Bostro
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Bostro

Mar 4, 1975

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La peste scarlatta
by Jack London
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Il diavolo sulle colline
by Cesare Pavese
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Immenso
Da ragazzo penso di averlo letto almeno 10 volte. Sono passanti troppi anni da quell'ultima volta che non saprei neanche quand'è, i miei gusti e il mio stato mentale sono cambiati e non poco ma finalmente Amazon Prime Reading ha cominciato ad offrire dei libri interessanti (Pavese, Dostoevskij, questo) e dunque ho approfittato dell'occasione per tornare a leggere le terribili lettere di Werther. Ricordo che mi diede una botta emotiva impressionante già la prima volta, e le volte successive pure; tornai a Goethe anche con le Affinità Elettive e fu la stessa sensazione. Ora, a distanza di così tanti anni e con una base di lettura ben differente avevo paura. A quei tempi ero studente, affrontavo perlopiù solo classici, oggi sono sommerso dalla vita nella sua accezione peggiore ovvero lavoro e problema e mancanza di tempo libero, come sarà tornare a quei classici? Ho appena riletto Le Notti Bianche e mi sono piaciute ancora anche se mancavano sicuramente di qualcosa e in molti passi dialogati il caro Fedor sia un po' noioso. E' stato invece con immensa sorpresa che Goethe è rimasto Goethe e non per nulla è così celebrato. Il giovane Werter è sempre lo stesso: matto, giovane, irascibile, travolto dal destino e da un amore che pare avere vita propria come se fosse un dio greco che tesse le maglie del destino dei sentimenti del giovane. E' stato un po' come tornare giovane. Che meraviglia, che mai riesce noioso nonostante la sicuramente non facile struttura epistolare. Quale incredibile poesia esce continuamente dalle pagine di questo libello, e quale inevitabile e giustificabile tragedia. Meraviglia come di fronte a un immane spettacolo naturale è l'unico sentimento che può derivare dalla lettura di questo capolavoro del sommo Goethe. Il finale poi, con Albert che non riesce a seguire il feretro, Lotte della quale "si teme della salute" e la chiusa con "nessun sacerdote presenziò" è quanto di più terribile si potesse scrivere; se un bravo scrittore lo si riconosce da come gestisce il finale, Goethe è immenso.
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I dolori del giovane Werther
by Johann Wolfgang Goethe
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Cronaca di Pietroburgo
by Fyodor M. Dostoevsky
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Le notti bianche
by Fëdor Dostoevskij
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Gli indifferenti
by Moravia Alberto
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Questa è vera epica
Come al solito, saltate pure a piè pari l'introduzione. Se volete leggetevela alla fine, ma fare subito il passo ed entrate in questo maestoso piccolo mondo antico. La Luna e i Falò ricorda molto Faulkner, quello della Grande Foresta, ma la nostalgia che qui traspare è una nostalgia differente: oltre ad essere anche nostalgia di se stesso, dell'essere un bastardo, è una nostalgia molto più "italiana". Non c'è la grande epopea americana erede dei trapper e delle carovane, ma c'è il silenzio della vita contadina. La luna e i falò: la luna è quella che Nuto crede inderogabile da seguire nelle sue mutazioni per potare le viti, fare il vino, concimare e seminare; i falò sono quelli che la tradizione accendeva per scacciare il male dalla terra e preservarla per avere buoni raccolti. Sono due paradigmi di tradizione magica, che però Anguilla rifiuta, in cui non crede e deride perché, se è vero che l'immagine del divino discende dal fatto che tutti abbiamo un padre, Anguilla non ce l'ha e quindi non ha la certezza di una dimensione ultraterrena. Da cui il suo smarrimento, il suo peregrinare continuo, il suo essere un paria senza patria e senza terra sotto i piedi. La luna è anche quella delle feste campagnole, delle fughe di Silvia, e il falò è anche quello di Cinto e di Santa. È un gioco di specchi dove la luna è protettrice e nefasta strega, dove il falò protegge i raccolti e brucia le persone, i fascisti sono i cattivi ma a volte i martiri e i partigiani i comunisti o i liberatori ma pure i carnefici.
