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'in omnibus requiem quaesivi, nusquam inveni nisi in angulo cum libro

Oct 8, 1954

La Spezia, Italy

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Apeirogon
by Colum McCann
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Ultima fermata Gaza
by Ilan Pappé, Noam Chomsky
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il Medioriente è il ring del mondo (N. Hariri)
Volevo cominciare Apeirogon di Colum Mc Cann, ma mi sono detta che non avevo le idee chiare. Io non riesco a capirla questa cosa di due popoli che non riescono a trovare un modo per vivere in pace. Mi viene in mente Gino Strada in "Pappagalli verdi" quando due nemici li mette insieme feriti in una stanza. Poi si parlano, almeno cominciano. Avevo bisogno di capire, andando oltre le mie superficiali convinzioni, per questo ho scelto Ultima fermata Gaza pur pubblicato nel 2010. Pappè e Chomski insieme mi sembravano una garanzia di lettura aperta e plurale di una realtà tanto complicata. E ho capito, si, ho capito che sapevo già molto, ma mi mancavano le prove. Ho capito le parole. Le parole sono importanti, perché senza non puoi comprenderla, la realtà. Parole come Nabka, l’esodo palestinese con la pulizia etnica del ’48, che rimane una ferita per gli uni, e viene negata dagli altri. La parola insediamenti che da sola non significa molto sennonché accanto ci vorrebbe sempre la parola illegali. prova della politica espansionistica contro ogni veto. Sionismo, AIPAC, uno stato, due stati, meccanismi di negazione di massa, lobby delle armi, posti di controllo, muro, pretesto per l’aggressione, sproporzione della difesa… “In rapporto a noi sono come cavallette, così la testa gli si può schiacciare contro le rocce e i muri” parole dei più altri dirigenti politici e militari israeliani, “dobbiamo rendere insopportabile la vita a quelle blatte intontite che corrono su e giù in un collo di bottiglia”. La stessa concezione che viene da lontano, dagli albori del nuovo Israele, da quel Moshe Dayan eroe nazionale che portava la benda su un occhio come un gingillo alla moda: “Cambieremo il vostro atteggiamento imponendovi la nostra presenza. Voi vivrete come cani, e chi vuole può andarsene, mentre noi ci prendiamo ciò che vogliamo”. Scritto più di dieci anni fa, ma talmente attuale che sapevo già le risposte di tutti gli interlocutori, compreso Biden, mentre pochi giorni fa Hammas sparava i suoi inutili razzi (più del 98% vengono intercettati e distrutti) e Benjamin Netanyahu cavalcava la sua ennesima guerra santa contro una popolazione di un milione e mezzo di civili ridotti alla fame e dipendenti solo dagli aiuti internazionali. Hariri pensa che il Medioriente sia il ring del mondo, io invece lo ritengo un gioco agli scacchi, dove dietro le pedine ci sono i pezzi più importanti che mirano, ben nascosti, alla ricerca del proprio interesse personale. Su quella scacchiera se le danno di santa ragione due popoli senza speranza fino alla distruzione, ovviamente del più debole. La massima di Tucidide “I forti faranno ciò che vogliono, e i deboli subiranno ciò che devono” è in quella parte del mondo ancora molto attuale.
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Ultima fermata Gaza
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Le stelle non sono proprio quattro piene, perché il mio piacere nella lettura è stato altalenante. Mi si dirà che è riduttivo assegnare il numero di stelle per questo, ma in fondo, che diamine, non sono un critico letterario, non leggo per lavoro, leggo per piacere. E la scala del piacere è già di per sé una buona valutazione. Ma mi spiego: scrittura fluida e argomento interessante, anche ben esposto. Il Vietnam prima, durante e dopo la sporca guerra che conosciamo. Il punto di vista dei Vietnamiti, del Nord e del Sud, la vita di chi, fuggito in America credendo di inseguire la libertà si ritrova a vivere solo la vita del rifugiato, tagliato in due dalla nostalgia, e alla e prese con una mentalità, quella occidentale, che continua a non comprendere. Non appartengo al club degli amanti del corretto numero di pagine, ma tutta la parte delle Filippine al seguito di una troupe cinematografica l’ho sentita superflua. Anche il rientro in Vietnam, tanto micragnoso, l’avrei ridotto, almeno a me ha annoiato. Invece tutta l’ultima parte relativa alla rieducazione politica e alla tortura l’ho divorata. Ho conosciuto statunitensi che, da quella storia hanno ricavato si l’angoscia per la sconfitta, ma senza farsi troppe domande sul perché porsi gendarmi del mondo. Ne credo abbiano fatto molti tentativi di comprendere la mania tutta loro di trafficare con armi, con servizi segreti, foraggiando eserciti buoni o cattivi, comunque sempre a loro giudizio. Non che i Francesi prima di loro, in Vietnam, abbiano fatto di meglio. In fondo, sull’argomento colonialismo e dintorni pochi possono permettersi di scagliare la prima pietra. E ora arriva quello cinese, su cui si potrebbe aprire una discussione infinita. Alla fine, vah, mi sono convinta: quattro stelle piene.
