un vero amico o il suo più grande amico - se poi nella vita ti va davvero bene da permetterti questo incontro ( “ nasce te ipsum “, dissero - non a caso - prima i greci e subito dopo i latini ). Per un bambino è molto complicato capire con precisione come funzionano le cose del mondo, e se poi la pecora avesse mangiato anche la sua rosa e le sue poche spine ? Quindi soltanto un amico un pò più esperto di lui, avrebbe potuto davvero aiutarlo a capire e a risolvere il suo problema, e a spazzare definitivamente i cattivi semi dal suo giardino. Gli insegnamenti in questo racconto in otto giorni non sono neppure troppo velati, ma a portata di mano, per chi voglia “ ricordarsene “. La favola non fa che velarli appena, come è nella sua intrinseca natura, per riportare poi al presente ciò che spesso e troppo facilmente si dimentica. Quindi il Piccolo Principe impara il mondo, impara un sacco di nuove cose, e soprattutto impara ad amare, e lo scrittore impara a ricordare, a trattenere quello che è essenziale e invisibile agli occhi. Non si vede che con il cuore in fondo, non è così? Ne avrà avuto bisogno là, in mezzo al deserto, di memoria il nostro scrittore , e di ricordi, e di capacità immaginifica, assetato e solo e quasi morto. Due solitudini che si sono incontrate nel cuore della medesima persona. Nel cuore della vita e degli anni, “ritrovandosi “ ancora . Nessuno dei due avrà forse mai imparato a disegnare come pretenderebbero gli adulti, ma entrambi avranno sicuramente imparato il significato dell’amore, dell’amicizia e dell’unicità. Guardando il biondo grano illuminato di luce, in una giornata qualsiasi di un qualsiasi anno, l’aviatore- poeta avrà ripensato al suo piccolo amico di cui non ritrovò più il corpo il giorno in cui lui decise di scomparire per tornare sul suo piccolo asteroide, niente di lui era rimasto sul pianeta Terra, se non il ricordo di quegli attimi trascorsi insieme e di quelle domande che ne delinearono l’essenza. Ma niente di lui era scomparso davvero. E niente dell’aviatore era scomparso dal cuore del Piccolo Principe, che ogni giorno, pazientemente, si ricordava del suo amico terrestre un po’ sbadato che si era perfino dimenticato di disegnare la correggia alla museruola per la sua pecora ( quella dentro la scatola ). Rideva di felicità però il Piccolo Principe , perché sapeva che il suo amico non sarebbe più caduto dal cielo, ma dal cielo lo avrebbe raggiunto sul suo piccolo pianeta. Molti sulla Terra lo avrebbero dato per morto, ma i più saggi, quelli che mai saprebbero disegnare un vero cappello, semplicemente per scomparso. E infatti, appena riparato il suo aereoplano, il poeta-aviatore partì…
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Il piccolo principe
by Antoine de Saint-Exupéry
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Il piccolo principe
by Antoine de Saint-Exupéry
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Noi, umani
by Frank Westerman
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“ Per questo libro ho attinto a una miriade di fonti “, scrive Frank Westerman a conclusione del suo libro. Westerman è uno scrittore olandese, nato a Emmen nel 1964. Ed è molto bello il ritratto che ne tratteggia Goffredo Fofi, con poche, precise parole: “ formidabile scrittore-inchiestatore dall’ostinata passione conoscitiva e dall’inesauribile curiosità “. Per quello che ho potuto riscontrare io - leggendo il libro -, non c’è aggettivo più preciso di quel “ ostinata “, per definire la sua passione conoscitiva. La parola ha in sè questa meravigliosa capacità di resistenza oltre ogni possibile limite, va infatti oltre il possibile con la grande forza della volontà ma soprattutto grazie al piacere e all’amore infinito per la Conoscenza . Ha in sè il gusto per la sfida, che è anche provocazione. Mi ricorda molto da vicino Alvaro Mutis e Fabrizio De Andrè: in direzione ostinata e contraria, sempre. Che poi è una scelta di vita, uno sguardo sul mondo che comporta scelte consapevoli. E’ quel sapere e riuscire ad andare oltre, mettendo in conto il rischio. Forse proprio il saper e voler andare oltre è quello che più mi è piaciuto del libro, e lo si avverte sempre, lo si respira in ogni pagina mentre lo scrittore- inchiestatore procede nella sua analisi antropologica sull’uomo, sull’essere umano. Ci sono pochissimi punti fermi, si procede per tentativi, per disvelamenti, per giochi di specchi, contando su una presunta buona fede che non è mai scontata, neppure nel rigore della scienza. Quello in cui si crede oggi, può venir smentito domani, addirittura capovolto.  Il libro ha una data attorno a cui ruota vorticosamente, ed è i 2003, anno in cui sull’isola di Flores, furono ritrovati i resti di un ominide che riaprirono il dibattito sull’origine della nostra specie. Un ominide molto particolare - “ l’ Homo floresiensis “ - alto poco più di un metro e con una massa cerebrale molto ridotta. Chi era costui? Come inserirlo negli anelli dell’evoluzione ? L’isola indonesiana non è nuova a specie del tutto particolari, come cicogne giganti e elefanti nani, ma anche tartarughe e lucertole enormi, e topi grandi come cani. Sembra vivere sotto la malìa di un incantesimo, con leggi e specie tutte sue. Quindi qui, più che altrove, valgono quelle parole che Westerman ha detto ai suoi studenti dell’Università di Leida , dove lui insegna : “ scrivere un reportage è il frutto della capacità di stupirsi “, “ ogni reporter dovrebbe sentirsi come un bambino che si precipita a casa per raccontare alla mamma la cosa straordinaria che gli è appena successa “.  