Samuele Altomare
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Samuele Altomare

Appassionato di musica, storia dell' arte, cinema, aspirante scrittore e studente di lettere moderne

Nov 3, 1999

Cosenza, Italy

Anobian since Mar 25, 2021

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Fahrenheit 451
by Ray Bradbury
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Nottuario
by Thomas Ligotti
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Post Punk, 1978-1984
by Simon Reynolds
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by Henry James
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Carmilla
by Joseph Sheridan Le Fanu
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Storie della tua vita
by Ted Chiang
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Storia della notte
by Jorge L. Borges
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Un Vecchio Moscone da Bar e il Cinema
È stato detto tutto e il contrario di tutto su Bukowski: un autore che divide molto il pubblico. I detrattori al peggio lo detestano per idiosincrasia nei confronti dei temi pessimistici, lo stile rude e le tante scene di sesso, al meglio lo trovano noioso per i suoi romanzi-fiume che raccontano vite di barboni, prostitute e sottoproletari in generale. Anche i fan amano trovarci quello che vogliono, perché c’è chi lo apprezza soprattutto per il lato sentimentale e per i tanti aforismi che lo hanno reso famoso sui social; ma c’è chi ne coglie invece gli aspetti descrittivi, cioè quelli che, con un atteggiamento genuino e senza peli sulla lingua, ci immergono in un mondo degradato e degradante sotto un po’ tutti i punti di vista, per alcuni aspetti anche morali. La difficoltà di leggere Bukowski dunque non sta nella comprensione dello stile e dei contenuti, che sono semplici da capire e tutto fuorché cervellotici, ma nella chiave di lettura da dargli perché nessun personaggio, neanche lui stesso può essere assunto a modello di virtù e si sente che la sua mentalità è molto diversa da quella che abbiamo noi, fortemente influenzata dalla sua epoca e dal suo ambiente naïf. Hollywood, Hollywood, uscito nel 1989, è il romanzo di un Bukowski sessantacinquenne che, grazie alla sua fama guadagnata tardivamente, ha finalmente trovato una sicurezza economica e una relazione stabile e viene contattato da un regista per scrivere la sceneggiatura sul film “Barfly – Moscone da Bar”. Il romanzo ci narra i retroscena dietro i film: le prime chiamate della troupe, i lavori sul film, le riflessioni sul risultato. Un uomo che ha sempre provato un certo senso di cameratismo e di identità con suoi compagni dei bassifondi che si trova a lavorare con i ricconi di Hollywood che ha sempre detestato per il loro narcisismo e la loro noncuranza nei confronti dei derelitti come lui, si trova sia a godere degli onori che è riuscito ad ottenere che a riflettere se abbia effettivamente tradito la sua classe, se abbia abbracciato il “nemico”. Sotto questo punto di vista, l’esperienza della sceneggiatura filmica è stata importante anche per scuotere un po’ questa dialettica, mostrarci sia il marcio che il buono di Hollywood e questo contribuisce a darci un punto di vista al di fuori della solita cerchia che negli scorsi romanzi mancava proprio perché Bukowski non era stato ancora coinvolto in un ambiente più altoborghese. Anche la contrapposizione tra l’epoca del film e quella della scrittura ci rende l’idea di questa dialettica tra due mondi: il bellissimo Barfly ci parla del Bukowski di “Donne” e “Storie di Ordinaria Follia”, il giovane alcolizzato che faceva dei bar che puzzano di piscio delle seconde dimore, delle risse una catarsi e che cambiava molteplici fidanzate e “amiche con benefici” nel giro di pochi giorni. Se si mette a ragionare sul proprio ruolo in tale condizione di agiatezza, ripensa anche a quegli anni giovanili dove mai si sarebbe immaginato di superare i 60 anni, erano gli anni più difficili ma anche quelli che hanno forgiato quasi tutta la sua gloria letteraria. Se da una parte Bukowski avrebbe desiderato avere già da prima della sua anzianità la BMW che è riuscito a comprare solo grazie all’anticipo della sceneggiatura, prova nostalgia verso quegli anni difficili, costellati dal dinamismo delle scazzottate, da vecchi amici e vecchie compagne perduti a causa dei loro vizi e delle loro vite difficili, dove non c’era bisogno dell’eroina per morire giovani. E vediamo un vecchio che rivede nella scala della produzione filmica i suoi rifiuti giovanili, dove i suoi scritti non avevano successo e provocavano aspre polemiche, dove trovare e mantenere un lavoro era difficilissimo per un uomo pigro e allergico ai compromessi come lui, ma non si lascia demoralizzare dall’indifferenza e a tratti astio che i produttori nutrono nei confronti della sua sceneggiatura, ormai si era abituato a situazioni così, il suo approccio è ormai distaccato e ironico e per questo abbiamo la sensazione che si faccia un po’ trascinare dagli eventi, poiché aveva accettato la proposta dal regista più che altro per ottenere soldi e per la mera spontaneità della scrittura, ma abbiamo la sensazione che sia stata un’esperienza importante per la sua crescita personale, quasi come se vedessimo la sua vita reale nella prospettiva di un “viaggio dell’eroe”, dove la complessità dell’interiorità di un personaggio si percepisce e ammira anche in base a quanto rispetta una certa pluralità di passaggi. In questo libro, Bukowski compie anche un confronto tra la letteratura e il cinema, accusando quest’ultimo di essere più bigotto e conformista. Ma in comune tra attori e scrittori ci sono i difetti maggiori: il narcisismo, la noncuranza nei confronti degli indigenti, l’intellettualismo. Bukowski odia in effetti la maggior parte dei suoi colleghi, si sente più vicino ai sottoproletari dei bassifondi e dei ghetti che a loro. Ed è qui che sta la peculiarità del moscone da bar di Los Angeles: narra con sincerità dei suoi pregi e difetti e attraverso di essi ci porta un’umanità che vive lontano dal lusso e dal sogno americano, senza idealizzazioni e la retorica salvifica dei monaci pauperisti ma ci mostra un edonismo che lascia poche speranze di un messaggio o di uno scopo più alto, è un contesto in cui le uniche forme di serenità stanno negli effimeri piaceri dell' escapismo.
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Hollywood, Hollywood!
by Charles Bukowski
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