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Amelia Peabody e il libro dei morti
by Elizabeth Peters
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Il vero lettore non ha un libro preferito, per lui, il libro migliore è quello che ancora non ha letto e il privilegio massimo è quello di incontrarlo continuamente. Il vero lettore non accetta consigli di lettura, ripudia la pubblicità e gli status, è solo, completamente solo nel mare magnum della letteratura, è quindi obbligato a sviluppare una sensibilità particolare che gli consente di intuire dove sia il “libro”, quello che lo sconvolgerà e lo perderà e lo lascerà stordito e pensante. Talvolta individua altri lettori con cui entra in sintonia e che, per certi versi, vibrano per le stesse emozioni e quindi: grazie, Corrado, per avermi portata da Cabrè. Non starò a raccontare niente della trama di questa straordinaria lettera d’amore lunga 700 pagine che ripercorre la storia d’Europa, dirò solo del protagonista, il fil rouge che lega tutti i personaggi e gli avvenimenti: Vial, il violino creato da Lorenzo Storioni (1775) (come la pallina da baseball di Underwrld di De Lillo) che porta bellezza, armonia ma anche tragedia e devastazione nella vita di chi l’ha posseduto. Non parlerò quindi della trama di Io Confesso (la potete comodamente trovare in rete) che a fronte della complessità della narrazione, architettura di stile e profondità degli innumerevoli personaggi risulta irrilevante. La scrittura di Jaume Cabrè  è potente e mai didascalica, basta a sé stessa, non ricorre a nessun trucco per attrarre il lettore è assolutamente priva di intenti moralistici e non intende condurre il lettore a sé, lo lascia libero di interpretare usando la propria storia ed esperienza (già basterebbe questo a farlo amare!) anzi, di primo acchito, la sua scrittura risulta faticosa, decisamente impegnativa per la continua immissione di personaggi e luoghi apparentemente fuori contesto, ed è difficile individuare di chi e di cosa stia parlando. Solo a un terzo della lettura, dopo aver rimandato di abbandonare per mio limite, ho trovato il modo di entrare nel focus della narrazione grazie ad una mia personale caratteristica e chiedo scusa per l’autorefenzieralità: facevo la terza media e fummo portati in gita scolastica ai castelli della Valle d’Aosta, dopo un quarto d’ora nel castello di Issogne mi staccai dalla comitiva e mi persi, sola in una stanza immensa e spoglia cominciai a sognare, le pareti si coprirono di damaschi, il fuoco ardeva nel camino, le torce illuminavano il via vai di dame e cavalieri e suoni di clavicembalo, liuti e ghironde animavano la sala, ci volle un bel po’, prima che mi ritrovassero e mi coprissero di rimproveri ma quella volta capii che nella mia vita, non sarei mai stata sola. Cabrè possiede in eccesso questa caratteristica immaginifica e la sfrutta talentuosamente per rendere un libro che dovrebbe essere un romanzo: un saggio storico, un compendio filosofico, di storia dell’arte, di sociologia di psicologia, nonché una delicata storia d’amore e di amicizia.  Il protagonista, Adrià, tocca un oggetto, vive una situazione, osserva un dipinto e parte la sua immaginazione che attraversa il tempo e lo spazio. Se non ti ostini allo schema classico di lettura, il viaggio che ti propone è straordinariamente arricchente, coinvolgente e indimenticabile. “Fino a ieri sera, camminando per le strade bagnate di Vallcarca, non avevo capito che nascere in quella famiglia era stato un errore imperdonabile.” Io Confesso, di Jaume Cabrè #LiberandoCabrè Carmen Elisabeth Bonino
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Io confesso
by Jaume Cabré
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Il castello interiore
by Jean Stafford
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I russi sono matti
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Se non sapete dove mandare la gente, quando la mandate, ecco, la state mandando a Crum. Lee Maynard, classe 1936 è nato a Crum, Virginia occidentale, una di quelle periferie americane così lontane dall’immaginario collettivo che recepiamo degli States, un paesino dove vigono incontrastate povertà, miseria, ignoranza abietta e noia, maledetta noia. «Il cartello ai margini del paese diceva “Crum – comunità non incorporata”. Avrebbe dovuto dire “non necessaria”. Il paese si trova in fondo alle viscere degli Appalachi, sulla riva del fiume Tug, che in pratica è il tratto urinario di quelle montagne. Al di là del piscio, c’è il Kentucky». Maynard ci regala un romanzo che è uno specchio fedele e universale di una realtà che fa scandalo ma che basta una buona memoria per riconoscere come una realtà reperibile ad ogni latitudine. I ragazzi sono una entità a parte, dal mondo degli adulti: «La maggior parte dei bambini di Crum non badava molto agli adulti, a meno che non ci fosse costretta per via di qualche guaio. Per lo più, ce ne stavamo per i fatti nostri, facendo le nostre cose e lasciando che gli adulti facessero le loro. Era una soluzione che pareva accontentare tutti» La scrittura di Maynard è scarna, caustica, precisa, non risparmia e non eccede, racconta senza pregiudizio, raggiungendo, ciò non di meno, alte vette di commovente lirismo, narrando le strategie