E’ anche con l’aiuto dei suoi studenti che ha scritto questo libro, ognuno ha appuntato sul proprio taccuino note di viaggio lungo la Mesa, e le linee di fondo di un progetto che aveva proprio l’obiettivo di partire fin dall’ inizio, ovvero dall’” origine “, ruotando intorno a quella data della scoperta dell’uomo floresiensis. Ecco che la frase iniziale virgolettata assume adesso tutto il suo significato e chiarezza , ovvio che le fonti siano infinite, a volte contraddittorie, e sempre in evoluzione. Uno studio appassionante e magnifico, avessi tempo seguirei tutti i libri che lui ha consultato, letto e studiato. Perché cosa c’è per noi di più appassionante del comprendere la nostra origine? E - già che ci siamo - dell ‘origine del cosmo?  Ripartiamo dunque da quel 2003 dove , in una grotta, - la grotta di Liang Bua - è stato trovato lo scheletro di una donna, doveva essere stata alta un metro e quattro centimetri e con la testa piccola come una noce di cocco. A giudicare dalle articolazioni del polso era un primate arboricolo, camminava in posizione eretta, aveva i piedi piatti, e probabilmente era vissuta 18.000 anni fa. Ma risultava difficile da inserire lungo la scala evolutiva questo essere umano in miniatura, questo “ scherzo dell’Ente Supremo “. Beh, è proprio questa “ devianza “ ad interessare Westerman, questo andare ostinatamente verso una direzione “ eccentrica “ con i suoi soli venticinque chili di peso, ma con la volontà di prendersi beffa di Charles Darwin e di Alfred Russel Wallace. E ovviamente lei non era il solo esemplare ritrovato, non l’eccezione in quella grotta a Flores. Era proprio una specie a sé quella degli abitanti dell’isola. “ Perché noi dunque ci consideriamo la norma “, e tutto il resto “ la devianza “ ? La collezione Dubois, è il più grande bottino di fossili coloniali dell’Olanda, arrivato via nave nell’Ottocento dall’isola di Giava. Circa quarantamila tra reperti ossei, denti, conchiglie, esposti presso il Museo Naturalis di Leida. Tra questi reperti c’è anche il famoso “ uomo scimmia “ di Giava, e sono i primi resti ritrovati al mondo - 1891 - del nostro predecessore: l’Homo erectus. Da dove veniamo? Chi siamo noi ? Cosa ci rende geneticamente umani? si chiede lo scrittore. “ La nostra specie è l’unica a disporre del potere distruttivo di cancellare la vita sulla terra, schiacciando il bottone nucleare “, scrive ad un certo punto Westerman. E adesso, in questi giorni, soffermandomi nuovamente su questa frase, davvero non posso non piangere, senza riuscire a smettere . La storia non insegna niente, l’uomo è sempre animato dalla sete distruttiva di conquista e di potere. Davvero ci meritavamo - mi chiedo adesso - di distinguerci dal resto del mondo animale? Purtroppo, con quello che sta accadendo, non riesco più ad avere la fiducia che sembra nutrire Westerman verso la nostra specie, nelle sue indubbie capacità , e forse lui stesso adesso scriverebbe un libro diverso, o con un finale diverso, con questa tragica consapevolezza della fine.  “ Non siamo che ossa sparse    Ma sono le tue ossa    Tu devi decidere il valore di    quelle ossa . “ Questa breve frase, in esergo alla tesi di laurea di un famoso paleoantropologo indonesiano, Teuku Jacob, ci ricorda che la storia della paleoantropologia è stata anche una storia di colonizzazione, di sottomissione e di prevaricazioni. La storia dell’uomo florensiensis scorre parallelamente a questa amara consapevolezza, e lo scrittore si sofferma su questi bui passaggi della storia, consentendoci qualche deviazione chiarificatrice, sempre illuminante sulla natura umana. Secondo Jacob, l’uomo di “ Flo “, è stata semplicemente “ un’invenzione di ciarlatani che si spacciavano per scienziati. Ma questa affermazione, non ferma, nè placa, la curiosità di Westerman, anzi, la alimenta.  Così, anche noi ci domandiamo, seguendo il flusso dei suoi pensieri, “ che cosa è normale e cosa non lo è “. L’uomo di Flo è il famoso anello mancante, una variante nana dell’homo erectus, o piuttosto la conferma che più cose si scoprono, meno se ne sa ? Affascinato dal pensiero del professor Eugène Dubois che lavorò per trovare l’anello mancante tra uomo e scimmia, per riuscire a dimostrare che il principio evolutivo non vale solo per gli animali, ma anche per l’uomo. E che le Indie olandesi erano state la culla del genere umano. Triste poi scoprire che quel suo “ essere sulla soglia dell’ominazione “, che lui pensò di aver finalmente trovato con il suo uomo-scimmia, il possibile anello mancante, non venne poi ufficialmente riconosciuto dalla scienza.  Si trovano in fondo sempre uomini, caratteri, temperamenti e umori, invidie e gelosie anche nella storia affascinante e mai lineare della paleoantropologia. E continui balzi avanti e indietro lungo la tortuosa catena dell’evoluzione. Ma quando, con precisione, l’uomo ha fatto davvero il suo vero grande balzo, “ il grande balzo in avanti “, verso l’Homo Sapiens, rotolando , e aggiungerei io “ inopportunatamente “, fuori dalla natura? Il genetista Theodosij Dobzsnskij, nel 1961 scrisse” l’essere umano è il prodotto più riuscito dell’evoluzione in base a qualsiasi ragionevole definizione di successo biologico “. Quel grande balzo è iniziato tra i cinquantamila e i quarantamila anni fa . E davvero, nonostante la sorprendente meraviglia di quel balzo, in questo momento non riesco a gioirne. Tutto quello che quel balzo significò, fa di me quella che oggi sono e posso essere. E quello che affascina Westerman, e affascinava anche me fino a pochi giorni fa, mi lascia oggi assolutamente indifferente. Anzi, mi rattrista infinitamente. “ Il fatto che siamo altrettanto bravi a costruire come a distruggere mi affascina “, scrive Westerman, “ a ogni costruzione segue una devastazione, a ogni devastazione un’insindacabile ricostruzione. In ogni caso, continuare a distruggere ci tiene in moto, come criceti sulla ruota. “. Io adesso invece - mi fosse concesso - rifarei quel balzo all’indietro, pur di non essere quel criceto sulla ruota. Preferirei essere quella donna di appena venticinque chili, “ Flo “, appena nata alla posizione eretta, con i suoi piedi piatti ma fiera di poter vedere finalmente il mondo dall’alto, e felice di sentirsi scaldare da un tiepido raggio di sole. In quel mondo capovolto di quella splendida isola indonesiana, dove magari starei meglio, abbracciando una tartaruga gigante, che è molto meglio di un criceto, non vi pare? Oppure, vorrei che il Piccolo Principe scendesse nuovamente e finalmente domandasse proprio a me  : “ Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale pianeta sei ? “ Il libro è davvero molto bello, e Westerman un grandissimo scrittore. Continuerò a leggerlo perché mi piace infinitamente la sua ostinata passione. Non c’è altro che mi piaccia di più: cercare di conoscere, ostinatamente. E questo suo altro titolo “ I soldati delle parole “, sembra chiamarmi…