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Il simpatizzante
by Thanh Nguyen Viet
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Il simpatizzante
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Ognuno è responsabile della propria acqua e di quella soltanto
E brava questa Caminiti, che ha il coraggio di inventare una storia con una protagonista anche cattiva, che sa mettere insieme, confrontandoli, contesti adolescenziali e adulti, la città e la provincia, la povertà e l’agiatezza, il tutto giocato sulla storia di una famiglia che, malgrado tutto, conta proprio su questa ragazza il proprio riscatto stringendola così in abiti che non sono i suoi. Devo ammettere che, benchè io non ami i racconti di formazione (dopo più di 40 anni a lavorare con gli adolescenti, li adoro per carità, ma anche basta!) la storia ti tiene incollata alle pagine. Tolgo una stellina solo a causa degli elenchi, liste a volte un po’ troppo lunghe, e mi rendo conto che non è colpa della Caminiti, che crea elenchi di tutto rispetto, ma è che il ricorso bulimico salviniano a questo modo di raccontare me lo ha fatto diventare indigesto. La mia preferenza è andata per tutto il libro ad Antonina, la madre, un personaggio granitico nelle sue certezze, ingombrante, che non ammette resa e nessun ostacolo la abbatte, malgrado non si renda conto di ciò che davvero succeda a sua figlia. “… e poi quello che non ho: in primis la televisione, i telefilm su Italia Uno, le meches bionde ai capelli, le figurine dei calciatori, il Game Boy, la PlayStation, Tomb raider, tutti i libri che mi hai vietato, le Lelly kelly luminose, i Chupa Chups da succhiare ogni pomeriggio senza sentirti dire che mi cadranno i denti…” “…Invece, nella vita reale… come diceva una mia amica anobiana, l’elenco qui sopra mi ha sollevato dei dubbi, come madre, voglio dire. - La TV in camera figurarsi, già troppa quella che c’è, piccolissima, in comune. - Italia Uno nemmeno è sintonizzata in casa nostra. - Il game Boy è stato motivi di lunghe discussioni, ma soprattutto di ricerca di vere alternative: letture, giochi, passeggiate sui sentieri, “macchinate di amichette” da portare in spiaggia insieme, una bella sgobbata a pensarci bene, certo col game Boy avrei fatto meno fatica. - Le Lelly Kelly luminose una cosa troppo stupida. - I Chupa Chups… per lo stesso identico motivo di Antonina… Vuoi vedere che gli ho creato dei traumi irreversibili? Giuro che la prossima volta che la vedo indago…
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L’acqua del lago non è mai dolce
by Giulia Caminito
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Ho trovato questo romanzo in un’edizione improbabile su un banchetto di libri usati. In un anno che sembra fatto apposta per approfondire la mia conoscenza con la Grande madre Russia il nome di Gary e il richiamo a Stalingrado è stato irresistibile. Scritto da Gary quando ancora era aviatore della Francia libera, è un romanzo che parla di Resistenza, quella dura, fatta da chi è impegnato più a sopravvivere che a fare l’eroe. In particolare di un gruppo di disperati sperso nella foresta polacca, nascosto dentro buche sotto la neve, impegnato a cercare cibo, legna per scaldarsi, e parole. Parole per dare un significato al resistere invece di cedere alla disperazione, alla collaborazione col nemico, al tradimento. La foresta come potrebbero essere i nostri Appennini nel lungo inverno del 44, o la Valdossola, là dove tanti giovani hanno cominciato a sognare una società diversa, libera, e più giusta. Ho avuto la fortuna di ascoltare i racconti di una vecchia partigiana, che ha combattuto a capo di una cellula nascosta sui monti della Lunigiana. Molti i tempi del sopravvivere, del cercare il cibo senza danneggiare i contadini, del fare avere le proprie notizie alle famiglie con il timore di mettersi in pericolo, ma tra tutti mi è rimasta impigliata nella memoria una frase indicativa: ”Noi abbiamo imparato “la democrazia” discutendone sotto i castagni, perché eravamo nati e cresciuti sotto una dittatura e non potevamo pensarla se non come un sogno.” youtube.com/watch?v=B7IlU... Nello stesso modo i partigiani polacchi ingannano il lungo inverno nutrendosi dei racconti che uno di loro scrive, sognando di farne un libro per la pace che verrà, ma invece che di democrazia qui si parla di Europa, di un continente