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Rosenkavalier70 (Goodreading for good)

I don't mind if you don't like my manners. I don't like them myself. They are pretty bad.

Nov 23, 2017

Pavia, Italy

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The Hustler
by Walter S. Tevis
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La fine è nota
by Geoffrey Holiday Hall
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The Glass Key
by Dashiell Hammett
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El secreto de sus ojos
by Eduardo Sacheri
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Vite parallele
Vite parallele di due grandi scienziati, il matematico Carl Gauss e il geografo Alexander von Humboldt. Entrambi genii bambini, entrambi con un'infanzia anomala e famiglie disfunzionali (o forse così appaiono a noi, viste da qui). Risultato: il primo diventa un adulto misantropo e un giudice molto sprezzante dell'intelligenza altrui (mai sufficiente). Il secondo diventa un adulto anaffettivo per quanto curioso di tutto, incluso degli altri esseri umani (che però osserva come fossero elementi del panorama, prima di procedere ai suoi rilievi cartografici). Premesso che la parte scientifica, anche se solo sommariamente accennata, mi è risultata oscura per limiti miei (che Gauss non avrebbe mancato di sottolineare), credo che molto del divertimento offerto da queste opere consista nel trovare il romanzo nascosto nella biografia, o viceversa. Il gioco per me è impossibile, sapendo poco o nulla dei due protagonisti. Cosa resta quindi? Una lettura leggera ma in fin dei conti abbastanza piacevole, una volta accettata la natura aneddottica del racconto e la sua mancanza di profondità. Meglio, ovviamente, le parti sulle avventure di von Humboldt in giro per il mondo, che si prestano meglio al racconto delle speculazioni astratte di Gauss, il quale però offre all'autore i migliori momenti di, seppur minimo, scavo psicologico. Leggendo il libro, mi veniva sempre in mente una bellissima canzone di Mark Knopfler, che con encomiabile economia di mezzi, ha realizzato un'operazione molto simile a quella di Kehlman in soli quattro minuti (per i precisetti, la versione live del link ne dura sette). La canzone parla di due eminenti scienziati inglesi, coevi dei protagonisti del libro, e del loro viaggio nelle colonie americane per dirimere una questione di confini tra possidenti terrieri. I loro nomi erano Charles Mason (astronomo) e Jeremiah Dixon (geografo). Dal loro lavoro americano viene la famosa Mason-Dixon Line, poi arbitrariamente assunta come confine tra stati abolizionisti e schiavisti nella guerra civile americana. Dixon era il rampollo di una famiglia benestante di proprietari di miniere. I am Jeremiah Dixon \ I am a Geordie boy A glass of wine with you, sir \ And the ladies I'll enjoy All Durham and Northumberland \ Is measured up by my own hand It was my fate from birth \ To make my mark upon the earth Mason (un po' come Gauss) era figlio di un panettiere, ma aveva altro in mente. He calls me Charlie Mason \ A stargazer am I It seems that I was born \ To chart the evening sky They'd cut me out for baking bread \ But I had other dreams instead This baker's boy from the west country \ Would join the Royal Society L'ho trovata una curiosa similitudine, il ricco e il povero, entrambi predestinati a fare altro, come Gauss e Humboldt. youtube.com/watch?v=rrNy_gsNHGs
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La cappella Brancacci
by Elisa Del Carlo
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Tonio Kröger
by Thomas Mann
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Chandlerian or Chandleresque (e altre quisquilie di cultura generale)
