Torino, 24 luglio 1944: quel giorno le bombe dei B17 americani uccisero un centinaio di civili. Tra questi, la mamma di Francesco, il dodicenne protagonista (indimenticabile) e narratore in prima persona di questo romanzo. È anche giallo-storico, ma soprattutto un bel testo, sviluppato con tanto trasporto e passione per il passato.
In appendice, sei facciate di fotografie in bianconero di Bertolla, il quartiere dei lavandai di Torino, in cui si svolge la vicenda di Francesco, a cominciare dalle primissime pagine, in cui il ragazzino torinese perde la madre, tra le vittime nella Stazione di Porta Nuova, dov'era impiegata. È anche senza padre, disperso sul fronte russo.
Mai letta una descrizione tanto efficace e drammatica, laconica e asciutta, di un bombardamento nella seconda guerra mondiale. L'incursione diurna delle fortezze volanti colpisce interi quartieri e non distingue tra bersagli legittimi e cittadini inermi.
I vicini del palazzo riparano nel rifugio sottostante.
Ogni cosa si muove spaventosamente, il pavimento, le pareti, le lampade a muro, le rudimentali panche di legno. Non di rado, cadono calcinacci dal soffitto. Chi è dentro non ha idea di cosa stia capitando fuori. E lo stress si ripete dal primo bombardamento inglese, già nel giugno 1940.
Quello che può fare la differenza, a patto di sopravvivere, è se alla fine del raid ciò che si trova sulle loro teste sia rimasto in piedi o meno. Nella prima ipotesi, si esce a riprendere “le misere vite” di guerra. In caso contrario, occorre aspettare che i soccorsi, in ore o giorni, scavassero cercando di aprire un varco tra le macerie. Intanto, si sarebbero razionate le scatolette stipate dai condomini nel rifugio e l'aria da respirare.
In verità, poteva accadere anche il peggio, ma Francesco e l'amico Michele ragionano da ragazzini e danno per scontato che il rifugio non crollerà mai, a seppellire tutti.
I boati questa volta sono numerosi, ravvicinati e a tratti quasi continui. Un'ora di bombardamenti, secondo le cronache.
A metà del periodo sottoterra, quel 24 luglio, si spalanca la porta. Una giovane donna entra disperata. È messa male, i capelli sono arruffati, bruciacchiati, i vestiti laceri, le gambe insanguinate. Ripete come un'ossessa: “la mia bambina!”. Ha vent'anni e la sua piccola di un anno l'è stata letteralmente strappata dalle braccia dallo spostamento d'aria di un'esplosione.
Rimasto orfano, Francesco è sconsolato, immobile sulle macerie della sua casa, crollata un'ora dopo la fine delle esplosioni. Viene soccorso da Rocco, il lavandaio che passa il lunedì a prendere la biancheria sporca. Lenzuola, tovaglie, camicie: tutto quello che la mamma non poteva lavare da sola e che i lavandai del quartiere Bertolla venivano a ritirare in città. Un tipo alto, molto magro, ma con braccia muscolose, per il lavoro quotidiano. Era simpatico, scambiava volentieri due chiacchiere con lui e la madre.
Quell'uomo, che a detta dei vicini faceva il filo alla vedova bianca di guerra - non essendo accertato che il marito fosse caduto in Russia - lo porta a Bertolla, dove Francesco vivrà da quel momento.
Intere famiglie di lavandai facevano il bucato al posto delle signore, in cambio di modesti compensi. Mettevano ad asciugare quello che ritiravano dalle case borghesi del centro, portandolo sulla testa in grandi cesti. Stendevano su fili tesi, come filari di viti, nei giorni dedicati all'asciugatura, giovedì e venerdì.
Antonio Falco ricorda che anche Italo Calvino, in un racconto del 1958, ha descritto uno scenario ormai scomparso, da ragazzo della via Gluck.
“Larghi prati erano attraversati da fili ad altezza d'uomo, vi erano appesi ad asciugare uno dopo l'altro i panni di tutta la città, tutti uguali... per ogni prato intorno si ripeteva questo biancheggiare delle file lunghissime”.
Che poi questo romanzo è un giallo. Ai lettori scoprire perchè.