che sarà diverso, unito senza più nazionalismi e dittature. Questo mi ha stupito: l’idea così moderna e anticipatrice di un’Europa che già circolava, e il collegamento al Manifesto di Ventotene scritto da Altiero Spinelli nel ’41 mi è subito parso incredibile: “istituire una federazione europea dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali in alcuni settori fondamentali, come economia e politica estera … per creare intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale” . E infatti il libro sarà edito in seguito con il titolo “Educazione Europea”. Il romanzo di Gary ha una scrittura acerba, con un carattere pedagogico e dialoghi asciutti, ancora lontano dai suoi scritti migliori, ma con qualche pagina epica che fa intravedere il futuro scrittore di opere più mature. E Stalingrado? Stalingrado è nell’ombra, la grande battaglia di chi sta resistendo sulle rive del Volga per permettere all’Europa di rinascere senza più nazionalismi, senza carri armati, senza ingiustizie, e la speranza in quella vittoria permetterà ai partigiani di resistere e sperare. (Aggiungo qui ciò che scrissi al momento della lettura del libro, ovvero maggio del 2018, un mondo che sembra tanto lontano, eppure non è cambiato niente per questo se guardo a ciò che succede in Bosnia in questi giorni sulla rotta balcanica dei migranti) E l’Europa come è andata a finire? Mia figlia fa Couch selfing, un servizio di scambio di ospitalità in rete sociale. In pratica offre il mio divano a dei giovani provenienti da tutto il mondo per ottenere in cambio la possibilità di usufruire un domani della loro ospitalità gratuita. Una sera avevo in casa una giovane coppia di Tedeschi, una studente Sudafricana e un ragazzo Inglese. Era il periodo della rotta balcanica, attraverso la quale migliaia di disperati cercavano di fuggire da guerre e persecuzioni raggiungendo l’Europa. I due ragazzi tedeschi raccontarono, ancora sconvolti, di aver visto in una stazione ferroviaria in Bulgaria trascinare brutalmente giù dal convoglio decine di uomini, donne e bambini per impedire loro di proseguire il viaggio. “Non è questa l’Europa in cui crediamo” hanno commentato con le lacrime agli occhi, mentre tutti gli altri ascoltavano in un silenzio pesante. I tempi sono duri, ma finchè ci sono ragazzi così il sogno cova sotto la cenere, sperando che sappiano resistere.
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Formiche a Stalingrado
by Romain Gary
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Le cure domestiche
by Marilynne Robinson
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Alla fine del primo capitolo ero perplessa. Dopo il secondo irritata. Allora ho cercato di contestualizzarlo. Prima edizione negli Stati Uniti nel lontano 1977. Certo, come ha detto qualcuno, il continente americano aveva perso la propria innocenza allora, e quindi, una scrittrice che riesca a dire quello che gli americani combinano in quello che considerano il loro “orto”, il continente sudamericano, (e non solo) dopo gli assassinii eccellenti nel loro meraviglioso Paese, non è impresa da poco. E probabilmente il caso di Patricia Hearst, ereditiera che dopo essere stata rapita da un gruppo di terroristi si unisce a loro rapinando banche e uccidendo, ha ispirato più scrittori negli U.S.A, come qui per la figlia della protagonista. Buona l’idea della voce narrante, una donna, che, pur invischiata nel potere, sta morendo di cancro. Ma ho dovuto arrivare al decimo capitolo per cominciare a provare piacere in quello che leggevo. Sicuramente belle quelle descrizioni ironiche di come guerriglieros e potere si comportano durante un colpo di stato, chiaramente ben orchestrato da chi ha loro procurato armi e quant’altro. Non mi lamento quindi del soggetto o della trama, bensì, e qui si entra nel gusto personale, bensì dello stile della Didion. Lo chiamano minimalista. Tutti quei periodi di due o tre parole al massimo. Con un ritmo sincopato E sempre a capo. Che una frase con due verbi perammordiddio e una congiunzione non si può. Un misto tra una telescrivente e un monologo di Adriano Celentano. Questione di gusti, ripeto, quindi niente contro la Didion, amici, non vi scandalizzate. Ma amo stili differenti e con questo faccio fatica. Mi dicono che L’anno del pensiero magico sia magnifico. Spero però che il suo stile a quel punto sia cambiato.