Qualche tempo fa ho proposto al gruppo di lettura cui partecipo "Il lungo addio", di Raymond Chandler. Il libro è piaciuto molto, nonostante il suo autore non fosse molto noto a parecchi di quei lettori forti, che di Chandler avevano giusto sentito parlare. Pochi avevano già letto qualcosa di suo (a memoria, quasi tutti "Il grande sonno", molti invece avevano visto i film con Humphrey Bogart (che nell'immaginario collettivo è una specie di alter ego di Chandler, nonostante lui preferisse Cary Grant). Forse perchè comunemente confinato nel genere hard-boiled, forse perchè (qualcuno ha commentato) sono cose già sentite, già viste (appunto) mille volte nei film, alla fine pare che i suoi romanzi siano dati per noti, forse per scontati. E' vero. La prosa di Chandler ha marcato un segno pressocchè indelebile nello stile della narrativa nera, molto più del suo maestro Hammett e dei coevi Woolrich e McCain. Quel segno è tralignato dai libri nel cinema e da lì nell'estetica visiva più generale e tuttora rimane. Il fatto è che Chandler è l'originale. Apparentemente, troppe persone hanno più familiarità con gli imitatori. Ma Chandler è the real thing e, come diceva una vecchia pubblicità, la "cosa vera" non si batte. youtube.com/watch?v=yIwIEv7iA84 Avendo ormai esaurito le letture originali (incluso Poodle Springs, che consiste in 10 pagine di Chandler e una trecentina, trascurabili di Robert Parker), ho scoperto che il famoso scrittore irlandese John Banville aveva pubblicato sotto pseudonimo questa "Philip Marlowe novel", ben recensita sulla stampa americana. nytimes.com/2014/03/16/books/review/the-black-eyed-blonde-by-benjamin-black.html L'ho comprata e letta in un amen, con moltissimo divertimento. La trama è interessante e complicata quanto si deve, in omaggio ai totem del genere. Le atmosfere sono convincenti, i personaggi sono ben costruiti, si riconoscono i riferimenti ai clichè ma a un appassionato questo non dispiace. Il colpo di scena non arriva certo inaspettato, per i chandleriani (anche perchè preparato da indizi che i conoscitori del filone marloweiano riconoscono abbastanza facilmente), ma chiude efficacemente una storia che fin lì aveva funzionato bene e, si sa, il rischio è che si guasti proprio al momento che sarebbe destinato agli applausi finali. Per divertente (e molto) che sia stata, la lettura mi ha fatto sorgere più di una riflessione. Piacerebbe questo romanzo a uno che non abbia mai letto Chandler? E se sì, perchè? A un chandleriano come me, questo romanzo piace così tanto perchè è ben scritto o perchè somiglia tantissimo (quasi perfettamente, direi) a un romanzo scritto da Chandler? Le doti mimetiche di Banville costituiscono un pregio o un plagio? Rispondere a queste domande è un vasto programma. Un aiuto lo dà Banville, che in un bell'articolo sul Guardian racconta la genesi del romanzo, si dichiara chandleriano militante e dice "what I found most attractive in Chandler's work was the sumptuousness of the prose style". Ne fà, in altri termini, soprattutto una questione di stile. "Could I invent a plot to match the master's fiendishly intricate mysteries? Would I be able to catch anything of the flavour of postwar Los Angeles, the accents, the atmosphere, the acrid feel of a time and place so specific to the Marlowe books? Above all, would I be able to reinvent a convincing Marlowe?" theguardian.com/books/2014/mar/08/philip-marlowe-raymond-chandler-john-banville Il gusto, gli accenti, l'atmosfera, le sensazioni di un tempo e di un luogo. La reinvenzione. Lo scopo, dice Banville, non è copiare Chandler ma onorarne lo spirito: "I have sought not to parrot Chandler, but to honour the spirit, vigorous, valiant and melancholy, of this master of English prose". Scrivere un romanzo che sia (o suoni?) Chandleriano è essenzialmente una questione di stile? "The Black-eyed blonde" è o suona? Chandlerian o Chandleresque? Queste domande conducono alla vera domanda, che per me devoto della prima ora (compatibilmente con l'anagrafe) è la più rischiosa e potenzialmente dolorosa. Se uno scrittore (bravo, ovviamente, come Banville dimostra di essere) può scrivere una "Philip Marlowe novel" così autentica, bella, divertente, accattivante, cosa resta della real thing? Uno stile tutto sommato imitabile? Una serie di tricks of the trade (il gusto, gli accenti, l'atmosfera, le sensazioni), che un altro esperto di quell'arte può replicare con un peraltro difficilmente calcolabile sforzo? Sì e no. Sì perchè anche un Rembrandt si può imitare con successo. No, perchè Rembrandt è "het echte ding" (courtesy Google Translator), De Nachtwacht l'ha dovuta dipingere lui perchè eventualmente possa poi essere copiata da qualcuno (bravo, eh, perchè un Mondrian lo si rifà