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Noi, umani
by Frank Westerman
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Noi, umani
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Ci sono due domande centrali e fondamentali nel libro dello scrittore indiano Amitav Ghosh “ La grande cecità “, domande alle quali dovremmo assolutamente imparare a rispondere, se non come scrittori, almeno come lettori.  “ …che cosa nel cambiamento climatico fa sì che il solo menzionarlo comporti l’esclusione dai ranghi della letteratura seria? E questo che cosa ci dice della cultura nel suo insieme e delle modalità con cui elude il problema ? “  Lascio - almeno per il momento - queste domande senza risposta. In realtà, il mio procedere in letteratura da un pò di tempo sta cercando possibili direzioni per tentare di chiarirmi cosa si intenda in questo preciso momento storico per letteratura, cosa comprenda, o cosa dovrebbe comprendere o escludere, nel caso qualcosa debba ora escludere. Le risposte che prova a dare Ghosh sono assolutamente esaustive e condivisibili, tanto che io considero - il suo - , un libro di importanza fondamentale, da far leggere nelle scuole superiori, un libro su cui aprire discussioni e far riflettere le nuove generazioni, che magari saranno molto migliori di noi, sia come lettori sia come abitanti di questo pianeta in estrema sofferenza. “ La grande cecità “, è stato scritto nel 2016, ed in questo breve arco di tempo, le cose sono un pò cambiate, come afferma Ghosh “ l’era del surriscaldamento globale sfida sia l’immaginazione letteraria sia il buonsenso contemporaneo “. Alcuni scrittori hanno infatti raccolto la sfida, e riammesso nel contesto letterario “ il perturbante “, che non è qualcosa di legato al sovrannaturale come lo si intendeva un tempo e di cui si narrava, ma piuttosto è qualcosa che si riferisce a tutto l’ambiente che ci circonda, e soprattutto al cambiamento climatico innescato principalmente da azioni meramente umane. In questa direzione già da diverso tempo sta andando la scrittura di Richard Powers, uno dei miei scrittori preferiti, insieme a Don DeLillo, e Cormac McCarthy. Dopo aver letto “ Il sussurro del mondo “, confesso che avevo un pò di timore a leggere questo: era stata una lettura così intensa, così magnifica, perfetta, che ho temuto di restar delusa da “ Smarrimento “. Eppure, non dovrei neppure più meravigliarmi, vista la serietà con la quale l’autore affronta ogni suo libro, la documentazione esatta e precisa, lo studio costante. “ Bewilderment “ è il titolo in lingua originale, e la sua traduzione italiana “ Smarrimento “ ci porta direttamente nel cuore del problema, non saprei davvero trovare definizione migliore per tentare di descrivere questa nostra umana condizione in questo preciso momento storico : Smarrimento. Condizione che Richard Powers ha cercato di risolvere trasferendosi nelle Great Smoky Mountains, nel Tennessee. In una recente intervista ha raccontato: “ Ora nel mio cortile ho mezzo milione di acri di natura selvaggia, con un numero di specie di alberi maggiore rispetto a quelli presenti in tutta Europa, dal Portogallo agli Stati Baltici. Posso camminare ore e ore e non incontrare mai un altro mammifero bipede. Credo sia l’evoluzione più felice dei miei 34 anni di carriera di scrittore . “ Condivido la sua scelta e , se potessi permettermelo, seguirei subito il suo esempio.  La prima frase che mi ha colpito in questo romanzo, che ne rappresenta anche il centro vitale e propulsore , è stata questa : “ Assistendo all’insuccesso della medicina con mio figlio, sviluppai una teoria sballata : la vita è una cosa che dobbiamo smettere di correggere. Il mio fanciullo era un universo tascabile che non avrei mai potuto sperare di riuscire a capire. Tutti noi siamo un esperimento, e non sappiamo nemmeno cosa l’esperimento stia esaminando. “ Theodore Byrne, voce narrante e padre di questo “ triste e strano bambino “ di nove anni, è un astrobiologo, cerca e studia le possibilità di vita su altri pianeti, il cosmo è la sua passione più grande, ovviamente dopo il proprio figlio che tenta in ogni modo di rendere felice. La moglie - Alyssa - è morta da due anni in un incidente stradale, ed era un avvocato ma soprattutto un’ attivista ambientale molto convinta. Robin, il loro figlio, ha seri problemi comportamentali, forse affetto da Sindrome di Asperger, o qualcosa di simile, molto complicato per lui instaurare relazioni con i propri compagni di scuola, ma difficile quasi ogni tipo di relazione. Ama disegnare macchinari, edifici, ma soprattutto animali, in ogni minimo dettaglio, e soprattutto quelli scomparsi o in via di estinzione. Ha una memoria portentosa, ma solo per quello che davvero lo interessa, solo una cura farmacologica potrebbe essere di qualche aiuto, ma il padre si rifiuta categoricamente, e si assume un carico di responsabilità enorme, perché il figlio è spesso ingestibile e sempre imprevedibile nelle sue reazioni. Li unisce la passione per il cosmo, per l’invenzione di possibili mondi oltre il nostro che riempiono le loro serate insieme, i racconti minuziosi e bellissimi del padre su diverse forme di vita che potrebbero esistere e manifestarsi su altri pianeti, ma li unisce soprattutto l’amore sconfinato per