Quando uscì, nel 1929, "Gli indifferenti" parve sancire senza mezzi termini la rinascita del romanzo realista in Italia. Straordinario esordio di uno scrittore fra i più prolifici del Novecento, il libro rivestiva in realtà un'importanza ben superiore rispetto a quella pur rilevante connessa col suo aver inaugurato e segnato una tendenza: la sua prosa si presentava infatti da subito come radicalmente estranea alla inveterata tradizione italiana della "bella pagina" e della "prosa d'arte", nonché profondamente insofferente a qualsiasi forma di effusione lirica o di compiacimento intimista. Circoscritta a quarantotto ore, articolata sui secchi snodi di un ritmo battente e di un serrato dialogo di chiara ascendenza drammaturgica, la vicenda sa rappresentare nei comportamenti di cinque personaggi, e nelle relazioni che tra loro si stabiliscono, i meccanismi di sopraffazione e di falsa coscienza da una parte, di abulia e di mortifera insoddisfazione dall'altra, che caratterizzavano i rituali sociali e la sostanza "antropologica" della media borghesia urbana durante il regime fascista: la classe cui Moravia apparteneva e che tuttavia riteneva del tutto incapace di "ispirare non dico ammirazione ma neppure la più lontana simpatia". Inabili alla tragedia per troppa superficialità, inetti e neghittosi, e terribilmente goffi ogni volta che tentano di agire, Michele e Carla, come Mariagrazia e Lisa, sono in definitiva misere foglie al vento in totale balia dell'"uomo forte", quel Leo Merumeci che è l'autentico eroe negativo del romanzo, e che però dei suoi tratti deteriori sa fare, unico fra tutti, una fonte pressoché inesauribile di vitalità e di energia. È la condanna senza appello di un intero mondo e di un'intera storia, un romanzo amarissimo e insieme salvifico, che dal fondo di una catastrofe incapace di esplodere sa recuperare il senso pieno di una sofferta e inscalfibile identità morale.