Mi ricordavo di Eraldo Baldini per aver letto, una vita fa, “Bambini, ragni e altri predatori“, una raccolta non eccezionale a seguito della quale mi ero però appuntato il nome dell’autore. Poco dopo è arrivato infatti “Nebbia e cenere” che avevo apprezzato pur non essendo il suo capolavoro. E neppure “La palude dei fuochi erranti” pare esserlo, nonostante mi abbia preso sin dalle prime pagine. Insomma, il Baldini migliore devo ancora conoscerlo ma sono sulla strada giusta: se non l’ho depennato e tre sue opere minori sono finite nella mia libreria anziché nel cestino, sono sicuro che i titoli più riusciti non tarderanno a farsi trovare. Quest’ultimo romanzo si lascia leggere: l’ambientazione gotica, la peste sullo sfondo, un po’ di misteri sparsi qua e là e qualche vago riferimento a “Il nome della rosa” sono elementi che mi hanno portato a sfogliarlo con avidità. La trama e i personaggi sono debolucci ma la storia è intrigante e passa, forse con troppa facilità, dal soprannaturale al noir senza grossi buchi e purtroppo senza sorprese. Il finale è frettoloso e insoddisfacente, come se l’autore si fosse stancato di scrivere o magari perché si è arreso dopo aver capito che il suo romanzo migliore lo ha già pubblicato.
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Lo scrivo subito: non il miglior Baldini. Letto per caso durante la pandemia del Covid 19, il libro ha innegabili punti di forza nella cura dell'ambientazione storica, nelle atmosfere e nella nota gotica (Il nome della rosa a qualcuno di molto generoso coi paragoni potrebbe venire in mente).
Deboli, innegabilmente, la costruzione dei personaggi e il finale.
Piacevole ma non imperdibile.
Nella formazione professionale dello scrittore romagnolo Eraldo Baldini spiccano significative specializzazioni nell'ambito dell'Antropologia Culturale e dell'Etnografia.
In anni recenti inoltre, dopo la sua ultima opera di fiction (“Stirpe selvaggia”) l'autore si è dedicato alla pubblicazione di monografie dai titoli emblematici: “I riti del nascere in Romagna : gravidanza, parto e battesimo in una cultura popolare” (2016), “Misteri e curiosità della Bassa Romagna” (2017), “Fantasmi e luoghi stregati di Romagna: tra mito, leggenda e cronaca” (2017), “Il fango, la fame, la peste. Clima, carestie ed epidemie in Romagna nel Medioevo e in Età moderna” (2018), “I giorni del sacro e del magico. Tradizioni "dimenticate" del ciclo dell'anno in Romagna” (2018).
Quanto sopra andava citato non per mero puntiglio bio-bibliografico ma per evidenziare come l'interesse di Baldini si sia sempre più orientato allo studio storico ed antropologico della sua terra, elemento che in quest'ultimo romanzo l'autore tenta ancora una volta di coniugare con la vena narrativa che gli ha conferito popolarità.
Il risultato di “La palude dei fuochi erranti” soffre purtroppo di questa mal risolta dicotomia: da un lato, l'ambientazione geografica e storica (il racconto si svolge nel 1630) è come sempre pregevole, ben documentata, capace di evocare lo spessore culturale e lo spirito dell'epoca e in più si avvale qui della suggestione suscitata dal noto fenomeno dei “fuochi erranti”, emanazioni di gas metano diffuse in diverse località del territorio emiliano-romagnolo, da sempre associato nella fantasia popolare ad eventi soprannaturali e demoniaci.
Per contro l'aspetto propriamente narrativo, che invero non ha mai rappresentato il punto di forza dei racconti di Baldini, è meno curato che in altre occasioni, i caratteri risultano alquanto grezzi e monodimensionali e lo sviluppo della trama convenzionale e sbrigativo al punto che il finale, concentrato in poche pagine, appare talmente affrettato da dare quasi l'impressione che Baldini a un certo punto abbia voluto chiudere in un modo o nell'altro i numerosi fili narrativi senza curarsi particolarmente di escogitare una conclusione originale e coerente a un racconto che prometteva un esito migliore.
...ContinuaIn questo mistery gotico ambientato nel 1630 si intrecciano, senza soluzione di continuità, storia, religiosità, superstizione e noir, rendendo la lettura tesa e appassionante. Le pestilenze affliggono l’umanità dalla notte dei tempi ed oggi, come ieri, scatenano istinti primordiali, paure ancestrali, paranoie, psicosi collettive. Non ci siamo evoluti di una virgola né, temo, saremo mai suscettibili di autentica crescita psicologica, malfatti come siamo, arroccati nella nostra miseria impastata di egoismo, antropocentrismo e terrore della morte.