la natura, che era anche la grande passione di Alyssa. Lei amava così tanto i pettirossi che la scelta per il nome del figlio fu ovvia conseguenza : “ Robin “, un pò fanciullo, un po’ un essere completamente libero da qualsiasi schema in cui incasellarlo o contenerlo, come questo piccolissimo esemplare di uccello, dal piumaggio spesso marrone o rosso-arancione e dal candido bianco ventre. Gli assomiglia Robin a questo piccolo volatile, coraggioso e aggressivo quando necessario, ossessionato dalla verità, a disagio in un mondo sull’orlo del collasso o, in verità, già da tempo collassato. Una purezza di intenti e di visioni di vita che mal si conciliano con un mondo allo sbaraglio, dove l’ordine di ogni cosa è stato sovvertito. Il suo animale preferito è il nudibranchio, e sul suo taccuino annota tutte le specie che lo incuriosiscono per poi studiarle approfonditamente. Ma è un bambino che non riesce a creare e sostenere legami, non riesce a mantenere la calma, ha reazioni spropositate , non sa contenere la rabbia, niente sembra poterlo davvero aiutare per riuscire a farlo star meglio. Finalmente sembra aprirsi una possibilità con una terapia sperimentale, ideata da un neuroscienziato, conoscente del padre, una terapia rivoluzionaria, grazie alla quale Robin riesce ad entrare in contatto con i pensieri, con l’emotività della madre, la cui mente era già stata sottoposta a questa terapia di neurofeedback decodificato e ne era rimasta traccia. A lui non resta che riuscire a ricalcare gli stati emotivi della mamma, avvicinare i suoi pensieri, per trovare così il modo di poter controllare le su emozioni che gli consentirebbero anche di colmare l’assenza imparando a gestire quell’immenso dolore che prova e in cui costantemente è immerso. Erediterà “ attraverso “ lei, anche l’amore sconfinato per l’ambiente, di cui si farà attivo e convinto portavoce. La sentirà vivere e pensare in lui. Sembra finalmente esserci una tregua, la possibilità di una vita più “ normale “, grazie al contatto costante e protettivo con la memoria emotiva di Alyssa, che riuscirà ad avvicinare con l’ esercizio costante della concentrazione, con un training quotidiano. Diventerà anche lui un attivista convinto, come Greta Thunberg, il cui riferimento non è poi così sotto traccia nel libro. Ma durerà questa tregua per lui ? Oppure il sistema è ormai talmente compromesso che i finanziamenti per cure sperimentali non potranno più rientrare nelle priorità governative? La fotografia del nostro mondo e di quello americano, del qui e adesso , che fa Powers , è giustamente impietosa. Non ci sono vie di fuga, nonostante la narrazione, nonostante sia un romanzo e non un saggio, e del romanzo conservi le fondamentali caratteristiche. Ma si impegna a rispondere alle domande di Ghosh, non elude le risposte, se ne fa carico. Le mette sotto il nostro sguardo, perché da solo certamente non può rispondere. “ Tutti siamo dentro ognuno “, lui dice. E tutto è collegato. In questo smarrimento ci potrebbe essere anche la soluzione, se solo si comprendessero davvero quelle due, tre cose fondamentali del vivere, del vivere insieme su un pianeta “ che secondo qualunque stima non sarebbe mai dovuto esistere. “. Se solo si comprendessero… “. Cosa credi sia più grande? Lo spazio cosmico…? “ Accostò le dita al mio cranio. “ O quello interiore ? “ “ Quello interiore, “ dissi. “ Indubbiamente quello interiore. “
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Smarrimento
by Richard Powers
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Vivere : nel vivere non c’è alcuna felicità. Vivere : portare il proprio io dolente per il mondo. Ma essere : essere è la felicità.  Essere : trasformarsi in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l’universo cade come una tiepida pioggia . “ Queste le prime parole in esergo al libro. Me le ricordavo avendole già lette nel libro di Milan Kundera “ L’immortalità “. Ci sono rimasta ferma un bel pò per poterle ripensare , per appropriarmene di nuovo perché sono splendide, prima di iniziare la lettura del romanzo di questo scrittore tedesco che non conoscevo, romanzo che ha ricevuto numerosi consensi di pubblico e di critica in Germania, ma generalmente questo a me non basta per convincermi a leggere un libro. Deve scattare qualcosa, qualcosa di simile ad un innamoramento. La copertina è bella, trapela una leggera inquietudine da quel giovane uomo solo nella notte, che sembra osservare un punto non definito di una città. Forse è su una spiaggia, davanti a lui una passerella in legno, e intorno, impronte di scarpe. Forse invece è davanti al mare, con cabine di grosse navi illuminate. Quello che colpisce è lo sguardo, o l’intuizione di uno sguardo perché è ripreso di profilo, le spalle, che sono lievemente incurvate , e il senso di impotenza che sembra pervaderlo. Attratto da qualcosa più grande di lui che non riesce a decifrare, una paura sottile lo attraversa e lo mantiene immobile, come in attesa. A volte le copertine possono aiutare, ma, certo, non basta. Questa volta mi è venuto in aiuto anche il titolo, e quel plurale “ le invenzioni “, molto più interessante che se fosse stato “ l’invenzione “, che mi avrebbe riportato ad un libro bellissimo di Paul Auster e a quella sua frase “ Un giorno c’è la vita… poi, improvvisamente, capita la morte , frase che ha scritto ne “ L’invenzione della solitudine “. Eppure questa frase non è poi così distante dall’anima di questo libro, da quella sua voce notturna che cerca di sondare fino in fondo, senza concedersi respiro, il silenzio assordante, abissale, della solitudine. Un uomo, di circa trentacinque anni, di nome Jonas, una mattina si sveglia nel suo appartamento di Vienna, e come ogni giorno, si prepara la colazione prima di uscire per andare al lavoro . Ma ben presto scoprirà che quella non è una mattina come tutte le altre. Nonostante tutto appaia come sempre, non c’è più un’anima in giro. Non tarderà molto a rendersi conto che è rimasto completamente da solo, in quel 4 luglio pieno di sole, mentre tutto il resto dell’umanità, compresi gli animali, sono scomparsi, ingoiati dal nulla, senza nessuna spiegazione e senza nessuna traccia, o indizio. Gli oggetti intorno a lui, più o meno, continuano invece a funzionare, ma come direbbe Paul Auster, “ le cose di per sé sono inerti : assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso “.  