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La luna e i falò
by Cesare Pavese
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Bello quanto angosciante
Perché, mentre la Russia invade l'Ucraina e scatena una guerra che rischia di sfociare in un disastro mondiale, non leggere un libro di trent'anni prima che narra proprio di questa eventualità? Soprattutto dopo aver letto Della Guerra di Von Clausewitz? Perché non farlo, se il tuo cervello ha una piega inevitabile verso il pessimismo e l'ineluttabilità della tragedia? Quindi, eccomi qua. Mi piacciono i libri di Clancy: uno scrittore non eccelso, spesso anzi un po' penoso ma bravo, bravissimo a livello di immaginazione. Il realismo che riesce a creare è impressionante e ora più che mai possiamo goderlo, visti i tragici fatti che ci circondano. Le banali motivazioni che messe assieme creano l'ineluttabilità bellica, la velocità di precipitazione di una situazione politica nel suo risvolto armato sono qui rappresentate con un realismo impressionante ed angosciante. Ci credo che spesso e volentieri le forze armate lo hanno chiamato o usato durante gli addestramenti teorici nelle scuole di guerra: la capacità immaginifica di uno scrittore è inarrivabile e può colmare le mancanze dello studio teorico. Incredibile leggere in un romanzo la struttura e le debolezze delle forze armate dell'URSS e ritrovarle oggi negli eventi tra Russia e Ucraina con i generali in prima linea falcidiati e la difficoltà della comunicazione tra i vari livelli militari, come pure le difficoltà di gestione di una Nato bella sulla carta ma dispersa e dunque indebolita alla resa dei conti armati. Cosa dire poi della causa scatenante la guerra e del problema principale dell'avanzamento della stessa, ovvero la "manodopera" ma soprattutto il carburante? Oggi 1 aprile, ad esempio, due elicotteri da attacco ucraini sono entrati nel territorio russo e hanno bombardato e fatto esplodere un deposito di carburanti. Del resto lo scopo stesso del fronte occidentale russo è il contrasto al concetto stesso di NATO, come lo è stato per l'invasione Ucraina. Fico, no?  Secondo Clausewitz la guerra non comincia di colpo e non è un fatto isolato: è un evento politico come un altro, e infine la battaglia ne è solo uno degli sviluppi. Ecco, in queste pagine di Clancy abbiamo la rappresentazione di questa tesi. Ci sono sicuramente delle lacune, a volte il suo tecnicismo è noioso come pure lo spostare la narrazione da un evento globale ad eventi singolari caratterizzati da personaggi specifici, nonché la storia d'amore in Islanda tra l'eroe inaspettato Edwards e Vigdis, ma in molti libri si legge ben di peggio. Ciò che più inficia il godimenti di questa lettura è la frammentarietà delle storie in paragrafi spesso divisi eccessivamente e intervallati tra loro, ma non stiamo parlando di un Marquez o un Tolstoj, per cui non mi aspettavo sicuramente la perfezione ma in quasi 800 pagine dopo un po' comincia a pesare perché frena il pathos che si perde in innumerevoli battaglie tutte un po' uguali e scontate, dalla 500esima in poi in effetti i sommergibili cominciano pure a rompere un po' le palle. Il finale, coi suoi stratagemmi e piani non detti che si svelano alla fine, sfrutta troppo il trucco classico del deus ex machina che a me nei romanzi non convince mai appieno. Tolto ciò, una bella lettura; la velocità della discesa in campo dei vari eserciti è veramente magnifica e narrata in quella quasi banalità descrittiva a lasciar intendere - o meglio, fare in modo - che "Non c'era alternativa", la semplificazione della nascita di una guerra micidiale ricorda il pathos che sprigiona dal tremendo film The Day After in cui ascoltiamo tutto per caso dalle radio fino a trovarci di fronte ai funghi atomici. Pare proprio che la guerra accada di colpo, a guardare solo i fatti, ma con Clancy sono sottintese tutte le premesse sociali e politiche che la generano quasi inevitabilmente secondo la teoria di Clausewitz. L'argomento bellico ha su di me un mesto fascino malsano e irresistibile e la violenza delle battaglie mi ha letteralmente fatto godere; quanto mi piacerebbe un libro così ambientato però ai giorni nostri, con droni ed intelligenze artificiali a dominare i campi d'azione sotto le tempeste d'acciaio. A guardarsi attorno oggi c'è da dire solo una cosa: speriamo bene.
