Silvia
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Silvia

Jul 8, 1974

Italy

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Klaus scherzava sempre; Klaus non scherzava mai: sotto la sua ironia c'era il senso dell'essere sopravvissuto, o l'assurda ipotesi che qualcuno possa mai sopravvivere, pur continuando a respirare, o l'assurda idea che dopo il pollaio, dopo i lager, il linguaggio possa essere qualcosa di più che puro rumore. Una volta, alla mensa della Fondazione, lo vidi avvicinarsi al muro per raddrizzare il quadro leggermente storto di un girasole, opera di un paziente. In qualche modo - di nuovo mi venne da pensare al divo di un film muto - i gesti di Klaus dichiaravano che tutto questo era teatro; senza emettere suono, attirò gli sguardi di tutta la gente seduta a mangiare. Aveva ipercorretto la posizione del quadro: adesso pendeva troppo a sinistra; si grattò la testa; ci fu una breve risata; poi ipercorresse a destra, finse di on accorgersene, si aggiustò il cravattino, mimò la soddisfazione di sé, producendo altre risate; poi, come se solo le risate gli avessero fatto notare l'errore, si portò una mano al mento, riflettendo. Di colpo un dito indice scattò verso l'alto; invece di armeggiare ulteriormente con il girasole, si avvicinò agli altri tre dipinti (campanule, gerani, echinacee) appesi al muro e abbassò l'angolo sinistro finché tutte le cornici non furono ugualmente storte; tornò a sedersi fra gli applausi generali". Ben Lerner, Topeka School, Sellerio, trad. Martina Testa Hanno scritto, tra le altre cose, che il futuro del romanzo potrebbe essere questo. Se così fosse, non mi dispiacerebbe affatto.
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Topeka School
by Ben Lerner
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Topeka School
by Ben Lerner
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Uomini e topi
by John Steinbeck
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Uomini e topi
by John Steinbeck
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Il caos da cui veniamo
by Tiffany McDaniel
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"La notte che sei nata tu, tuo padre ha contato tutte le stelle. Gli ci è voluta la notte intera, fino al mattino. Ma le ha contate tutte, dalla prima all'ultima. E ha fatto la stessa cosa ogni notte che è nato uno dei tuoi fratelli e delle ue sorelle. Se gli chiedi quante stelle c'erano in cielo la notte che è venuto alla luce Leland, ti dirà il numero esatto, aggiungendo che erano cinque in meno della notte che è nata Fraya. La notte di Hawkthorne la luna era più luminosa e si vedevano meno stelle, ma sempre più di quando è venuta alla luce Flossie, che ne ha avute meno di tutti voi. E Trustin, be', lui è nato in una notte di stelle cadenti. Ma tu, chissà perché... quella notte, Bitty, c'erano più stelle di tutte. Ci sono uomini che sanno con precisione l'ammontare del proprio conto in banca. Altri ricordano quanti chilometri ha percorso la macchina e quanti ancora può farne. C'è chi sa a memoria le medie del suo giocatore di baseball preferito, o quanti soldi gli ha fregato lo zio Sam. Tuo padre non sa nessuna di queste cose. Gli unici numeri che ha in testa Landon Lazarus sono quelli delle stelle che splendevano la notte che sono nati i suoi figli". Tiffany McDaniel, Il caos da cui veniamo, Atlantide, trad. Lucia Olivieri. I monti Appalachi, i pellerossa, e una storia piena di poesia, sogni e magia. Piena delle cose che davvero contano.