Come si reagirebbe davvero davanti a questa improvvisa e impensabile, inimmaginabile realtà , quella di rimanere soli nel mondo, su questo nostro pianeta? Di poter improvvisamente poter disporre di qualsiasi cosa ancora esistente e funzionante, di ogni oggetto, senza però avere la possibilità di incontrare mai più nessuno di vivo e di reale. Senza nessuno a cui affidare i propri ricordi, la propria vita. La trama del libro è interessante quanto inquietante, ed è quello che vuole essere : un unquietante incubo senza via di uscita. Ecco che i motivi di lettura si son resi ben presto palesi ed invitanti con questa trama, ed io, risucchiata dal vortice di questo lungo, quasi interminabile delirio , ho deciso volutamente, nel pieno delle mie capacità di intendere e di volere, di affiancare l’autore in questa discesa nel suo incubo più feroce, che deve averlo svegliato di notte, prima di poterlo scrivere. Forse un sogno, divenuto materia letteraria, senza liberarsi però mai completamente di quello stato ansiogeno di cui si deve esser nutrito, sognando. Perché cosa davvero saremmo noi, se privati degli altri? Che significato avrebbe vivere su questo pianeta in totale solitudine ? Si cercherebbe probabilmente il nostro doppio per tenerci compagnia affinché ci riveli qualcosa di più profondo di noi stessi, come fa in realtà Jonas, videoregistrandosi mentre dorme, e incontrando il “ Dormiente “, l’altro essere che lo abita e di cui sa davvero poco. Si proverebbe paura per ogni cosa, per il più piccolo rumore del più banale oggetto. Si percorrerebbero chilometri per tentare di trovare qualcuno che ci somigli, tracce di un passato comune. Si ricorrerebbe all’infanzia, alla disposizione di certi mobili di famiglia, alle fotografie. Si ricorderebbe l’amore. Si camminerebbe per le strade deserte con un coltello o armati, per non essere aggrediti dagli oggetti, per non essere sorpresi dal loro rumore di fondo, inquietante e inspiegabile. Eppure apparentemente nel racconto niente si muove, niente cambia, solo il tempo continua a scorrere in quella sua alternanza giorno-notte, assieme alle stagioni. Ma per chi è rimasto da solo come il protagonista , anche la percezione del tempo è destinata a mutare, sonno veglia sono destinati a interconnettersi di continuo. Jonas è capace di ascoltare soltanto i suoi passi nell’assordante silenzio di città vuote, di un’Europa deserta e minacciosa, da depredare, per trovare ancora un pò di cibo non scaduto, qualcosa da bere, e macchine con ancora benzina per spostarsi in quel suo viaggio interminabile e senza speranza verso un possibile “ altro “ che non esiste più, che è scomparso per sempre insieme al significato del mondo. Si ode solo la sua voce che chiama, cerca, urla, si dispera. Il clacson della sua macchina che suona solo per abitudine e per paura, paura che a volte è terrore, quasi follia. Lascia indizi, messaggi, il numero del suo cellulare un po’ ovunque, per essere trovato. Intercettato. Ma da chi, se il mondo è ormai completamente svuotato di esseri viventi ? Solo gli oggetti, le costruzioni gigantesche di palazzi e chiese , la ruota panoramica di Vienna. Le macchine, i computer, le televisioni, i negozi, i supermercati…Eppure in Jonas cresce sempre di più quella sensazione orribile di non essere davvero da solo, di poter essere sorpreso all’improvviso da qualcuno, essere aggredito: “ aveva la sensazione che ci fosse qualcuno, allo stesso tempo sapeva che non c’era nessuno. Ed era torturato dal pensiero che fossero vere entrambe le cose. “ In ogni pagina c’è questa paura, che cresce sempre di più, che divora il protagonista, e sarebbe sicuramente la paura di ognuno di noi ritrovandosi improvvisamente nella sua stessa situazione. La paura atavica, primordiale, di un animale in pericolo, sempre minacciato da qualcuno o da qualcosa, sempre sul baratro della morte, nel nulla. Difficile da immaginare, non c’è niente di bello né di attraente in questa ipotesi. Davvero niente. Senza gli altri, solo il vuoto. La disperazione totale e assoluta. Tutto quello che resta è un incubo, i propri demoni interiori, le proprie angoscie, le solite domande che non avranno mai risposta.  Cosa siamo noi? Cosa siamo noi senza gli altri? Cosa ci definisce? Cosa è la realtà? Esiste una realtà al di fuori di noi? E quanto è reale? I ricordi, a chi servono davvero i ricordi?  Si rimane invischiati in questa trama ansiogena, perché noi siamo i soli testimoni attendibili del suo racconto, ci ha eletto suoi testimoni, confidenti, sfidandoci a rispondere. Mentre tutto il resto intorno a lui è crollato, sparito. Sono rimaste solo statue che si sporgono ovunque dalle facciate dei monumenti o di palazzi, crescendo sempre più di numero. Statue mute, un esercito di musici, nani, maschere e santi. E lui, da solo, sul limitare di una soglia, tra sogno e veglia, tra vita e morte. Tra invenzione e realtà.  Il libro è bello. Però ritengo che meritasse un editing molto più accurato e attento. La tensione, a volte, si perde, ci si annoia un po’ e spesso ( e questo non deve mai succedere in un libro ), doveva invece essere tirata fino al suo estremo limite, esasperata, non darci mai modo di pensare o di dubitare, di riflettere. Non doveva darci mai un attimo di tregua , per poi lasciarci atterrare, sfiniti, sull’ultima pagina, bellissima! Si doveva uscire esausti da questo incubo, atterriti. Invece la noia, eh no. Quella mai… Ci riproverò comunque, perché è bravo Glavinic.
