Edoardo Brugnatelli
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Edoardo Brugnatelli Librarian

3 figli, suono male l'ukulele, malissimo il banjo, sto imparando il bergamasco

Apr 3, 2018

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Edoardo Brugnatelli
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Di gran lunga il libro più bello degli ultimi anni
Un libro meraviglioso, un'avventura affascinante per il lettore. E' davvero Moby Dick in cucina "Questo romanzo è di 1000 pagine perché questo è il numero di pagine minimo necessario x rivelare al lettore un essere umano che non è ... un personaggio. In questo romanzo abbiamo una persona." Neil Griffiths on Ducks Lucy Ellmann parla di Ducks, Newburyport : 1) "Non è stato scritto coscientemente in risposta all'Ulisse, un romanzo che ammiro molto, pieno di humour e compassione. Mi piace che anche il mio libro abbia quelle qualità. Ma x quanto ne so non ci sono leonesse di montagna nell'Ulisse" 2) "Se qualcuno avesse solo l'idea di cosa ci vuole per far funzionare un singolo essere umano, cosa che le madri sanno bene, non ci sarebbero omicidi. Se ci fosse rispetto per le donne, non ci sarebbero nemmeno omicidi" 3) "Prima di tutto, non è un esperimento, è un romanzo. E penso che ogni romanzo dovrebbe essere nuovo e originale. Mi piace l'idea di entrare nella testa di qualcuno, in modo profondo" 4) "Volevo scrivere della maternità, ma penso che il libro tratti della situazione difficile delle madri e, per estensione, di tutte le donne nella società che ci siamo beccate dagli uomini, ovviamente. Mi pare un argomento stranamente poco esplorato"
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Ducks, Newburyport
by Lucy Ellmann
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I Like to Watch
by Emily Nussbaum
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Calypso
by David Sedaris
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I ragazzi della Nickel
by Colson Whitehead
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Pensieri lenti e veloci
by Daniel Kahneman
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The Age of Surveillance Capitalism
by Shoshana Zuboff
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The Sense of Style
by Steven Pinker
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Il fuoco e la polvere
by Mauro Garofalo
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L'indice di equilibrio
by Iader Fabbri
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Soldaten
by Harald Welzer, Sonke Neitzel
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A volte succede che alcune letture - scoperte un po’ per caso – non solo ci piacciano ma finiscano per conquistarci a fondo. A essere sinceri, anzi, è proprio la casualità della loro scoperta che contribuisce a rendere più forte la sensazione di euforia, di gioia che si ha quando nelle pagine di un libro si trova un tesoro. Scovare del tutto involontariamente, inaspettatamente una miniera d’oro è una emozione bellissima che è riservata in particolare ai lettori. Rastrelliamo scaffali, scaviamo come cani da tartufo nella terra smossa alla ricerca di tuberi, leggiamo quarte di copertine, recensioni, creiamo reti di relazione e di affinità tra libri, autori, temi, e tutto questo affannarci serve alla ricerca della prossima lettura, animati come siamo dalla inesauribile speranza di essere sorpresi, ammaestrati, sedotti. A volte succede e grufolando addentiamo tartufi fenomanali, spesso no. Intendiamoci, non voglio dire che spesso si leggano libri brutti, tutt’altro. Difficilmente un lettore con un minimo di esperienza ha delle brutte sorprese e – per giunta – se è esperto sa che un libro si può chiudere e lasciar perdere quando si vuole. Mal la norma sono “bei libri”, libri ben scritti, interessanti etc ma che alla fine non fanno quello che un buon libro deve fare e cioè scuotere le tue certezze, cambiare il mondo in cui vedi le cose, renderti diverso da quello che eri prima di aprire quelle pagine. Ma cosa c’è di più fantastico di immergersi in una lettura senza grandi aspettative, senza attese, senza ambizioni e ritrovarsi a poco a poco invischiati nella più affascinante delle ragnatele? noi lettori, povere mosche nelle grinfie di sapienti ragni scrittori… Insomma la faccio breve: è