con un righello, Rembrandt no). Ma nessuno aveva mai ritratto una milizia civica olandese in quel modo (e ritratti di quel genere in Olanda se ne facevano tantissimi, all'epoca, molti splendidi come quelli di Frans Hals). Quindi, I rest my case. Raymond Chandler era e rimane un maestro non soltanto del suo trade, cosa del tutto accertata, ma della letteratura. Anche solo rispetto ad Hammett, la nota distintiva profonda dei suoi romanzi, certamente di quelli migliori, è la capacità di creare un contesto morale credibile col quale il lettore può confrontarsi. Per questo, dissento da Banville quando riduce, per così dire, Chandler a un formalista, un maestro di stile. A me è sempre parso molto più di questo. Je kan het echte ding niet verslaan. "And now I wish I could meet up with him in some shady bar on Sunset, slide on to the stool beside him, give him a light for his cigarette and buy him a gin gimlet, and ask him how I did" (J. Banville)
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Nottataccia
Quattro racconti, quattro storie diverse tra loro, unite da due particolari: protagonisti stereotipati e poco verosimili. Uomini dalla sensibilità pateticamente esasperata e donne-manichino relegate a ruoli meccanici. Il primo, mi spiace doverlo dire in termini così spicci, è francamente illeggibile. Scritto in uno stile tardo-decadentista fasullo e malgovernato da Zweig, è tutto imperniato su una giornata festiva di gran caldo che dà alla testa al protagonista, il quale a fine cena si ritrova in camera una graziosa sonnambula. Un temporale incombe. La tentazione di approfittare della fanciulla è forte. Non riuscivo a non pensare a questa scena di Animal House. youtube.com/watch?v=DQqfEYjkylk Il secondo ha un assunto di fondo che si può solo addebitare all'evidente scarsa conoscenza che Zweig aveva della vita delle persone comuni, men che meno di quelle di umili condizioni. Un nobilastro vince del denaro all'ippodromo e lo sperpera regalandolo ad alcuni poveretti, incontrati durante una serata al Prater. Questo lo rende immensamente felice e soddisfatto, gli fa ritrovare la gioia di vivere e una più profonda consapevolezza dell'umanità. Il tutto si estrinseca, secondo Zweig, in questo paragrafo: "Da quando ho cominciato a comprendere me stesso, comprendo anche un’infinità di altre cose: lo sguardo di un individuo avido davanti a una vetrina può turbarmi, la capriola di un cane entusiasmarmi. Ormai presto attenzione a ogni cosa, nulla mi è indifferente. Ogni giorno leggo sul giornale (che prima sfogliavo solo per la pagina degli spettacoli e per quella delle vendita all’asta) centinaia di notizie che mi emozionano, mentre i libri, che un tempo mi annoiavano, ora d’un tratto mi schiudono nuovi orizzonti. E la cosa più strana è che adesso, di colpo, riesco a parlare con gli altri anche al di fuori di ciò che si usa chiamare conversazione. Il mio domestico, che è con me da sette anni, mi incuriosisce, chiacchiero spesso con lui, il portinaio, davanti al quale solitamente passavo senza neanche accorgermi della sua presenza, come davanti a un palo mobile, qualche tempo fa mi ha raccontato della morte della sua figlioletta, e il suo racconto mi ha commosso più delle tragedie di Shakespeare". Se si trattava di una sfida al senso del ridicolo, è un trionfo. Vi sfido a rimanere seri. Il terzo racconta di un tale affetto da patologica avarizia, con successiva fuga della moglie che preferisce darsi al meretricio piuttosto che rimanere a vivere con lui. Anche qui, fioccano i luoghi comuni. Il quarto ed ultimo ha qualche ragione di interesse in più. E' la storia di una stolida cameriera tirolese che trova lavoro a Vienna, si invaghisce del suo padrone di casa e ne diventa la ruffiana. Un minimo di lavoro sulla psicologia dei personaggi assolve il racconto, che presenta peraltro la solita ambientazione di repertorio nella Vienna elegante d'inizio secolo. Addentrandosi in contesti evidentemente a lui poco familiari, Zweig è costretto ad accentuare la sua già notevole artificiosità, il suo stile diventa affettato e spesso addirittura ridicolo (curiosamente, la traduzione è recente e affidata a un'esperta come Ada Vigliani, il che mi conduce a ritenere che sia un "problema" di