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Il caos da cui veniamo
by Tiffany McDaniel
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«Che sia chiaro da subito: c’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra, e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni. Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria. (…) Come fanno questi patogeni a compiere il salto dagli animali agli uomini e perché sembra che ciò avvenga con maggiore frequenza negli ultimi tempi? Per metterla nel modo più piano possibile: perché da un lato sembra che la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancor più rapido e generalizzato. Ci sono tre elementi da considerare. Uno. Le attività umane sono causa della disintegrazione di vari ecosistemi a un tasso che ha le caratteristiche del cataclisma. (…) Le foreste tropicali non sono l’unico ambiente in pericolo, ma sono di sicuro il più ricco di vita e il più complesso. In questi ecosistemi vivono milioni di specie (…). Due. Tra questi milioni di specie ignote ci sono virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, molti dei quali parassiti. Tre. Oggi la distruzione degli ecosistemi sembra avere tra le sue conseguenze la sempre più frequente comparsa di patogeni in ambiti più vasti di quelli originari. (…) Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa, un nuovo tipo di casa, o estinguersi. (…) “Se osserviamo il pianeta dal punto di vista di un virus affamato” scrive lo storico William H. McNeill “o di un batterio, vediamo un meraviglioso banchetto con miliardi di corpi umani disponibili». David Quammen, Spillover, Adelphi, trad. Luigi Civalleri Non è mai troppo tardi per leggerlo. anobii.com/removed-link
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“Quando andò in onda, il ragazzo rimase di stucco. Il servizio più importante riguardava l’“epidemia di superinfluenza”, come veniva ormai chiamata, ma gli annunciatori di entrambi i canali dissero che si stava provvedendo a stroncarne la diffusione. Al Centro di controllo medico di Atlanta era stato fabbricato un vaccino e sarebbe stato possibile farselo iniettare dal proprio medico curante a partire dall’inizio della successiva settimana. La diffusione dell’epidemia veniva definita allarmante a New York, San Francisco, Los Angeles e Londra, si stava però facendo il possibile per limitarla. In certe zone, proseguì l’annunciatore, le pubbliche riunioni erano state temporaneamente cancellate dai programmi. (…) Nick aveva notato qualcosa, nel notiziario, che ad altri forse era sfuggito. Non c’erano stati filmati, neppure uno. Non c’erano stati i risultati degli incontri di baseball, forse perché di incontri di baseball non se n’erano giocati. Appena un accenno di bollettino meteorologico, ma niente cartina delle alte e basse pressioni – come se l’Osservatorio Meteorologico degli Stati Uniti avesse chiuso bottega. (…) Gli annunciatori dei due canali erano parsi nervosi e turbati. Uno dei due aveva il raffreddore; aveva tossito una volta dentro il microfono chiedendo scusa ai telespettatori. Tutti e due avevano continuato a saettare lo sguardo a sinistra e a destra della telecamera che li inquadrava… come se in studio con loro ci fosse qualcuno, qualcuno che se ne stava lì per accertarsi che facessero quel che dovevano fare”. Stephen King, L’ombra dello scorpione, Bompiani, trad. Bruno Amato e Adriana Dell’Orto Nel 1978 il buon vecchio King scrisse di una pandemia che stermina il 99% dell’umanità, e con esso l’ordine sociale e tutto. E dei pochi superstiti che a fatica si radunano e si ricompattano da una parte intorno a una veggente ultracentenaria e dall’altra intorno a un uomo senza volto, per far ripartire le cose. C’è l’epidemia, la polizia che cerca di mantenere il controllo, l’informazione storpiata, la paura. Un ottimo compagno di strada, in questo tempo sospeso.
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L'Ombra dello Scorpione (The Stand)
by Stephen King
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L'Ombra dello Scorpione (The Stand)
by Stephen King
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«Un paio d'anni fa ho comprato un farmaco per l'eutanasia su un sito web cinese. L'alternativa è andare in Messico o in Perù e procurarselo da un veterinario. A quanto pare, basta dire che devi abbattere un cavallo malato e te ne vendono quanto vuoi. Puoi prenderlo lì a Lima, nella tua stanza d'albergo, e allora sarà la tua famiglia a sbrigarsela col rimpatrio della salma, oppure puoi nasconderlo in valigia per dopo. Il mio farmaco cinese è in polvere. Lo tengo dentro una busta sottovuoto in un posto sicuro e segreto, insieme al mio messaggio d'addio. Il messaggio l'ho scritto più di un anno fa, pochi giorni prima dell'intervento al cervello». Cory Taylor ha vissuto un’esperienza comune a molti. Nel 2005 le è stato diagnosticato un melanoma, e da quel momento il processo verso la fine è stato lento (almeno inizialmente) e irreversibile. Come stanno facendo molti, qui sui social, ha deciso di scriverne, e in un certo senso è anche questo un biglietto d’addio, un libro sottile e potente – sui desideri, i rimpianti, i ricordi, i grandi dubbi (il suicidio, l’esistenza di un dopo), le paure, la solitudine, la solidarietà –, in cui l’esperienza del morire è dettagliata con luminosa lucidità. Un libro denso di passaggi che dovremmo portarci dentro, piccoli insegnamenti, nessun cedimento