un libro straordinario. Primaditutto (per citare quel fesso del nostro attuale VicePremier) è una sorta di ufo, di oggetto letterario non tanto facilmente identificabile. A rigore non è un romanzo, ma una serie di incursioni narrative in alcuni angoli poco conosciuti della Storia (quella con la S maiuscola) che a poco a poco ce la mostrano in tutta la sua Non-inevitabilità. Il problema principale della storia è che di solito viene scritta “dopo”, anzi non di solito: sempre. E scrivendola dopo viene naturale darle un manto di senso, di struttura, di logica, di inevitabilità, anche se si tratta di eventi schifosi, atroci, pessimi. Ma la storia quella vera non funziona così: è fatta da una miriade di omini proprio come noi, alle prese con le proprie scelte, i propri dubbi, le proprie aspirazioni, i propri difetti e le proprie pochissime virtù. Omini che annaspano in mezzo al casino. Poca strategia, molta tattica, insomma. L’ordine di giorno ci racconta la storia dell’Anschluss: l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista nel 1938. Una delle tante tappe (ma una delle più rilevanti) che portarono un passo alla volta alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale e alla Shoah. Vuillard ci racconta questa storia a partire da una serie di piccoli schizzi, eventi che finiscono per essere legati tra di loro, ma che hanno dimensioni tutto sommato abbastanza limitate. Si parte da un incontro a Berlino tra Hitler e Göring e il gotha dell’industria tedesca (Krupp Opel Siemens etc) nel quale si delineano meglio i termini della convivenza/collaborazione tra i deliri nazisti e i sogni di profitti crescenti che popolano i sogni di tutti i capitani d’impresa da che mondo e mondo. Ma poi assistiamo a una serie di incontri tra Hitler e il cancelliere austriaco Schusschnigg, tra l’ambasciatore tedesco a Londra von Ribbentropp e il primo ministro inglese Chamberlain etc etc. E un pezzo alla volta, una piccola viltà o furbizia o stupidaggine alla volta, si viene componendo quell’affresco tragico che è stata la storia di quegli anni. Il momento più spettacolare e significativo è il racconto grottesco della immane défaillance “meccanica” delle colonne di panzer tedeschi che dovevano riversarsi in Austria per sancire l’avvenuta annessione sottolineando la potenza militare tedesca. In realtà quasi tutti i panzer ebbero dei problemi meccanici e restarono in panne e le strade che conducevano dal confine tedesco verso Vienna divennnero il luogo dove si consumò una specie di tragicommedia e dove il mito del Blitzkrieg si rivelò per quello che era: un mito appunto. Non la faccio troppo lunga. Ci sono 2 citazioni che danno per me il senso di queste pagine. 1. Les plus grandes catastrophes s'annoncent souvent à petits pas 2. On accable l'Histoire, on prétend qu'elle ferait prendre la pose aux protagonistes de nos tourments. On ne verrait jamais l'ourlet crasseux, la nappe jaunie, le talon de chéquier, la tache de café. Des événements, on ne nous montrerait que que le bon profil. Le pagine di questo libro bellissimo ci raccontano molti di quei piccoli passi, e ci presentano alcune delle figure eroiche e monumentali della Storia con la « s » maiuscola ma ce le narrano senza mai dimenticarsi della tovaglia ingiallita e delle macchie di caffè, mostrandoci in modo paziente e rivelatore il profilo povero, brutto della storia, quello vero. Le ultime pagine, dopo questa rassegna di omini piccoli e terribili alle prese con le loro piccole astuzie e ambizioni, ci raccontano l’approssimarsi della Tragedia (questa sì con la “T”) che si avvicina. Anche in questo caso Vuillard preferisce attenersi a eventi minori, spesso poco noti o addirittura sconosciuti e ci racconta dei tanti ebrei viennesi che si suicidarono in quei giorni. Ci racconta delle persone che – in quanto vittime – avevano una visione chiara e non ottenebrata da mille miopie personali dell’abominio che si andava prefigurando. Anche in questo finale Vuillard raggiunge apici davvero fuori dal comune di drammaticità usando una narrazione contenuta, misurata, quasi timida, mai gridata. E la morale della storia risulta tanto più terribile proprio grazie alla ordinarietà, alla sconvolgente normalità delle persone implicate a titoli diversissimi in questa piccola Storia ignobile. Augh. Leggere!!!!