fedeltà al testo originale, più che di scelta di traduzione). Le ambientazioni altoborghesi\piccolonobiliari sono piuttosto datate e poco verosimili, i protagonisti di questi racconti sono esasperatamente blasé, oppure "angustiati" da vicende che ho trovato di modesto interesse. Il popolino è descritto con condiscendenza, prevale il pittoresco e la sensazione è che il raffinato intellettuale cosmopolita fosse ben poco a suo agio con la materia. Viene il dubbio che Robert Musil non avesse tutti i torti nel disistimare profondamente il suo celebre contemporaneo, pur esagerando nel considerarlo solo uno scrittore di narrativa commerciale e d'occasione. Molta di questa disistima, certo, è imputabile all'invidia che Musil provava per scrittori più fortunati di lui, che invece si dibatteva in perenni difficoltà economiche. Ma gli indizi cominciano ad accumularsi. In sostanza, anche questa lettura mi conferma nella mia opinione che Zweig sia più interessante come uomo che come scrittore e che la sua prosa levigatissima e fin troppo elegante nasconda una vacuità di contenuti che mi rende arduo interessarmi alle storie raccontate. Non è un caso che il mio titolo preferito sia la sua (romanzatissima) autobiografia, Il mondo di ieri.
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The Black-Eyed Blonde
by Benjamin Black
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Virginis Templum
by Marilena Caciorgna
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Notte fantastica
by Stefan Zweig
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Il Palazzo Trinci di Foligno
by Cristina Galassi
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Il crocevia delle tre vedove
by Georges Simenon
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La casa del giudice
by Georges Simenon
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La memoria di Elvira
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Umbria
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Noodles, quando tirava tardi
Un indicatore efficace per capire se una cosa mi piace veramente è la comparsa di tendenze collezionistiche. Io non ho mai fatto collezione di niente in vita mia, non ne ho mai capito il senso e comunque sono troppo pigro. Quando mi capita di accumulare oggetti tra loro correlati, la cosa è seria. C'era una volta in America è uno dei miei film preferiti di tutti i tempi. Ho una VHS registrata da Rete4, l'edizione DVD doppio disco, la prima uscita Bluray, l'edizione integrale con le scene eliminate da Leone all'ultimo montaggio. Ho visto il film una dozzina di volte, senza contare spezzoni, scene su Youtube etc. Una volta sono riuscito a vederlo al cinema, in occasione dell'uscita dell'edizione restaurata (sempre sia lodato L'immagine ritrovata, il prestigioso laboratorio bolognese di restauro cinematografico). Mi ero sempre chiesto come potesse essere il romanzo-autobiografia da cui Leone trasse ispirazione per il film. Così me lo sono procurato e l'ho letto. Onestamente, non è granchè. La maggiore curiosità è proprio l'autore, Herschel "Harry" Goldberg, ebreo ucraino immigrato in America con la famiglia, finito a vivere nello slum italo-ebraico del Lower East Side (secondo alcuni studi, la zona più densamente popolata del mondo negli anni 20). Apparentemente, Goldberg fu un criminale di medio calibro ai tempi del Proibizionismo, non diventò mai veramente qualcuno, passò un po' di tempo a Sing Sing, dove abbozzò la stesura del libro. Infine, scomparve dalla circolazione per ricomparire solo dopo aver assunto il nome di Harry Grey. I dettagli su Grey sono piuttosto incerti, ma la sua figura impressionò moltissimo Sergio Leone, che lo conobbe e frequentò per un certo periodo di tempo, durante la preproduzione del film. Era un vero gangster (o, almeno, così pareva) e allo stesso tempo un uomo anziano, dimesso, di pochissime parole, molto diffidente e schivo. State pensando alla comparsa-reincarnazione di Noodles alla Grand Central Station a fine anni Sessanta, sulle note di Yesterday? E' quello che ho pensato anch'io. Il libro racconta una storia molto simile a quella ambientata negli anni venti e trenta del film, l'infanzia dei protagonisti nelle loro misere case di immigrati, i giorni