all’autocommiserazione, qualche nota ironica. «Sono invidiosa perfino di chi va in auto. Dopo il mio intervento al cervello ho dovuto rinunciare a guidare, per via del rischio di un altro attacco. Come mi piacerebbe caricare la macchina e andarmene in qualche spiaggia deserta a fare una nuotata. Ma peso meno del retriever del vicino. Non riuscirei ad arrivare molto lontano. E così via, la lista dei piaceri che non posso più godermi è infinita. È inutile sentirne la mancanza, ovviamente, perché non servirà a restituirmeli, ma tanta dolcezza, quando se ne va, non può che lasciare un vuoto terribile. Sono grata di averne potuta assaporare così tanta quando ne avevo la possibilità. Ho avuto una vita beata, piena di gioie innumerevoli. Quando stai morendo, può capitarti di provare una sorta di tenerezza perfino per i tuoi ricordi più infelici, come se la gioia non fosse confinata solo ai momenti più belli ma fosse intrecciata ai tuoi giorni come un filo d’oro». Cory Taylor, Morire – Una vita, Il Saggiatore, trad. Andrea Libero Carbone
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Morire
by Taylor Cory
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Morire
by Taylor Cory
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«Destino o no, rompe le scatole invecchiare, veder cambiare le case, i numeri, i tram e i cappelli della gente, intorno alla propria esistenza. Abito corto o berretto con lo spacco, pane di pasta dura, battello a ruote, tutto per l’aviazione, è sempre la stessa solfa. È uno sciupo di simpatie. Io non voglio cambiar più. Ne avrei di cose da piangermi addosso, ma son loro sposo, sono una piaga, e del resto m’adoro quant’è marcia la Senna. Chi cambierà il lampione agganciato all’angolo del numero 12 mi darà un grosso dispiacere. Siam provvisori, questo è vero, ma io ho già provvisorieggiato abbastanza per la mia dignità». «Mia madre andava a presentar la collezione, nell’ora di pranzo, a dei rivenditori nelle gallerie… Ha fatto di tutto, lei, per farmi campare, è il nascere che non ci voleva. Dalla Nonna, in Rue Montorgueil, dopo il crollo, sputava a volte sangue, al mattino, preparando la vetrina. Nascondeva i suoi fazzoletti. La Nonna sopraggiungeva. “Clémence, asciugati gli occhi!… Piangere non serve a nulla!…” Per arrivare il più presto possibile, ci alzavamo col sole, attraversavamo le Tuileries, le faccende già sbrigate, lasciando il babbo a rivoltare i materassi. Durante la giornata non c’era da stare allegri. Mi capitava di rado di non piangere per buona parte del pomeriggio. Ricevevo più ceffoni che sorrisi, in bottega. Chiedevo perdono a proposito e a sproposito, ho sempre chiesto perdono di tutto». Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, Garzanti, trad. Giorgio Caproni Esce nel ’36 ed è l’antefatto di Viaggio al termine della notte. Anni fa Bruno mi ha regalato questa vecchia edizione (la prima, in italiano) del ’64, uscita per Garzanti, con una traduzione descritta come un’impresa (un’impresa di due anni) e zeppa di bianchi tipografici che indicano le diverse censure dell’allora edizione più diffusa del libro. È un libro magnifico, denso. Sulla miseria, sulla provvisorietà, sulla fatica.
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Morte a credito
by Louis-Ferdinand Céline
(*)(*)(*)(*)(*)(997)

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Morte a credito
by Louis-Ferdinand Céline
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Spillover
by David Quammen
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“Tutto si disintegra, si cancella, la mia ricerca di una logica non è stata altro che uno sciocco e infantile spreco di tempo. (Molto simile alla mia convinzione che il passato sia così prezioso da valere per sempre, da dover essere raccontato al presente. Ne ho abbastanza del passato come del presente; sono finito, il mio mondo è finito, e non posso evitare la realtà trastullandomi con la grammatica e i tempi verbali). Non esiste un modo razionale di considerare il tutto, non c’è mai stato. I modelli si sviluppano, ma poi si sfaldano. La logica continua a inciampare e cadere a faccia ingiù come un clown giocattolo”. (…) “Ci troviamo ad amare quando la logica ci dice che dovremmo odiare. Ci troviamo a ricordare quando la logica ci dice che dovremmo dimenticare. Più una risposta è chiara, più domande ci poniamo. Le lame smussate risultano affilate, il mondo abbonda di gorgoni che abbaiano, eroi codardi, e la follia è l’imperatrice dell’universo. (Per tutta la vita ho cercato di correre più velocemente di questo pianeta che gira in tondo. Forse ho sempre percepito la follia e ho cercato di liberarmene. L’oblio è l’unica vera logica: o è semplicemente la resa finale alla follia? …)”. Don Robertson, L’ultima stagione, Nutrimenti, trad. Nicola Manuppelli All'inizio mi è stato profondamente sulle scatole, questo libro. L'ho trovato quasi insostenibile. Un diario sciocco che mi dicevo: perché dovrebbe interessarmi? Ma poi ci sono finita nel mezzo, avvolge completamente, e non vuoi più lasciarlo andare. Grazie a Libreria L'ibrida Bottega che lo consigliò qualche anno fa. E, se volete acquistare libri a Torino, in questo periodo, sappiate che fanno servizio delivery.
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L'ultima stagione
by Don Robertson
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L'ultima stagione
by Don Robertson
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