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Uragano rosso
by Tom Clancy
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Non per tutti
Visti i tempi che corrono, la lettura di questo libro è particolarmente adeguata. Arruolatosi a soli 12 anni nel temuto esercito prussiano, Clausewitz divenne ufficiale solo due anni dopo e il resto della sua vita la passò, bene o male, sempre nell'esercito. Il trattato è, appunto, un trattato sull'intero tema della guerra, scritto in maniera meticolosa fondendo la grande esperienza acquisita alla indubbia cultura. Scendere nei meandri di questo libro è scendere nella mentalità bellica razionale: dissertazioni su cos'è la guerra, su quando e perché può cominciare, su cos'è la sua conclusione, sulle attitudini per affrontarla, sui vari campi in cui si fonda e attua, tutto visto con uno sguardo incredibilmente lucido e razionale. E' un trattato su come fare la guerra, che non è solo la battaglia, e questo implica conoscerla, stimarla, temerla e anche amarla. Non c'è dubbio che Clausewitz amasse la guerra di per sé, per il suo essere - come la definisce lui - non un'arte né una scienza - e un intero capitolo è dedicato a questa distinzione -, ma un evento sociale inteso come un evento che si fonda nella società, e che è paragonabile a ogni atto della società: è un evento sociale, un momento del commercio degli uomini (da intendersi come "la normale attività sociale degli uomini"). Siamo lontani una civiltà dall'Arte della Guerra di Sun-Tzu: Clausewitz non cerca la filosofia, non cerca l'arte, non cerca la bellezza o la perfezione della guerra, ma ne cerca la comprensione e la razionalizzazione. L'originale è monumentale e questa riduzione lascia intendere che sia anche piuttosto complesso poiché si scende in discorsi sulle strutture sociali, sulle psicologie, sulle definizioni gerarchiche, ma ci permette di addentrarci nel mondo della guerra di Clausewitz che è lo stesso della guerra odierna poiché ormai pratica, atto, riconosciuto nella sua estrema realtà e sistematicità. Classificarla solo come barbarie è inutile tanto quanto continuare a pensare che la Luna abbia un volto o che il Sole ruoti attorno alla Terra o che le comete abbiano la coda perché vanno veloci: sono pensieri belli, a volte utili nella semplificazione della vita, ma sono pur sempre falsi ché ignorano la realtà. Leggere oggi, mentre in Ucraina tutto esplode, che "La guerra non è mai un atto isolato, non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l'opera di un istante" e che "È dal grembo della politica che la guerra trae origine, è nella politica che i caratteri principali della guerra sono già contenuti allo stadio rudimentale, come le proprietà degli esseri viventi lo sono nei rispettivi embrioni" mentre i giornalisti dicono che tutto è esploso in un attimo ci fa capire che dovrebbero leggerlo anche loro. O, meglio ancora, direttamente tacere.  Per il resto, lettura non per tutti: particolare l'argomento, difficile la prosa, mancanza di linearità essendo una riduzione. 
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Della guerra
by Karl von Clausewitz
(*)(*)(*)(*)(*)(201)

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Della guerra
by Karl von Clausewitz
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