Edoardo Brugnatelli
Edoardo Brugnatelli
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On accable l'Histoire, on prétend qu'elle ferait prendre la pose aux protagonistes de nos tourments. On ne verrait jamais l'ourlet crasseux, la nappe jaunie, le talon de chéquier, la tache de café. Des événements, on ne nous montrerait que que le bon profil. Pourtant, si l'on regarde bien, sur la photographie où l'on voit Chamberlain et Daladier, à Munich, juste avant la signature, aux côtés d'Hitler et de Mussolini, les Premiers ministres anglais et français ne semblent pas très fiers. Mais tout de même ils signent. Après avoir traversé les rues de Munich sous les acclamations d'une foule immense, les accueillant par des saluts nazis, ils signent. Et on les voit, l'un, Daladier, chapeau sur le crâne, un peu gêné, faisant de petits coucous, l'autre, Chamberlain, le hat à la main, avec un grand sourire. Cet inlassable artisan de la paix, comme le nomment les actualités du temps, grimpe sur le perron, pour l'éternité en noir et blanc, entre deux rangées de soldats nazis. A cet instant, le commentateur inspiré, nasille que les quatre chefs d'Etat, Daladier, Chamberlain, Mussolini et Hitler, animés d'une même volonté de paix posent pour la postérité. L'Histoire rend ces commentaires à leur dérisoire nullité et jette sur toutes les actualités à venir un discrédit navrant. Il paraît qu'à Munich serait né un immense espoir. Ceux qui disent cela ignorent le sens des mots. Ils parlent la langue du paradis où, dit-on, tous les mots se valent. Un peu plus tard, Edouard Daladier, à Radio Paris, seize cent quarante huit mètres sur grandes ondes, après quelques notes de musique, raconte. Il a la certitude d'avoir sauvé la paix en Europe, c'est ce qu'il nous dit. Il n'en croit rien. "Ah les cons, s'ils savaient !" aurait-il murmuré à sa descente d'avion face à la foule qui l'acclame. Dans ce grand bric-à-brac de misère, où se préparent déjà les pires événements, un respect mystérieux pour le mensonge domine. Les manoeuvres terrassent les faits ; et les déclarations de nos chefs d'Etat vont être bientôt emportées comme un toit de tôle par un orage de printemps.
Edoardo Brugnatelli
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Gustav Grupp Pendant des années , il avait loué des déportés de Buchenwald, à Flossenbürg, à Ravensbrück, à Sachsenhausen, à Auschwitz et à bien d'autres camps. Leur espérance de vie était de quelques mois. Si le prisonnier échappait aux maladies infectieuses, il mourait littéralement de faim. Mais Krupp ne fut pas le seul à louer de tels services Ses comparses de la réunion du 20 février en profitèrent eux aussi ; derrière les passions criminelles et les gesticulations politiques leurs intérêts trouvaient leur compte. La guerre avait été rentable. Bayer afferma de la main d'oeuvre à Mauthausen. BMW embauchait à Dachau, à Papenbur à Sachsenhausen, à Natzweiller-Struthof et à Buchenwald. Daimler à Schirmec. IG Farben recrutait à Dora-Mittelbau, à Gross-Rose, à Sachsenhausen, a Buchenwald, à Ravensbrück, à Dachau, à Mauthausen, et exploitait une usine gigantesque dans le camp d'Auschwitz, qui en toute impudence figure sous ce nom dans l'organigramme de la firme. Agfa recrutait à Dacha. Shell à Neuengamme. Schneider à Buchenwald. Telefunken à Gross- Rosen et Siemens à Buchenwald, à Flossenbürg, à Neuengamme, à Ravensbrück, à Sachsenhausen, à Gross-Rosen et à Auschwitz. Tout le monde s'était jeté sur une main-d'oeuvre si bon marché. ...Sur un arrivage de 600 déportés, en 1943, aux usines Krupp, il n'en restait un an plus tard que 20. En 1958 Des juifs de Brooklyn réclamèrent réclamèrent réparation. Gustav Krupp avait offert sans ciller des sommes astronomiques aux nazis dès la réunion du 20 février 1933, mais à présent son fils, Alfried, se montrait moins prodigue. .. On parvint toutefois à un accord. Krupp s'engagea à verser 1250 dollars à chaque rescapé ; ce qui était bien peu pour solde de tout compte. Mais le geste de Krupp fut salué unanimement par la presse. Cela lui fit même une remarquable publicité. Bientôt, à mesure que les rescapés se déclaraient, la somme allouée à chacun devint plus maigre. On passa à 750 dollars, puis à 500. Enfin, lorsque d'autres déportés se manifestèrent, le Konzern leur fit savoir qu'il n'était malheureusement plus en mesure d'effectuer des paiements volontaires : les Juifs avait coûté trop cher.