che i ragazzi elaborano per sfuggire la noia e la disperazione: vagabondare, fare a botte, e scopare, sì, a Crum si scopa, e tanto. Come spiega Jesse, il protagonista alter ego di Lee, sono tre le cose che accomunano gran parte dei ragazzi: «la povertà, l’ignoranza e il saper scopare». Odio, amore e nostalgia traboccano dalle pagine di questo romanzo eppure, come racconta Gian Paolo Serino nella prefazione: «Lee Maynard è riuscito nel suo intento di diventare uno scrittore affermato, ma i suoi concittadini a tutt’oggi non l’hanno ancora perdonato. Lui li ha mandati a quel paese, il loro, e gli abitanti hanno fatto in modo che Maynard non potesse mai più metterci piede, promulgando addirittura una legge comunale che ne vietava l’ingresso e il soggiorno». La vendita del libro è stata vietata nelle librerie dello stato ma, ad oggi, è presente come capolavoro di riferimento nelle università nei corsi di scrittura creativa. Mi auguro che un giorno, sfogliando le pagine beffarde e incredibilmente profonde di questo romanzo, gli abitanti di Crum possano rendersi conto che, in fondo, è il più grande atto d’amore che Maynard potesse dedicare alla sua città. O quantomeno, l’unico possibile. Lontano da Crum, di Lee Maynard   #LiberandoMaynard Carmen Elisabeth Bonino
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Lontano da Crum
by Lee Maynard
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by Kurt Vonnegut
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Le ossa parlano
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La stoffa giusta
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Stronzate
by Harry G. Frankfurt
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La mia cattiva strada
by Marcello Ghiringhelli
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Non è Scerbanenco, nè Ed Bunker né tanto meno Jean Genet, voci dal “gabbio” da far tremare le vene dei polsi ma è, quella di Marcello Ghiringhelli , una voce narrante forte e potente, che portandoci in un tempo non troppo lontano (dal 1960 al 1980) e in luoghi, almeno per me, vicinissimi (Torino e la Francia) ci racconta in prima persona e dall’interno, la sua esperienza nella malavita che sfocerà poi nella militanza armata nelle Brigate Rosse, ma questa, come lui stesso dice nella chiusa finale “…è un’altra storia” (ancor oggi è rinchiuso a Rebibbia dove sconta un fine pena mai) lasciandoci un sospeso che incuriosisce e crea aspettative (poco probabili) per un racconto successivo di prima mano.  Ghiringhelli è nato a Nichelino (To) nel 1941 in una famiglia tipica del sottoproletariato: il padre operaio alla Fiat e la madre a “servizio dai signori”, entrambi impegnati nella resistenza partigiana durante la guerra, Marcello è l’ultimo arrivato di una nidiata già difficile da sfamare e per questo e per il suo carattere ribelle e poco incline all’adattamento alle norme, contrariamente ai fratelli, risulta inviso soprattutto alla madre, questo lo porterà ad arruolarsi, barando sull’età, a 17 anni, nella Legione Straniera. Un anno di brutture e assassini durante la guerra in Algeria gli bastano per comprendere di aver colmato la sua misura di brutalità, trova dunque il modo di disertare trovando collaborazione nella resistenza algerina che riconosce il suo ravvedimento e lo aiutano a fuggire in Francia. A Parigi, supportato dalla presentazione della resistenza algerina, si introduce nella malavita locale ma nel contempo, sebbene la sua istruzione sia ferma alla primaria, frequenta e viene accolto nel salotto intellettuale di Sartre e Simon de Beauvoir e dei loro amici, contrari alla guerra di Algeria e sempre affamati di notizie dal fronte. In entrambi gli ambienti si integra e si guadagna rispetto e apprezzamento per la sua originalità di pensiero, fermezza d’animo, coraggio, senso dell’avventura che non sconfina mai nella sventatezza, lucidità e precisione nell’azione. C’è in lui una sorta di riscatto morale nell’appropriarsi degli averi di chi se li è procurati sfruttando e spremendo la povera gente e anche un eccesso di edonismo che lo porta a rischiare una rapina non per pura avidità ma per il gusto dell’adrenalina dell’azione, per la sfida con sé stesso che lo ha portato a fare colpi e rapine in solitaria o in banda, anche quando aveva già discreti gruzzoli in banca, auto di lusso, barche, agi e divertimenti di ogni sorta e la legge alle calcagna: finire al gabbio è considerato un incidente di percorso, la fuga, in caso di arresto, un diritto irrevocabile. Potrebbe risultare esposizione di una noiosa sequela di aneddoti di atti criminali, invece Ghiringhelli, grazie a una scrittura asciutta e avvincente, a tratti potentemente sconvolgente, ma anche una analisi sensibile e critica ne ricava una resa interessante e coinvolgente, fornendo un punto di vista con una descrizione di contenuti morali e personali, che, per quanto discutibili, difficilmente potremmo incontrare, soprattutto di prima mano. Interessante infine l’accurato glossario del gergo franco/piemontese della mala. La mia cattiva strada, memorie di un rapinatore #LiberandoMarcelloGhiringhelli
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La mia cattiva strada
by Marcello Ghiringhelli
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