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Diglielo da parte mia
by Joan Didion
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Casa d'altri... monti miei
Casa d'altri... monti miei. Eugenio Montale lo ha definito “il racconto perfetto”, Tondelli ne tesseva le lodi. Per me è una bis, bis rilettura. Lo faccio sempre in gennaio, quando il tempo è quello, e dalle mie finestre si vedono in lontananza quei monti, se non c’è bruma che li nasconda, quei calanchi viola, quando là è nel pieno la morta stagione, gli sterpi secchi, le passere uccise dal freddo, la notte che arriva alle sei, i fossi ghiacciati, i vecchi che se ne muoiono in fila, … e io li porto al cimitero di monte, e i bambini che per l’intera stagione se ne stanno dentro le stalle a scaldarsi col fiato dei muli. Un inverno di cinque o sei mesi. Un racconto, il primo, quello che dà il nome a tutti, che è una piccola perla, dove non succede nulla, perché nulla succede lì da trent’anni, tra un pugno di case sperduto tra i monti, più livide e fredde del sasso... sette case addossate e nient’altro: più due strade di sassi, un cortile che chiamano piazza, e uno stagno e un canale, e montagne fin quanto ne vuoi. Eppure lì, per un prete che si sente, ormai, solo un prete da sagre e nient’altro, giusto per un matrimonio alla buona e dottrina ai ragazzi, e metter d’accordo anche sette caprai per un fazzoletto di pascolo… o se un marito cominciava a usare un po’ troppo la cinghia in quel mondo chiuso dove la luce al tramonto si fa densa di ombre, proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt’ora., proprio lì accade qualcosa. Una vecchia mai vista, una non del suo gregge, ha il coraggio di porgli una domanda, una a cui non sa rispondere, a cui non è più preparato. Ma per trovarlo, quel coraggio, le ci vuole del tempo, a lei che si sente come la capra che l’accompagna ogni giorno nella sua vita magra di lavoro e miseria. "E anche nel mangiare non c’è gran differenza, perchè lei mangia l’erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E per riuscirci, per buttar fuori quel rospo che le rimane nel gozzo, chiede al prete di voltarsi, “Va bene-decise- E io ve lo dico anche. Ma allora voi vi voltate da un’altra parte, e non mi state a guardare più in faccia” . E io feci anche questo. Vi assicuro che mi voltai verso il muro, come quando qualcuno si sveste Non accade nulla in questo racconto. Accade il mistero, quello che in certi momenti è dentro ognuno di noi. Non una parola di troppo. Solo congiunzioni necessarie, se e quando servono. Poesia pura. Peccato aver perso Ezio Comparoni, alias Silvio d’Arzo, per una leucemia a 33 anni. Sarebbe diventato un grande. P.s. Segnalo, per chi non lo sapesse, che il luogo di cui parla il racconto altro non sarebbe che Cerreto Alpi, luogo nativo di sua madre, dove, grazie a una bella iniziativa, sono affisse per il paese, seguendo un percorso letterario, Pagine di pietra, dei pannelli con le parole che in Casa d’altri ritraggono il borgo, appesi ai muri delle case come fogli di romanzo. Un'alternativa ai visitatori del passo del Cerreto da non perdere.
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Casa d'altri e altri racconti
by Silvio D'Arzo
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La capitale
by Robert Menasse
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