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Le invenzioni della notte
by Thomas Glavinic
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Le invenzioni della notte
by Thomas Glavinic
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Ogni volta che esce un libro di Jan Brokken, io sono felice. Perché già so, che non mi deluderà. Tra noi esiste un patto di reciproca fiducia, sancito fin dai tempi dalla lettura di “ Anime Baltiche “, libro che da noi uscì nel 2014, sempre per la casa editrice Iperborea. Fin dalla prima pagina vi si respira aria di mare, andando incontro a favolosi paesi sconosciuti, sentiti nominare a scuola e ripetuti quasi meccanicamente ogni volta che venivo interrogata; Estonia, Lettonia e Lituania. Ma con lui questi paesi hanno preso finalmente consistenza, si sono animati di vita e di personaggi, ho imparato a guardarli con i suoi occhi, ripromettendomi di visitarli appena possibile. Perché viaggiare, come asserisce ogni volta Jan Brokken, “ insieme a leggere e ascoltare, è sempre la via più utile e più breve per arrivare a se stessi “. La bellezza del mar Baltico, la luce morbida e calda che in autunno infiamma i colori, mi farebbero desiderare di essere proprio lì, adesso , mentre scrivo, mentre con la memoria riattraverso due libri dello stesso autore, uniti da reciproci richiami, e da quella curiosità vitale che ne anima ogni pagina. Forse “ Anime Baltiche “ è stato il libro che ho amato di più, anche se “ L’anima della città “, ne è un pò il seguito, un concentrarsi su alcune delle città che lui ha toccato viaggiando, fermandosi su alcuni aspetti e persone che lo hanno colpito, che hanno catturato la sua attenzione e , spesso, anche il suo amore Questo libro inizia con Amsterdam, città che conosco e ho vissuto per brevi periodi. Ma questa Amsterdam, non è quella che io ricordo, ma è quella che ha vissuto Mahler. E non è fatta di paesaggi, lungo-canali, porti, colori di palazzi, vetrate, caffè. E’ fatta di suoni, dei ritratti di Rembrandt che lui molto amò e che cercò di imprimere nella sua musica, in due movimenti della Settima sinfonia. Parallelamente al libro di Brokken e alla musica di Mahler, scorre il mio viaggio di lettrice, che mi ricongiunge invece alla quinta sinfonia, a quell’Adagietto ripreso anche da Luchino Visconti ne “ La morte a Venezia “, e che mi fa pensare alla scrittura di Thomas Mann. Certi libri hanno questa capacità, di farti compiere giri pazzeschi, di portarti in un istante in una parte di te che credevi dimenticata, nel vivo di un ricordo, di un dettaglio, di un suono. Sono libri in cui si viaggia contemporaneamente in più direzioni, ci si ferma per soste lunghissime, prendendoci tutto il tempo necessario per osservare ancora una volta la luce dei dipinti di Rembrandt, l’uso che ne ha fatto per caratterizzarli, per dargli consistenza materica. Ci si siede, ci si mette comodi, con un quaderno, per cercare di appuntare tutto quello che “ succede “ mentre si legge. Non siamo dentro un romanzo, dentro una struttura che in qualche modo ci obbliga a seguire un percorso, qui siamo liberi di muoverci a nostro piacimento, come dei veri flâneur. Si sosta, si pensa, si immagina, si ricongiungono fili della nostra vita, si ascolta musica, si può bere un caffè, un tè, o un buon bicchiere di vino rosso. Si può ripartire dal libro, oppure rileggere l’incipit della morte a Venezia, e ritrovarsi in un pomeriggio di primavera di quel 19…, a Monaco. Oppure cercare di mettere a fuoco la personalità di Willem Mengelberg, direttore dell’orchestra del Concertgebouw, con cui Mahler lavorò per anni. Quell’uomo che assisteva a tutte le prove in prima fila, o seminascosto talvolta, senza mai stancarsi, sempre pronto a cogliere ogni piccola variazione del maestro, tanto che i due non divennero soltanto amici - e non era semplice divenire un amico di Mahler - ma ne divenne la “ cassa di risonanza “. Si può continuare il viaggio, volendo, nella Bologna di Morandi, quell’artista che in tutta la sua esistenza visitò in tutto sei città, e naturalmente, solo italiane; Firenze, Venezia, Padova, Milano, Roma, oltre a Bologna, ovviamente. Qui si potrebbe aprire una parentesi personale lunghissima, non soltanto perché Firenze è la mia città natale, e Roma la mia città adottiva, ma perché ognuna di queste città per me è di vitale importanza. Allontanarmi dal libro in questo caso mi porterebbe troppo lontano, a quel fascio di luce che un pomeriggio illuminò Santa Croce, e che io seguii un pò intimorita da tanta- troppa bellezza, e che mi ricongiunse definitivamente e per sempre, all’anima della mia città, al suo splendore dolente e magnifico. Anche Morandi amò, dopo Bologna, Firenze. Fu colpito da Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Paolo Uccello, ma era troppo per lui, continuava a preferirle la città dai tetti tutti uguali, con quelle migliaia di tegole di terracotta rosso scuro, che anche io ho amato, e amo, moltissimo e intimamente. Per Morandi Bologna era la città-riparo, poteva “ percorrere venti strade senza uscire dall’ombra nemmeno per un minuto “, non avrebbe potuto vivere in nessun altra città, neppure per lavoro. “ Morandi era un uomo schivo in un corpo gigante “. Visse come un eremita, “ ma fu fotografato quanto una stella del cinema “. Non si sposò mai, continuò a vivere con le sorelle, si fece costruire una casa a Grizzana, per le vacanze estive. “ Prese un foglio di carta, disegnò una casetta con il tetto spiovente, quattro finestre e una porta sulla facciata. Era così che voleva vivere: nella tipica abitazione delle semplici famiglie contadine dell’Emilia Romagna. “ Non sempre ci riuscì, tra il giugno 1943 e il settembre 1945 ci furono novantaquattro attacchi aerei che distrussero una buona parte del centro storico, e anche la sua casa di campagna subì notevoli danni. Lui ambiva alla tranquillità, dipingeva sempre gli stessi vasi, bottiglie, ciotole, con i suoi tenui colori. Non permetteva alle sorelle di spolverare gli oggetti, “ la polvere rende opachi gli oggetti “, con i suoi colori tenui “ cercava una connessione con le nature morte di Chardin o gli interni di Vermeer. Allontanarsi da Morandi e il suo mondo mi è costata molta fatica, ma la curiosità per la città di Vilnius, capitale della Lituania, mi ha convinto a voltar pagina, o