nella soup school (così si chiamavano le scuole dei quartieri poveri, perchè consentivano ai bambini di consumare un pasto caldo a mezzogiorno, di norma una zuppa), l'apprendistato criminale, i primi "successi". Il tutto in una lingua molto diretta, direi pedantemente descrittiva, senza ellissi (quando un personaggio scende da un'auto, l'azione è illustrata in ogni gesto, si apre la maniglia, prima un piede, poi l'altro, si chiude lo sportello, etc.), nulla è lasciato all'immaginazione del lettore. Le storie contengono molti luoghi comuni che fanno dubitare del tasso di autenticità biografica del racconto (C. Frayling, nel suo splendido libro su Sergio Leone, richiama tutta una serie di citazioni cinematografiche contenute nel romanzo, da Piccolo Cesare a La belva umana a Gli angeli con la faccia sporca). C'è ben poca traccia della malinconia che dà il tono al film, il senso del tempo e delle occasioni perdute, rimpianti, desideri non realizzati, speranze e amicizie tradite. I goodfellas del romanzo se la spassano alla grande, anche quando pestano a sangue un rivale di strada o ammazzano qualcuno per contratto. Alcool a fiumi, partite a carte, donnine, vestiti di lusso. L'ingresso della banda nella "Combination", il cartello criminale diretto da Frank Costello (che J.P. Melville "omaggiò" in Le Samourai battezzando così il protagonista) non viene vissuto come la perdita dell'indipendenza (come avviene per Noodles nel film), ma come una grande occasione di business. Più contratti, più soldi, più potere. Insomma, il Noodles del film è sostanzialmente un prodotto degli sceneggiatori, un bandito senza grandi orizzonti, destinato alla galera o a un "kimono di cemento" e una tomba nell'Hudson. Senza aloni di gloria, senza la paccottiglia romantica made in Puzo del Padrino (che fu offerto a Leone, il quale declinò). La middle class della mala, un mondo che Leone ritrae con uno spietato realismo circonfuso di un alone nostalgico e sommessamente epico, che è tutto cinematografico, tutto nelle immagini e nelle ricostruzioni maniacali, omaggio al cinema noir degli anni trenta e quaranta, non banalmente citato ma rivissuto negli occhi di quel fenomenale videoregistratore umano che era il regista romano. Il libro finisce con la sparizione di Noodles\Goldberg, nel 1933. E' una sorta di lieto fine, tutto sommato. Tutto il resto che vediamo nel film è frutto dell'inventiva di Leone e, pare, dei racconti che ascoltò da Grey durante i loro incontri newyorkesi. Il lieto fine nel film non c'è. Che Max muoia o meno, il cuore del film sta nella scena in cui Noodles scopre che Bailey è Max, che si è salvato, ha preso la sua donna e ci ha fatto un figlio, che gli ha fatto credere di essere morto per colpa sua. Tutto quel poco in cui Noodles credeva è stato distrutto e alla fine anche il ricordo della sua amicizia con Max. Noodles non spara perchè, ai vecchi tempi, "un contratto come questo non lo avremmo accettato". Noodles esce da una porta secondaria, nota bene Frayling che per tutta la vita non ha fatto altro che passare da porte secondarie. La macchina con i ragazzi che festeggiano: chi sono? Sono un'immagine di Noodles e gli altri da giovani? Sono un carro di carnevale, l'allegoria di una festa ormai finita, per i due vecchi, ma anche forse per un intero paese? Quale America deve essere benedetta, quella misera dell'infanzia dei protagonisti, che offriva un sogno di riscatto, anche se attraverso il crimine, o quella ricca del Sen. Bailey, che compra e vende tutto e dove i criminali - per citare Scerbanenco - delinquono con l'ufficio legale al seguito? Il camion trita i resti della vita di Noodles, i ricordi e i rimorsi nel nome dei quali aveva vissuto per tutti quegli anni in cui era andato a letto presto, i resti di Max che, quale che sia il suo destino, è morto per Noodles quando si è trasformato in Bailey, i resti dell'America "di frontiera" dell'era del Proibizionismo, ultimo distorto residuo dell'età dei pionieri che Leone amava tanto. [Per chi volesse leggere qualcosa sul film, segnalo il ricchissimo, come sempre, articolo di Cinephilia&Beyond, con molti link ad altri documenti e video] cinephiliabeyond.org/once-upon-a-time-in-america-a-butchered-film-rising-up-as-a-phoenix