”Aveva osservato, quella volta, uomini, donne e bambini gonfiarsi per i bubboni lividi, li aveva sentiti gridare di spavento e di angoscia impotente e chiudersi nel silenzio e nel torpore della febbre, dell’inedia e della rassegnazione. Aveva camminato per le strade della città trasformata in un deserto, uno scenario spettrale in cui le poche persone che s’incontravano correvano veloci e guardinghe, come per sfuggire a un nemico in agguato dietro ogni angolo, o si aggiungevano lente e torpide, ormai consegnate a un destino a cui non ci si può sottrarre, come accade negli incubi in cui una forza oscura ti impedisce il passo legandoti le gambe o rendendoti i piedi pesanti e goffi come quando si arranca nel limo. Aveva udito gemiti, grida e invocazioni provenire da chi, dentro le case sbarrate, era stato abbandonato dai propri familiari, partiti in fretta per allontanarsi dal pericolo, incuranti di ogni obbligo di carità parentale e cristiana e irretiti da uno spietato anelito di incolumità.”
”Sempre a Trento, quella volta, aveva assistito all’incendio di un’altra malattia che avevano chiamato “mal mattone” e che nessuno sapeva da dove sbucasse, bestia feroce e sconosciuta comparsa all’improvviso ad addentare le gole fino a piagarle, ad arroventare le teste e le fronti, a irrigidire le membra, a soffocare il naso e i polmoni con un catarro vischioso e profondo.”
“Aveva più di ottant’anni e aveva archiviato nella propria memoria un nutrito elenco di periodi penosi e oscuri, di bufere terribili giunte ad abbattersi sul gregge degli uomini. Un elenco così lungo che, a trascriverlo sui volumi che i confratelli ogni giorno, con cura certosina, riempivano di parole, ci sarebbero voluti la pazienza di Giobbe, la forza d’animo del più coraggioso e puro dei martiri e la fede del più santo dei santi. Perché quell’elenco era un calendario d’inferno che prevedeva solo giorni di Calvario, un martirologio smisurato e perpetuo, un Vangelo senza la pietà di Gesù, un presepe da cui una mano malvagia avesse tolto la Sacra Famiglia prima di spargervi la semina del Male.”
”Il monsignore, anche se non l’avrebbe mai confidato a nessuno, aveva da tempo smesso di pensare davvero a Dio, nonostante lo pregasse e lo menzionasse mille volte al giorno, forte di una memoria prodigiosa che gli consentiva di ricordare ogni passo e ogni verso delle Scritture. Aveva smesso di pensare alle sue qualità e ai suoi misteriosi intenti che a volte parevano stridere con i concetti di pietà, di giustizia e persino di sensatezza.”
”Quando compariva il sereno, il cielo notturno mostrava stelle che, accecanti e iraconde, sembravano fomentare la forza del gelo.”
“Adesso ditemi: c’è il Diavolo, qui?”. “Ce n’è più d’uno, ma non hanno l’aspetto che voi pensate.”
L'autunno anticipava l'inverno, era l'anno del Signore 1630 folate di vento, improvvise e pungenti,
agghiacciavano ogni cosa. Deboli raggi di sole fra strati di nuvole coloravano piccole zone.
Fra acquitrini e sterminati campi si ergeva, a Lancimago, un povero villaggio di capanne costruite con il fango e le canne di bambù e poco distante un imponente monastero e la villa fortificata che il conte Cappelli alloggiava nei periodi di caccia e nelle stagioni estive con la famiglia. La sua presenza nel mese delle nebbie e nevicate destava incredulità e sospetto.
Nelle zone di Romagna e nelle Marche, nel ferrarese e a Bologna era giunta la peste, crescevano a dismisura i lazzaretti, a Lancimago giungeva con la sua carrozza il monsignore Diotallevi, commissario dai poteri apostolici con lo scopo di arrestare il morbo allestendo cordoni sanitari.
Uomo burbero e autoritario portava con sé guardie e una forca, il suo orgoglio, smontabile in grado di posizionare in ogni luogo e, in un breve lasso di tempo per punire coloro che avrebbero disubbidito ai suoi ordini. Una presenza che poco gradivano i frati, l'abate, il conte e suo cugino, Ferdinando Zecchini, uomo di scienza curioso dei segreti della natura che si aggirava in ogni dove per perforare terreni e stagni con una sonda e annusare gli odori.
A Lancimago, luogo sperduto e dimenticato da molti, era arrivata una bufera di eventi malefici; una fossa comune, scoperta per puro caso dai monaci, un misto di fanghiglia e ossa che un tempo erano state vite umane, uomini, donne e bambini; improvvisi fuochi notturni nei boschi; la peste, tutte opere del demonio.
Un demonio dalle sembianze umane, dai loschi affari...
In un dipinto dai toni tetri non potevano mancare due figure femminili rilevanti, la fattucchiera e la donna che vive sull'albero, entrambe a conoscenza di segreti...
Un romanzo ambientato in un periodo storico che mi ha sempre appassionata fra monaci, soldati e conti, un'ambientazione tetra descritta in modo sublime, una qualità di Eraldo Baldini, un autore che ti avvolge in un turbinio di mistero, in luoghi lontani...