quantomeno, a provarci. Nevica appena si arriva a Vilnius, mentre la campana di una chiesa suona, perché è quasi Natale. Ci viene incontro Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, ( 1875-1911 ), musicista e pittore, e noi siamo davvero molto curiosi di conoscerlo. Ce ne parla il pronipote, mentre ci soffermiamo a guardare alcune vecchie fotografie che lo ritraggono con la moglie Sofija. Sono bellissime queste foto in bianco e nero, ritraggono una coppia innamorata della quale vorremmo sapere tutto, mentre lasciamo scorrere la sua musica fatta di opere dalla durata di poco più di tre minuti, e ci rendiamo conto di quanto forte sia stata su di lui l’influenza di Chopin, e quanto difficile, liberarsene. Ma un’altra città ci attende , è Aizpute, una cittadina lettone in qui nacque, il 16 aprile del 1946, in una famiglia di musicisti, Peteris Vasks. “ Come lodare la forza più potente del globo, l’amore ? Mit leiser Stimme, “, si rispose il musicista.” Sottovoce “. Questa risposta mi piace davvero tanto: “ sottovoce “ ! Vasks dovette attendere la perestroika per veder pubblicate le sue prime opere. La sua musica non ha mai finali fragorosi, “ i passaggi veloci rimandano agli aspetti aggressivi, oscuri, bruti dell’umanità, gli ideali hanno un suono lento e sommesso. “ Vorrei sostare ancora un pò qui, conoscerlo meglio questo compositore, aprire parentesi, ma c’e una città subito dopo che mi attrae moltissimo, ed è Arcachon. In particolare c’è una fotografia che ritrae il musicista francese Claude Debussy con la figlia Chouchou che mi affascina e che desidererei osservare in ogni minimo dettaglio, lui che amava molto Arcachon e la cruda bellezza dell’oceano Atlantico. La musica di Debussy mi travolge sempre, davvero sarei tentata di fermarmi qui e non muovermi più, tenendo ben a mente quelle parole che lui scrisse in una lettera a Paul Dukas : “ I Believe with all my heart that music remains for all time the finest means of expression we have. “ Niente è più grande e potente della musica, arriva ovunque, a volte anche dove non dovrebbe o dove non vorremmo che mai arrivasse. Eppure lo fa, e lo fa, spudoratamente. Intanto ascolto l’interpretazione di Arturo Benedetti Michelangeli, prima di passare a Bergamo, città che Stendhal definì “ il più bel luogo della terra e il più affascinante mai visto “. Bergamo è la città natale di Gaetano Donizetti, vi nacque il 29 novembre 1797, nella stretta via Borgo Canala, la stretta via che porta verso la città bassa. Attualmente c’è un piccolo museo. Molto intenso e struggente il ritratto che ne fa Jan Brokken. Così come intenso è il ritratto di Cagliari, e di quelle prime parole che imparò a pronunciare in latino Italo Calvino: “ Hortus botanicus “, Orto che distava dalla caso materna poco più di due chilometri. Ne segue un ritratto bellissimo di Eva Mameli Calvino, madre di Italo, e la sua passione per i misteri della natura che riuscì a trasmettere ai suoi due figli. Ci sono subito dopo la Dusseldorf di Joseph Beuys,la Parigi di Erik Satie e del Bateau- Lavoir, “ il laboratorio centrale della pittura “. Fermarmi qui mi piacerebbe moltissimo, insieme a Max Jacob, Amedeo Modigliani, Paco Durrio, Juan Gris, Kees van Donne, Pablo Picasso. Satie adorava vivere a Montmartre. Per la copertina della partitura del balletto “ Uspud, chiese un ‘illustrazione a Suzanne Valadon. Poco tempo dopo, già scrisse: “ il 14 del mese di gennaio dell’anno di grazia 1893, che era un sabato, iniziò la mia relazione d’amore con Suzanne Valadon che ebbe termine il martedì 20 del mese di giugno dello stesso anno “. E se non ci fosse subito un diretto, una coincidenza, per Kyoto, rimarrei qui, nella meravigliosa Parigi, cercando magari Julio Cortàzar e la maga. Ma a Kyoto c’è l’incontro con Ryoko, una donna forse amata da Jan Brokken. E subito dopo, nuovamente Amsterdam, per ammirare la pittura di Meindert Hobbema, per poi proseguire per San Pietroburgo, ultima città estera che ho visitato prima che la pandemia ci chiudesse in casa, ed è una città stupefacente, con un’infinità di suggestioni e della quale amerei parlare. Ma davvero io non riesco ancora a staccarmi da quelle pagine dedicate alla madre di Italo Calvino, il mio procedere è in realtà un sostare, adesso ho bisogno di questo, di questa lunga pausa dentro il cuore di questo libro. Ho bisogno di rileggermi qualche capitolo di Marcovaldo, aprire a caso il libro de “Le città invisibili “, e farmi trasportare dalle sue città sottili: “ È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su:davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra…!” Non posso muovermi da qui, Brokken sarà molto felice di queste mie divagazioni, approverà queste soste dentro il suo libro che adesso è il mio. Guarderò con i miei occhi assieme ai suoi. Leggetelo!
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L'anima delle città
by Jan Brokken
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L'anima delle città
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In copertina del libro di Francesco Permunian c’è un dipinto, un autoritratto del pittore tedesco Otto Dix, che risale al 1912 quando l’artista aveva appena ventitré anni. Già lo sguardo è severo, attento, accusatorio. Sembra osservare la realtà con grande serietà, con glaciale oggettività che sfocerà presto in quei suoi quadri di denuncia sociale contro la guerra. Morì nel 1969 e a quell’età Francesco Permunan aveva diciotto anni. Non so se si siano mai conosciuti di persona - ritengo di no - ma con quel garofano rosa comunque il pittore sembra voler consegnare al nostro italico scrittore un messaggio, un modo di osservare e ritrarre la “ miseranda commedia umana “, con severità e indulgenza. Già nella mitologia ai garofani era attribuita una funzione consolatoria, nacquero dalle lacrime di quel misero pastore che si invaghì di Diana, dea della caccia, e fu da lei sedotto e subito dopo abbandonato. Cadendo a terra quelle sue copiose lacrime generarono garofani, capaci in parte di curare le pene d’amore e di lenire quei giorni di “ collera e di annientamento “che la vita inevitabilmente ci presenta nel suo accadere. Il titolo del libro, però, non lo si deve a questa considerazione, quanto ad una breve frase di Anna Maria Ortese, che intervistata da Sandra Petrignani, questo disse : “ Ho conosciuto giorni di collera, e insieme di annientamento. Una brutta vita, direi “. Non conoscevo fino ad oggi, se non di nome, Francesco Permuniam, non avendo mai letto un suo libro. Questo è il primo e sicuramente ne seguiranno un secondo e un terzo, perché alcuni dubbi me li ha lasciati, nonostante la frase riportata sulla fascetta di copertina - scritta da Emanuele Trevi - : “ In Permunian sembra di riconoscere ancora intatto il potere della scrittura letteraria come inteso dai grandi maestri moderni, da Kafka a Cèline a Beckett “. Ora, come fare a non tenere in considerazione il parere di questo autorevole vincitore dell’ultimo premio Strega, che, aprendo una breve parentesi, io amo molto e davvero moltissimo quel suo libro “ Due vite “ che narra, appunto, le vite di Rocco Carbone e di Pia Pera, scrittori scomparsi prematuramente e molto legati a Emanuele Trevi. Generalmente non tengo in grande considerazione gli altisonanti pareri scritti sulle fascette, talvolta sguaiati gridi di richiamo su inutili libri. Ripongo la fascetta all’interno del suo libro, a futura memoria. Però, questa volta, ironia del caso, il protagonista di questo romanzo in tre atti, è proprio uno scrittore vincitore del premio Strega. Diciamo un vincitore quasi contro la sua volontà, avendo iniziato la sua carriera più come cantante che come scrittore. E’ il dottor Lunfardo, in arte Don Fifì. Ma, ben presto resosi conto che non era destinato a diventare il nuovo Don Backy, sarà costretto a ripiegare sulla scrittura di libri e non di canzoni. Il suo sguardo sarà severissimo, oltremodo polemico nei confronti dell’attuale mondo dell’editoria, probabilmente si vede che qualche bel sassolino il nostro “ Don “ Francesco se l’è voluto togliere dalla scarpetta, “ ahi, che mi fa tanto, tanto male, ahi. Batto il piede in su, lo batto in giù, Giro e mi rigiro, sembro Belzebù “…( ve lo ricordate Natalino Otto ? ). Chiusa la parentesi, ahi, ritornerei a quell’epigrafe iniziale posta a inizio libro, che è una frase di Italo Calvino (“ da “I libri degli altri “ ): “A lavorare da un editore viene un cuore di pietra “.    Don Fifì è nato nel 1951( stesso anno della nascita di Permunian ), l’anno della grande alluvione del Po, in quelle terre “ miserabili “ del Polesine. E’ qui che lui vive ed è cresciuto, imparando a decifrare quei” glauchi reami incantati “, popolati da fantasmi remoti. Vincitore del premio Strega, non per suoi meriti ma per il “ peso “ della casa editrice che lo ha pubblicato, lavora in una delle maggiori società editrici italiane. E osserva quel gran fiume avernale dell’editoria da cui spuntano, prendendo a prestito una immagine dello scrittore cileno Roberto Bolaño, le teste di innumerevoli scrittori, destinati ad affogare, e quindi a scomparire per sempre. Lui stesso si considera uno scrittore fallito, frutto di un patteggiamento tra una casa editrice milanese e un agente discografico, si ritiene assolutamente privo di capacità letterarie, con ancora il grande sogno di riuscire ad eguagliare, prima o poi, la voce di Frank Sinatra. Osserva e scrive da “ quel buco della pianura padana “, sognando quel “ Don Chisciotte da strapazzo “ che “ è “ Giorgio Manganelli e che , armato di martello e di una lunga lancia, “ vuole “ sterminare quasi l’intera stirpe dei romanzieri . Come lo stesso Permuniam, mi par di capire. Ma torniamo a Don Fifì, costretto ad arrivare a Milano, ogni giorno, dove lavora, e a vedere i suoi colleghi e la segretaria di redazione, tutto quel mondo che lui disprezza sempre di più, assieme a tutta quella folla sempre più popolosa di scrittorini in erba che da lui cercano aiuto e insegnamenti. Oltre ai personaggi dell’editoria, ci sono anche quelli della vita di ogni giorno, che popolano il suo paese e la sua memoria, come ad esempio Patrizia, che non è soltanto l’antropomorfica macchina da scrivere di Giorgio Manganelli, ma è anche quella “ gnocca “, figlia di un’ex ausiliaria della RSI, e amica di Don Fifì, che gira a bordo di un sidecar ed è soprannominata la “ Funebrera “ e che nella vita fa marchette, come prima di lei, la madre. Sfilano stralunati e grotteschi personaggi della commedia umana che popolano la sua vita così come i suoi sogni sfilano trasognati tra le pagine del libro, difficili da afferrare, inconsistenti ma corporei. Tragici, buffoneschi, inconcludenti, come comparse estemporanee di un mondo al collasso. Ironici, loro malgrado. E nella seconda parte, come a voler intravedere la radice primaria del suo fallimento, Don Fifì riporta le tracce di un suo manoscritto giovanile, ritrovato in soffitta, in cui, il protagonista, è il suo alter ego giovanile. Si apre quasi un siparietto, intimo e godibilissimo, e la luce illumina una famiglia di cui lui fa parte essendone il figlio unico, con un padre ipocondriaco, morbosamente maniacale, detto il Gegè, e con una madre succube, l’Esterina. Con ironico e strampalato sguardo, si arriva alla terza parte del libro, dove cerchiamo di tirare le fila di questo romanzo. Siamo nell’inverno- primavera 2020, sul Lago di Garda, in piena pandemia. Con provviste in frigo e in credenza fino all’orlo, come noi tutti ben conosciamo, cercando un qualche santo a cui raccomandarsi, o un santuario in cui rifugiarsi. Ci sono ancora Don Fifì , l’indiscusso protagonista del romanzo , il Gegè, l’Esterina e lo zio Antelmo, fervente antimilitarista. Allucinazioni notturne, psicanalisi e scrittura. Ancora l’amata- odiata Patrizia e il suo sidecar, rumori di sottofondo in un mondo sottosopra, dove cercare di scriverlo e raccontarlo sembra complicato e sempre sfuggente, ma sembra essere anche l’unico modo per tenerne traccia, per fermarlo in brevi fotogrammi. Basta comunque che siano davvero in pochi a farlo e i migliori, altrimenti dobbiamo dar ragione a quel Monaldo Leopardi quando scriveva “quel pizzicore di letteratura che è entrato ancora nelle ossa dei pescivendoli e degli stallieri “. E su questo concordo pienamente con te, “ Don “ Permunian, il talento è davvero di pochi e la scrittura non è per tutti, e se qualcuno ha quel pizzicore, se lo faccia passare in fretta! Ahi! Ti saluto, ci rincontreremo presto, ciao.
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Le maestose rovine di Sferopoli
by Michele Mari
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